Costi energetici e spese militari: la crisi globale che mette in ginocchio famiglie e imprese
Tra poche settimane inizieranno a scatenarsi gli appetiti elettorali. È bene prendere atto che le elezioni politiche, per quanto apparentemente lontane, saranno presto al centro del dibattito. L'attenzione si concentrerà soprattutto sulle varie opzioni a sinistra, un'area in cui oggi regnano una diffusa incertezza e una palese confusione. Questa imminente campagna elettorale finirà per assorbire attenzione ed energie, col rischio di far cadere nell'oblio temi cruciali. Tra i contenuti destinati a essere ignorati — o strumentalizzati in chiave elettorale — c'è soprattutto la lettura della nostra reale situazione economica e sociale.
Nel 2025 l'economia mondiale è cresciuta allo stesso ritmo del 2024, a conferma che la crisi sistemica è tutt'altro che superata. A pesare sono l'aumento delle spese militari e la crescita dei costi energetici, che persistono nonostante l'espansione della domanda di prodotti legati all'intelligenza artificiale. Come evidenziato dalla Relazione Annuale della Banca d'Italia, qualche segnale positivo arriva dal commercio internazionale, pur all'interno di un contesto problematico, segnato da evidenti squilibri e dalla sostanziale fragilità economica derivante dai conflitti in corso. Si tratta di dinamiche non nuove, che hanno spinto a una riduzione dei tassi di interesse — per quanto contenuta — in tutti i Paesi occidentali, a eccezione del Giappone.
La guerra turba i sonni del capitalismo: se da un lato alimenta gli appetiti finanziari e speculativi, dall'altro non basta a trainare una vera ripresa, specialmente quando i conflitti generano interruzioni nelle catene di approvvigionamento delle materie prime e impennate repentine dei prezzi di petrolio e gas. Sul fronte geopolitico, inoltre, pesa la strategia degli Stati Uniti, usciti da ben 66 organizzazioni internazionali, a cui si associa una vistosa contrazione delle risorse pubbliche disponibili a livello globale.
Nel 2025 il PIL dell'eurozona è aumentato dell'1,4%. Tuttavia, la leggera ripresa dei consumi pubblici e privati non basta a garantire la salute dell'economia, soprattutto con un'inflazione tornata a crescere fino al 2%. Inoltre, alcuni Paesi trainanti continuano a mostrare segnali di crisi, tra debito pubblico in aumento e lo spettro dei licenziamenti di massa. Il caso della Germania è emblematico: fino a pochi anni fa nessuno avrebbe immaginato la chiusura di storici stabilimenti e i tagli collettivi nel settore meccanico tedesco a cui stiamo assistendo in queste settimane.
In questo quadro, nel 2025 il PIL italiano è cresciuto appena dello 0,5% in termini reali (rispetto allo 0,8% del 2024). Si tratta di dati del tutto insufficienti e inferiori alle previsioni, sostenuti artificialmente dai fondi del PNRR, senza i quali il segno sarebbe negativo. A fare da traino sono stati la domanda interna e il settore dei servizi, ma a fronte di un reddito familiare disponibile cresciuto pochissimo. In un contesto di crescenti disuguaglianze sociali ed economiche, si registra anche l'indebolimento della storica propensione al risparmio degli italiani, soprattutto tra i nuclei a basso e medio reddito.
Non ci sono elementi sufficienti per affermare, come fa la propaganda governativa, che il peggio sia passato. La stessa produttività cresce solo grazie alla contrazione del costo del lavoro e, in alcuni comparti, è persino in calo. Lo dimostra il fatto che la spesa totale in ricerca e sviluppo rispetto al PIL è rimasta ferma, mentre negli altri Paesi cresce visibilmente.
Alla luce di queste considerazioni, siamo davvero sicuri che l'Italia abbia intrapreso un cammino virtuoso? In un Paese in cui l'evasione fiscale resta altissima e i super ricchi beneficiano di regimi di favore, diventa urgente chiedersi se sia possibile avanzare una proposta seria, come una legge patrimoniale, per recuperare risorse da destinare a sanità e istruzione. È tempo di fare i conti con questa realtà che, per quanto scomoda, dovrebbe stimolare una riflessione profonda e non più rimandabile.


