Hormuz Brucia. E con lo Stretto, Brucia un’Epoca
Petrodollaro in agonia, debito americano fuori controllo, Europa che guarda e non capisce. La Cina che aspetta. E i poveri del mondo — come sempre — che pagano il conto di una guerra che non hanno voluto.
di Mario Petri*
Il 28 Febbraio, e Quello che è Successo Davvero
Chiamatela pure “Operazione Epic Fury”. Il nome è già tutto un programma — quella smania adolescenziale di grandiosità che il complesso militare-industriale americano non riesce mai a scrollarsi di dosso, nemmeno quando dovrebbe sapere che le operazioni con nomi epici finiscono raramente in modo epico. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati sull’Iran, uccidendo il Leader Supremo Ali Khamenei e diversi funzionari di governo. Era, nelle intenzioni dei pianificatori di Washington e Tel Aviv, il colpo decisivo. Il taglio della testa al serpente. La fine del problema iraniano.
Non è andata così.
Nei giorni successivi, le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno chiuso lo Stretto di Hormuz — ventinove miglia nautiche tra l’Iran e la penisola arabica, attraverso cui scorre il 20% del petrolio mondiale e il 22% del GNL commerciato globalmente. Il traffico dei petrolieri è crollato del 70% in pochi giorni, poi a zero. Duemila navi e ventimila marittimi bloccati dentro al Golfo come in una trappola. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile, il più grande incremento mensile mai registrato nella storia dei mercati energetici. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha usato parole precise: la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Non “tra le più gravi”. La più grave. In assoluto.
Washington ha risposto con la tipica escalation verbale trumpiana — minacce di “obliterare” impianti iraniani, annunci dell’operazione “Project Freedom” per “guidare” navi commerciali attraverso lo stretto sotto scorta militare americana. Project Freedom. Davvero. Nel frattempo le pompe di benzina californiane segnavano oltre sei dollari al gallone, le assicurazioni marittime per le rotte del Golfo erano già aumentate del 40%, e Maersk — la più grande compagnia di shipping del mondo — aveva sospeso le operazioni. I mercati non aspettano i comunicati del Pentagono.
Quello che è successo davvero il 28 febbraio 2026 è più semplice e più grande di un’operazione militare: è il momento in cui l’arroganza strategica dell’unilateralismo americano ha incontrato la sua conseguenza più logica. Quando spingi un paese alle corde, dentro un paese ci sono ancora persone. E le persone reagiscono. Anche questo, evidentemente, non era nei modelli di Washington.
Trentanove Trilioni di Motivi per Stare a Casa
C’è qualcosa di grottesco — e non si trova altra parola — nel fatto che il paese che ha appena innescato la più grave crisi energetica dell’era moderna stia simultaneamente attraversando un collasso fiscale di proporzioni storiche, con la stessa disinvoltura con cui un giocatore d’azzardo incallito chiede un altro prestito mentre brucia i soldi dell’ultimo. Il 30 aprile 2026, il Committee for a Responsible Federal Budget ha certificato ciò che i mercati sapevano già da un po’: il debito pubblico americano detenuto dal pubblico ha superato il PIL del paese. 31.270 miliardi di dollari di debito contro 31.220 miliardi di PIL. Rapporto debito/PIL: 100,2%.
L’ultima volta che era successa una cosa del genere era il 1946, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma allora c’era una ragione — l’industria bellica aveva spinto la spesa alle stelle per sconfiggere il nazismo, e subito dopo era arrivato il baby boom, i soldati tornati a casa, la ricostruzione, decenni di crescita che avevano riassorbito il debito rapidamente. Oggi le condizioni sono rovesciate: la quota di americani in età pensionistica cresce, la forza lavoro si contrae, la produttività arranca, le politiche fiscali dell’amministrazione Trump — il cosiddetto “One Big Beautiful Bill” — aggiungeranno da sole 4.700 miliardi al debito entro il 2035. Il Congressional Budget Office proietta un rapporto debito/PIL al 120% entro il 2036. E quella non sarebbe più una soglia simbolica: sarebbe territorio di crisi strutturale.
Il debito lordo totale — che include quello intragovernatvo — ha già superato i 39.000 miliardi. Fate il calcolo: 114.000 dollari per ogni americano. 289.000 per ogni nucleo familiare. Il governo federale spende 1,33 dollari per ogni dollaro che incassa. Il deficit annuale si avvicina ai 2.000 miliardi. Fitch ha già avvertito che i deficit “strutturalmente elevati” terranno il peso del debito americano “ben al di sopra degli altri sovrani in categoria AA”. Moody’s ha già declassato gli Stati Uniti da Aaa ad Aa1. Non sono numeri astratti: sono la fotografia di un paese che finanzia la propria potenza militare globale a credito, sperando che nessuno chieda mai davvero il conto.
Nel frattempo, l’inflazione americana è tornata al 3,5% a marzo 2026 — il livello più alto in tre anni, trainata dall’impennata energetica prodotta dalla guerra nel Golfo. E qui il paradosso diventa quasi circolare: gli Stati Uniti hanno finanziato e condotto un’operazione militare che ha creato uno shock energetico che ha creato inflazione che ha peggiorato la situazione fiscale che già era critica. Chiamatela pure strategia. Gli analisti di Navy Federal Credit Union l’hanno descritta con il termine “split-screen economy”: da una parte il mercato azionario euforico per l’intelligenza artificiale, posseduto per l’87% dal 10% più ricco della popolazione; dall’altra le famiglie a reddito medio che fanno i conti al supermercato con la benzina oltre i sei dollari. Washington va in guerra. L’America reale fa benzina.
Il debito privato completa il quadro. Il debito studentesco ha superato i 1.700 miliardi. I prestiti per veicoli si avvicinano ai 1.600 miliardi. Le insolvenze sulle carte di credito toccano i massimi storici. L’America è indebitata collettivamente come Stato, e individualmente come famiglie. In questo contesto, la proiezione militare globale non è una dimostrazione di forza: è l’ultimo atto di chi non si è ancora reso conto di quanto sia cambiata la propria posizione nel mondo.
L’Europa Guarda. E Non Capisce.
L’Unione Europea sta affrontando la crisi di Hormuz con la stessa efficacia con cui ha affrontato quasi ogni crisi geopolitica degli ultimi vent’anni: emettendo dichiarazioni, convocando riunioni straordinarie, e poi aspettando che qualcun altro decida. È uno schema consolidato. Non si tratta di mancanza di intelligenza o di buone intenzioni — i palazzi di Bruxelles sono pieni di persone brillanti e ben intenzionate. Si tratta di un difetto strutturale: un’unione di ventisette stati sovrani con interessi energetici, commerciali e militari divergenti non può produrre una politica estera coerente sulla stessa questione in cui la Francia vuole una cosa, la Germania un’altra, e la Polonia una terza.
I numeri nel frattempo non aspettano. I prezzi del gas naturale europeo sono quasi raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi — superando i picchi post-invasione ucraina del 2022, che già avevano portato diverse industrie energivore ad abbassare la saracinesca. Le bollette delle imprese manifatturiere tedesche, già provate dalla concorrenza cinese e dai dazi americani, si impennano ancora. Il FMI prevede per il 2026 un rallentamento della crescita globale al 3,1% nello scenario base, con shock concentrati nelle economie più esposte all’energia importata — e l’Europa è esattamente lì.
Ma il problema europeo non è solo congiunturale. È un problema di posizione. L’Europa è importatrice netta di energia, priva di capacità militare autonoma proiettabile, con debiti pubblici nazionali che in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e ora anche Francia superano o si avvicinano pericolosamente al 100% del PIL. Non ha leva. Non ha voce. Appoggia formalmente le posizioni americane — per solidarietà atlantica, per inerzia istituzionale, per mancanza di alternative elaborate — pur pagandone i costi energetici molto più duramente degli Stati Uniti stessi, che almeno sono diventati in questi anni un esportatore netto di petrolio.
C’è un’ironia amara in tutto questo: l’Europa è il continente che più di ogni altro ha investito nel multilareralismo, nel diritto internazionale, nella diplomazia come strumento primario di risoluzione dei conflitti. E si ritrova a subire le conseguenze di un’azione militare unilaterale a cui non ha partecipato, per cui non ha votato, e che avrebbe sicuramente cercato di scoraggiare se qualcuno l’avesse consultata. Non l’ha consultata nessuno. Questo, alla fine, è il vero status dell’Europa nel 2026: abbastanza importante da sentire i danni, troppo divisa per incidere sulle cause.
La Cina Aspetta. E nel Frattempo Costruisce.
Se volete capire come la Cina stia vivendo la crisi di Hormuz, dimenticate le grandi narrative e guardate un dato solo: quando il traffico nello Stretto è crollato di oltre il 90%, la volatilità dei prezzi energetici interni cinesi si è attestata a un quinto di quella registrata sui mercati internazionali. Un quinto. Mentre il resto del mondo bruciava, la Cina tremolava appena. Questo non è un caso. È il risultato di decenni di pianificazione che l’Occidente ha liquidato come “economia di comando” senza capirne la logica difensiva.
Le riserve strategiche e commerciali di greggio cinesi all’inizio del conflitto ammontavano a circa 1,4 miliardi di barili. Equivalenti a 220 giorni di importazioni dal Medio Oriente ai livelli del 2025. Per confronto: la Corea del Sud disponeva di riserve di GNL per nove giorni. Nove. Il presidente di PetroChina, Dai Houliang, ha dichiarato nel 2026 che le importazioni della sua azienda attraverso Hormuz rappresentano solo circa il 10% del volume operativo totale. La Cina importa greggio da 49 paesi diversi, e nessuno dei primi cinque fornitori supera il 20% del totale. La diversificazione delle fonti non è retorica: è architettura.
Ma c’è qualcosa di ancora più interessante. Nel pieno della crisi, la Cina e l’Iran hanno trasformato lo Stretto di Hormuz in un laboratorio per il petroyuan. Alle navi commerciali a cui veniva consentito il transito veniva chiesto il pagamento dei diritti di transito in yuan cinesi. Almeno due transazioni confermate dalla Lloyd’s List al 25 marzo, poi riconosciute dal Ministero del Commercio cinese. Piccola cosa? Forse. Ma gli economisti sanno che le rivoluzioni monetarie non iniziano con i big bang: iniziano con le precedenti, con le abitudini che si formano, con i meccanismi che si normalizzano. L’economista Kenneth Rogoff ha notato che l’Iran “capisce chiaramente l’importanza di questa sfida alla dominanza finanziaria americana”. Non è una coincidenza che il paese sotto sanzioni e il paese che vuole sfidare l’egemonia del dollaro abbiano trovato un interesse comune esattamente nel posto più strategico del pianeta.
Poi c’è la transizione energetica. Questo è il vantaggio che nessuno in Occidente vuole davvero guardare in faccia perché è scomodo: nel 2025, oltre la metà delle nuove auto vendute in Cina erano elettriche. Le rinnovabili coprono oltre l’80% della nuova domanda di elettricità. Circa il 30% dell’energia finale è già elettrica. Tutto ciò ha già evitato una domanda aggiuntiva di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno rispetto al 2019 — all’incirca quello che la Cina importava dall’Iraq, il suo terzo fornitore. Uno shock petrolifero colpisce la Cina meno di cinque anni fa. E sempre meno negli anni a venire. Nel 2026, con mezzo mondo in cerca di alternative al petrolio del Golfo, le tecnologie cinesi per le rinnovabili — i pannelli solari, le batterie, i veicoli elettrici — non sono solo merci da esportare: sono la risposta sistemica che decine di paesi cercano disperatamente.
Graham Allison ha sintetizzato la posizione cinese in un modo che vale la pena di ripetere: “La Cina prospera nel disordine che non deve gestire militarmente. Può presentarsi come forza stabilizzatrice mentre silenziosamente beneficia dell’erosione della credibilità americana.” È un’osservazione che viene da un accademico di Harvard, non da un propagandista di Pechino. E descrive con precisione geometrica ciò che sta accadendo: la Cina non ha sparato un colpo. Non ha rischiato una nave. Non ha speso un soldato. Eppure esce dalla crisi di Hormuz con una posizione strategica, monetaria ed energetica significativamente rafforzata rispetto a prima.
L’Onda che Arriva: Energia, Cibo, Inflazione
La Banca Mondiale ha descritto la meccanica di questa crisi con una chiarezza che i comunicati ufficiali raramente raggiungono: “La guerra sta colpendo l’economia globale in onde cumulative: prima attraverso i prezzi energetici più alti, poi attraverso i prezzi alimentari più alti, e infine attraverso l’inflazione più alta, che farà salire i tassi di interesse e renderà il debito ancora più costoso.” Tre onde. Ognuna amplifica le precedenti. E ogni onda si abbatte con forza crescente man mano che ci si allontana dal centro — cioè man mano che i paesi diventano più poveri e meno capaci di assorbirla.
Il Golfo Persico non è solo un serbatoio di petrolio. È anche il cuore dell’industria mondiale dei fertilizzanti: la regione fornisce il 30-35% delle esportazioni mondiali di urea, il 20-30% delle esportazioni di ammoniaca, circa il 40% dello zolfo. I fertilizzanti non hanno riserve strategiche internazionali coordinate. Quando le forniture si interrompono, non c’è un equivalente della Riserva Strategica Petrolifera a cui attingere. I prezzi dei fertilizzanti azotati sono già aumentati del 40% sui mercati a termine. Le stime dell’FAO parlano di un incremento medio del 15-20% dei prezzi mondiali dei fertilizzanti nel primo semestre 2026, con effetti diretti sui raccolti che si vedranno non prima della primavera del 2027.
I prezzi del gas naturale europeo sono quasi raddoppiati. Il Brent ha raggiunto un picco di 126 dollari al barile. Per ogni incremento di 10 dollari nel prezzo del petrolio, l’inflazione globale sale di 0,4-0,7 punti percentuali — fate il calcolo da soli. Il FMI nello scenario avverso del suo World Economic Outlook di aprile 2026 prevede una crescita globale al 2,6% e un’inflazione mondiale al 5,4%. Non è una recessione tecnica, almeno non per tutti. Ma è qualcosa di più subdolo: è un impoverimento diffuso, silenzioso, che non fa notizia perché non ha la violenza visiva di un crollo di Borsa, ma che erode i redditi reali di miliardi di persone nel corso di mesi.
E poi c’è il meccanismo che non viene quasi mai discusso nelle analisi mainstream: i prezzi alti del petrolio aumentano gli incentivi a dirottare mais, zucchero e semi oleosi verso la produzione di biocarburanti. Meno cibo, più carburante. Le distorsioni del mercato globale dell’energia si trasformano direttamente in distorsioni del mercato globale del cibo. David Laborde dell’IFPRI lo ha detto senza giri di parole: “Se abbiamo domanda crescente perché i biocarburanti consumano di più e offerta minore perché abbiamo meno input, i prezzi alimentari saliranno.” E quando salgono, salgono per tutti. Ma non pesano uguale per tutti.
Chi Paga il Conto: Il Global South nell’Occhio del Ciclone
In ogni grande crisi geopolitica esiste una categoria di attori che non siede ai tavoli dove si decidono le guerre, non ha voce nei comunicati congiunti, non viene consultata nelle fasi di pianificazione, e poi si ritrova a pagare prezzi sproporzionati rispetto a qualsiasi logica di responsabilità. Nel 2026, quella categoria si chiama ancora Global South. Africa subsahariana, Asia meridionale, Sud-Est asiatico, America Centrale: paesi che non hanno voluto questa guerra, non avrebbero mai potuto fermarla, e che ora la stanno pagando con i mezzi più concreti possibili. Carburante. Fertilizzanti. Cibo.
Nei tre settimane dall’inizio del conflitto, i costi di finanziamento sovrano sono esplosi nelle economie emergenti. L’Ucraina ha visto i propri spread aumentare di 135 punti base. Gabon, Etiopia, Mozambique, Senegal erano già in default o in default parziale prima ancora che il primo missile cadesse. Secondo il Global Development Policy Center della Boston University, l’impennata dei prezzi petroliferi si trasforma rapidamente in una crisi del debito per i paesi importatori a basso reddito: gli investitori internazionali abbandonano i “mercati rischiosi” — eufemismo garbato per indicare i paesi poveri — scatenando crolli valutari e aumenti del costo del finanziamento che si sommano agli aumenti del costo dell’energia. Due shock simultanei. Nessun buffer.
Le forniture di fertilizzanti vengono già dirottate verso i paesi che possono pagare di più. È una logica di mercato perfettamente razionale e umanamente aberrante: i fertilizzanti vanno dove c’è denaro, non dove c’è bisogno. Le piantagioni di stagione in Sud Asia e Africa subsahariana rischiano di essere seminate con dosi ridotte o di non essere seminate affatto, con effetti sui raccolti che arriveranno nell’inverno 2026-2027 e nella primavera 2027. “Quando li spingi troppo,” ha detto Laborde dell’IFPRI, “rischi di portarli al fallimento. E allora ci sarà un problema di offerta per un periodo molto più lungo.” La fragilità degli agricoltori dei paesi poveri diventa fragilità dell’offerta alimentare globale. La crisi si chiude su se stessa.
L’inflazione nei paesi in via di sviluppo potrebbe toccare il 5,8% nel 2026, un livello superato solo nel 2022 nell’ultimo decennio. La differenza è che nel 2022 c’erano ancora molte riserve fiscali post-Covid da spendere. Oggi quelle riserve non ci sono più. Dietro quella percentuale ci sono famiglie che spendono il 50-70% del proprio reddito in cibo — per cui un aumento del 20% dei prezzi non è un inconveniente ma una crisi esistenziale concreta, immediata, che si misura in pasti saltati e in bambini che smettono di andare a scuola perché la famiglia ha bisogno di loro nei campi. Sono le vittime che non hanno nome nei briefing del Pentagono. Esistono nelle statistiche del World Food Programme, che ogni mese aggiorna silenziosamente il conteggio di quanti milioni sono scivolati sotto la soglia dell’insicurezza alimentare.
Dubai Scopre la propria fragilità
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel destino degli Emirati Arabi Uniti in questa crisi. Non nel senso di una punizione morale — questo non è un saggio di teologia politica — ma nel senso di una lezione strategica che il modello emiratino non aveva incorporato nel proprio disegno. Gli EAU hanno investito decenni e centinaia di miliardi di dollari nel costruire un’immagine: oasi di stabilità, hub globale, rifugio sicuro per capitali, talenti e turisti in una regione volatile. Dubai come Singapore del Golfo. Abu Dhabi come Ginevra araba. Un posto dove le guerre degli altri non arrivano.
Sono arrivati. Secondo le autorità emiratine stesse, oltre 2.800 missili e droni iraniani hanno preso di mira gli EAU dall’inizio del conflitto. Gli Emirati sono stati il paese più colpito in assoluto — più di Israele, che pure era co-protagonista dell’attacco iniziale. Il porto di Jebel Ali, ottavo porto mondiale per traffico container e cuore logistico del commercio regionale, ha subito attacchi. Il porto di Fujairah, punto terminale dell’oleodotto che bypassa Hormuz e via di fuga alternativa per le esportazioni emiratine di greggio, è stato colpito da droni. Un data center di Amazon Web Services a Dubai è stato danneggiato dalle schegge di un drone iraniano intercettato — probabilmente il primo caso nella storia di danni bellici a un’infrastruttura cloud globale. Le scuole hanno fatto settimane di didattica a distanza.
La risposta istituzionale è stata, nelle prime settimane, di un grottesco ordinato: funzionari di governo che percorrono centri commerciali per trasmettere l’immagine del “business as usual”, influencer di Dubai che convergono sul medesimo tema rassicurante con una sincronia sospetta, smentite ufficiali sulla tenuta delle riserve di intercettori missilistici. Il teatro della normalità è uno strumento antico quanto la politica. Ma i mercati non guardano gli influencer.
Il FMI ha tagliato le previsioni di crescita degli EAU per il 2026 dal 5% al 3,1%. La produzione petrolifera è calata del 35% a 2,37 milioni di barili al giorno a marzo. Ma il danno più duraturo non è nei numeri del PIL — è nella percezione. Come ha detto un investitore di lungo corso alla rivista Atlantic Council: “La percezione degli stati del Golfo come rifugi sicuri in una regione difficile è in frantumi e sarà difficile da ricostruire per molto tempo. Non riesco a immaginare un esito della guerra che elimini completamente questa realtà — sono stati esposti.” Quella parola — esposti — dice tutto. Non distrutti. Non sconfitti. Esposti. Cioè: scoperti.
La fragilità degli EAU è strutturale, non congiunturale. Il modello emiratino era fondato su una scommessa implicita: che la combinazione di petrolio, finanza, lusso e neutralità diplomatica potesse garantire una sorta di immunità geopolitica. Ma la neutralità ha un limite preciso: funziona solo finché le parti in conflitto scelgono di rispettarla. Gli EAU hanno ospitato basi americane. Hanno normalizzato i rapporti con Israele con gli Accordi di Abramo del 2020. Hanno accettato sistemi missilistici israeliani sul proprio territorio per intercettare i missili iraniani. Non è neutralità: è schieramento con pretesa di neutralità. Ed è uno schieramento che l’Iran ha deciso, con i propri droni, di non riconoscere. Il Burj Khalifa fa bella figura su Instagram. Non ferma un missile IRGC.
Il Mondo multipolare che avanza : BRICS, Petroyuan, e la Fine di un’Epoca
Guardare la crisi di Hormuz solo attraverso la lente militare — quante navi passano, quante bombe cadono, se Trump ha vinto o perso il braccio di ferro con Teheran — significa perdere ciò che conta davvero. Le battaglie tattiche fanno notizia. Le trasformazioni strategiche cambiano la storia. E quella che sta accadendo è una trasformazione che nessuna portaerei può fermare.
Il blocco BRICS — ampliato negli ultimi anni con l’adesione di Iran, Arabia Saudita, Emirati, Etiopia, Egitto e altri — stava già lavorando alla de-dollarizzazione degli scambi commerciali prima che un singolo missile colpisse Teheran. La crisi di Hormuz ha offerto un caso pratico, reale, sotto i riflettori del mondo: il petroyuan non è più un’ambizione teorica ma una transazione avvenuta, confermata, normalizzata. Oltre l’80% delle transazioni petrolifere mondiali avviene ancora in dollari — nessuno sta affermando che la rivoluzione monetaria sia compiuta. Ma ogni crisi che dimostra l’esistenza di percorsi alternativi riduce la dipendenza psicologica e contrattuale dal dollaro. E le dipendenze psicologiche, una volta inceppate, non tornano mai del tutto come prima.
La Russia, nel frattempo, mantiene la propria copertura diplomatica all’Iran e osserva. Mosca non ha interesse alla risoluzione rapida: ogni mese di conflitto nel Golfo è un mese in cui Washington è impegnata su un secondo fronte strategico, in cui i prezzi dell’energia che finanziano il bilancio russo rimangono elevati, in cui la credibilità americana si erode ulteriormente agli occhi di quel Global South che entrambi — Russia e Cina — stanno corteggiando con crescente efficacia.
I contorni del mondo post-unipolare non sono ancora definiti nella loro forma finale — le transizioni storiche raramente lo sono mentre si compiono. Ma alcune linee di forza sono già visibili e difficilmente reversibili: un sistema monetario che si pluralizza lentamente, erodendo il privilegio esorbitante del dollaro; una geopolitica energetica in cui la transizione alle rinnovabili non è solo un imperativo climatico ma una strategia di sicurezza nazionale; un Global South sempre meno disposto a fare da cornice ai conflitti delle grandi potenze senza chiedere qualcosa in cambio. E una Cina che ha capito, forse meglio di chiunque altro, che la prossima era si conquista con la pazienza, i brevetti, le riserve strategiche e la diversificazione delle forniture — non con le portaerei.
La crisi di Hormuz del 2026 verrà probabilmente ricordata non come il momento in cui gli Stati Uniti hanno risolto la questione nucleare iraniana — obiettivo largamente non raggiunto, a quanto dicono le stesse fonti dell’IAEA — ma come il momento in cui hanno dimostrato, con un’involontaria chiarezza pedagogica, i limiti strutturali di una potenza che confonde la proiezione militare con la strategia, e l’audacia con la saggezza. Con un debito pubblico al 100% del PIL. Con un’inflazione in risalita. Con un’economia spaccata tra chi possiede azioni AI e chi non riesce a fare benzina. In questo contesto, lanciare una guerra nel cuore dell’approvvigionamento energetico globale è stato, per usare la formula più tecnica disponibile, un errore di calcolo di proporzioni storiche.
Nello Stretto che brucia, in quell’acqua stretta tra l’Iran e la penisola arabica dove si decide ancora, per qualche anno, il destino dell’economia mondiale, si stanno scrivendo le prime righe di un capitolo che l’Occidente non ha ancora cominciato a leggere. Teheran ha chiuso uno stretto. Washington ha perso un’era. Pechino — con le sue riserve, i suoi yuan, i suoi pannelli solari e la sua infinita pazienza — ha aperto un mondo.
Il resto lo scriverà la storia. Che, a differenza dei comunicati del Pentagono, non mente mai davvero. Aspetta solo che qualcuno abbia il coraggio di leggerla.
FONTI E RIFERIMENTI
Dati sul debito USA e sul quadro fiscale: Committee for a Responsible Federal Budget (CRFB), aprile-maggio 2026; Congressional Budget Office; Bureau of Economic Analysis; Fortune — Fitch Ratings, maggio 2026; Axios, maggio 2026. Dati sulla crisi di Hormuz: Wikipedia — 2026 Strait of Hormuz Crisis; IEA April 2026 Report; CNN Live Updates, maggio 2026; CBS News; CNBC; Brussels Morning, maggio 2026. Resilienza energetica cinese: East Asia Forum, maggio 2026; MEPEI Analysis, aprile 2026; Alhurra, maggio 2026. Petroyuan e de-dollarizzazione: Al Jazeera Economy, aprile 2026; Asia Times, marzo 2026; RSIS, aprile 2026. Impatto sul Global South e crisi alimentare: World Bank Commodity Markets Outlook, aprile 2026; IMF World Economic Outlook, aprile 2026; Boston University Global Development Policy Center, marzo 2026; UN FAO — UN News, aprile 2026; Democracy Now, aprile 2026. Impatto sugli EAU e stati del Golfo: Atlantic Council, aprile 2026; Carnegie Endowment for International Peace, marzo 2026; The National, aprile 2026; Foreign Policy, marzo 2026.
*Mario Petri è Amministratore Unico Focusdata Consulting srl


