Il miraggio del pragmatismo: Siria, Israele e la politica dell’acquiescenza
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Dopo più di un decennio di guerra, i siriani sono esausti. L’economia è devastata, le istituzioni svuotate, la ricostruzione esige enormi quantità di capitale straniero. Il nuovo governo di Damasco cerca comprensibilmente riconoscimento, stabilità e la fine del suo isolamento. Ma negoziare con Israele? Sembra pragmatismo. È, con ogni probabilità, il suo esatto contrario.
La Siria non tratta con Israele su semplici divergenze tra Stati sovrani. Tratta mentre Israele occupa il suo territorio, ne colpisce ripetutamente obiettivi sul suo suolo e pretende di stabilire quali relazioni militari, quali capacità difensive e persino quali infrastrutture Damasco possa mantenere entro i propri confini. Pochi giorni fa aerei israeliani hanno colpito la base aerea di Abu al-Duhur, nel nord del Paese. Eppure Damasco lascia intendere che i negoziati per un accordo di sicurezza possono riprendere, e i funzionari siriani continuano a lodare la diplomazia come la miglior via verso un ritiro israeliano.
Ma la cronologia smaschera l’inganno. Israele bombarda la Siria; la Siria protesta; poi la Siria torna al tavolo per persuadere Israele a smettere di bombardarla. Non è un processo di pace, ma un’asimmetria travestita che usa la coercizione come strumento del negoziato.
Il presidente Ahmed al-Sharaa ha affermato che un accordo di sicurezza potrebbe aprire la porta a una «pace» più ampia, pur insistendo che la Siria non rinuncerà alla rivendicazione sulle alture del Golan occupate. Il desiderio di evitare un’altra guerra è legittimo: qualsiasi governo siriano responsabile dovrebbe risparmiare ulteriore distruzione a un Paese già in rovina. Ma evitare la guerra e istituzionalizzare la coercizione non sono la stessa cosa. Il pericolo è precisamente questo: che la Siria scambi la sospensione del castigo per il conseguimento della pace.
È ciò che Mohammed El-Kurd, nel più ampio contesto palestinese, ha chiamato la politica dell’acquiescenza: la convinzione che, se la parte più debole mostrerà moderazione e disponibilità sufficienti ad assecondare le esigenze di sicurezza della parte più forte, cioè dell’aggressore che occupa e viola la sovranità altrui, allora quest’ultima finirà per ricambiare. La violenza scemerà. La fiducia crescerà. Le concessioni saranno premiate. L’occupante scoprirà che conviene anche a lui. Quale ingenuità, pensarlo.
I palestinesi conducono questo esperimento da decenni, e in particolare da più di trent’anni, con il processo di pace di Oslo. I risultati sono agli atti. Non si negozia la pace con chi ti vuole invadere, occupare e derubare delle terre e delle risorse. I termini della propria liberazione non si negoziano tra vittima e carnefice, tra chi subisce l’occupazione e chi parla apertamente di espandersi e colonizzare terre altrui, dichiarando di farlo per difesa e sicurezza mentre ne rivendica l’espansione e il furto.
Oslo aveva promesso «la pace» con parole quasi identiche. Ai palestinesi fu detto che le loro concessioni avrebbero generato fiducia israeliana, e che quella fiducia avrebbe portato risultati concreti sul terreno: ritiri graduali, autonomia crescente, la strada verso uno Stato. I risultati arrivarono, ma erano quelli di Israele. Gli insediamenti si moltiplicarono e la terra passò sotto controllo israeliano un pezzo dopo l’altro, fino all’annessione di fatto di gran parte della Cisgiordania. Ai palestinesi, intanto, spettava la loro parte del patto: amministrare il territorio, sorvegliare la propria popolazione, coordinare la sicurezza con Israele, rinunciare al confronto armato. Tutto per rassicurare la parte più forte, che però non aveva alcuna intenzione di ricambiare, perché animata da un progetto espansionistico. E l’autogoverno palestinese, del resto, non era mai stato per lei una vera minaccia. Con chi persegue l’espansione non si scende a compromessi. Le concessioni non lo placano e la normalizzazione non mette al riparo chi le offre, perché nulla di tutto ciò tocca l’obiettivo che lo muove. Si tiene il punto. Cedere non compra sicurezza: prepara soltanto la richiesta successiva.
E infatti non ne seguì la sovranità palestinese, ma il perfezionamento del controllo israeliano. Gaza fu separata e isolata, assediata fino al genocidio in corso. Gerusalemme Est fu recisa dal proprio entroterra, dove continuano le demolizioni, l’espulsione e la pulizia etnica. L’Autorità ottenne ministeri, uniformi, palazzi presidenziali e titoli diplomatici, mentre Israele conservava il controllo su confini, spazio aereo, registri della popolazione, mobilità, importazioni, esportazioni e sicurezza.
L’errore non fu negoziare. Fu lasciare che il negoziato venisse sganciato dalla leva politica, da obblighi vincolanti e da conseguenze reali per l’inadempienza. Fu allora che la parte più forte scoprì una verità elementare: poteva incassare i benefici di un processo politico senza pagare il prezzo di una soluzione politica.
La Siria dovrebbe studiare questa storia parola per parola. E non ripetere gli stessi errori.
Le trattative siriano-israeliane che si delineano recano già echi inquietanti. Si parla di misure per costruire fiducia. Washington fa da mediatore. Si discutono zone di sicurezza e nuovi assetti. Damasco spera che un accordo fermi gli attacchi e produca il ritiro dai territori conquistati dopo la caduta di Bashar al-Assad; una bozza, si è appreso, aveva già raggiunto uno stadio avanzato prima che i colloqui si arenassero.
Il linguaggio stesso svolge una funzione politica. «Accordo di sicurezza» suona neutro. «De-escalation» suona prudente. «Costruzione della fiducia» suona costruttivo. «Normalizzazione» suona quasi terapeutico. Ma un lessico neutro può sterilizzare una realtà tutt’altro che neutra. Se uno Stato occupa il territorio di un altro, ne bombarda le installazioni e vuole limitarne alleanze e difese, la domanda centrale non è come le due parti possano ricostruire la fiducia. È se la coercizione venga premiata e se all’aggressore venga concessa l’impunità.
La posta si alza ancora nel contesto israeliano odierno. La Siria è spinta a contemplare la pace con uno Stato la cui condotta a Gaza è stata qualificata come genocidio non da attivisti, ma da importanti organizzazioni per i diritti umani e dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza e ha ribadito, nel giugno 2026, che gli atti genocidari proseguivano. Amnesty International continua a descrivere la distruzione della vita palestinese a Gaza come genocidio in corso e le politiche israeliane in Cisgiordania come apartheid, trasferimento forzato e pulizia etnica.
Non è, dunque, il momento in cui Israele abbia dimostrato che l’accomodamento diplomatico ne modera la condotta. È il momento in cui livelli straordinari di violenza sono stati ripetutamente ricompensati con maggiore accomodazione internazionale.
Ed è esattamente la lezione che Damasco rischia di impartire a Israele. Se la forza militare produce riconoscimento, se la conquista produce negoziati sugli assetti di sicurezza, se gli attacchi producono rassicurazioni, se l’occupazione sfocia nella normalizzazione, perché mai Israele dovrebbe concludere che l’aggressione abbia un costo? Concluderebbe il contrario. La coercizione paga, e dunque si ripete.
Ecco perché la distinzione tra moralismo e realpolitik è fuorviante. A chi critica la normalizzazione si risponde che gli Stati non possono permettersi sentimentalismi: la Siria ha bisogno di investimenti, di sanzioni alleggerite, di ricostruzione, e deve fare i conti con il mondo com’è. Ma la realpolitik non consiste nell’accettare la definizione della realtà dettata dall’avversario. Consiste nel capire il potere. E il primo principio della politica di potenza è che le concessioni unilaterali offerte nella speranza di una moderazione reciproca generano quasi sempre nuove richieste. Nessun avversario abbandona una strategia vincente perché la sua vittima si è comportata con ragionevolezza.
L’acquiescenza non è un errore solo perché moralmente insignificante: lo è perché, in certe condizioni, è strategicamente suicida.
E la Siria non è la Palestina: è uno Stato sovrano, con margini che i palestinesi non ebbero mai. Damasco può negoziare senza legittimare l’occupazione. Può negoziare la fine degli attacchi senza convertire le pretese di sicurezza israeliane in obblighi siriani. Può cercare garanzie internazionali senza accettare un quadro bilaterale in cui Israele diventi l’arbitro della sovranità militare siriana. Può esigere che il ritiro preceda la normalizzazione, invece di sperare che la normalizzazione diventi il congegno grazie al quale, un giorno, forse, il ritiro arriverà. Soprattutto, può rifiutare l’errore palestinese: barattare concessioni irreversibili contro promesse reversibili.
Il riconoscimento è difficile da ritirare. La normalizzazione è difficile da invertire. Una volta intessute reti economiche, ambasciate, relazioni d’intelligence e architetture di sicurezza regionali, non si torna facilmente indietro.
C’è di più. Il governo israeliano non si limita a occupare terra siriana: appartiene a un sistema politico sempre più a suo agio con il dominio permanente eretto a dottrina regionale. L’esperienza palestinese dimostra che l’espansione israeliana non è contenuta dal negoziato quando espandersi costa poco o nulla. La Siria dovrebbe perciò diffidare di ogni processo che tratti il ritiro israeliano come una concessione da meritare, e non come un obbligo da adempiere.
La distinzione è tutto. Il territorio occupato non è merce di scambio dell’occupante. La sovranità non è qualcosa che la Siria debba comprare dimostrandosi utile a Israele. E la pace non può ridursi alla promessa di buona condotta dello Stato più debole, mentre lo Stato più forte decide quando quella condotta sia soddisfacente.
Qualcuno dirà che è irrealistico, e invocherà la debolezza della Siria, la superiorità militare israeliana, la potenza americana, l’urgenza della ricostruzione. Ma è proprio la debolezza a rendere decisiva l’architettura del negoziato. Uno Stato potente sopravvive a un cattivo accordo. Uno Stato debole ne resta prigioniero.
Per decenni ai palestinesi è stato ripetuto che rifiutare un processo diseguale li avrebbe lasciati con niente. Vi entrarono, e scoprirono che quel «qualcosa» era un sistema raffinato per amministrare il proprio esproprio. La lezione di Oslo non è che la diplomazia sia inutile. È che la diplomazia priva di reciprocità vincolante può diventare la tecnica amministrativa con cui il dominio si fa legittimità.
La Siria è oggi pericolosamente vicina a quella trappola.
I palestinesi hanno già speso trent’anni a dimostrare dove conduce la politica dell’acquiescenza. La Siria non deve ripetere l’esperimento.


