Città smart, società stupida: il neoliberismo e la fine dello spazio pubblico
di Angela Fais
Mentre qualche urbanista delira, farneticando dell’esistenza di un ipotetico ‘quarto spazio’, ultima frontiera dell'urbanistica che sconfina nella metafisica, nelle nostre città stiamo assistendo alla sparizione del ‘terzo luogo’. Cosi infatti Ray Oldenburg, un sociologo americano, nel 1989 definiva gli spazi di aggregazione come parchi, biblioteche, piazze e bar. Separati dalla casa, definita da Oldenburg primo luogo, spazio intimo e privato, e dal lavoro, secondo luogo e spazio produttivo e regolato da doveri e gerarchie, i terzi luoghi svolgono una funzione importante, anzi fondante per la vita della Comunità. Intorno ad essi infatti si costruisce e si organizza la vita sociale, sono la casa della comunità, luogo di incontro per i cittadini. Qui le differenze sociali si livellano, il reddito è secondario. A svolgere un ruolo centrale è la conversazione, senza vincoli di consumo. Tutti possiamo stare in piazza o sederci su una panchina, non ci sono costi.
Solo oggi forse riusciamo a individuare quel fil rouge che lega insieme il terzo luogo di Oldenburg, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la formulazione del concetto antropologico di ‘non - luogo’ da parte di Marc Augé nel 1992. Un fil rouge che ci porta lontano dalla piazza e ci conduce dentro un centro commerciale, in mezzo ai marchi globali delle multinazionali. Oggi i terzi luoghi stanno sparendo dalle nostre città. E lo stanno facendo molto rapidamente, complici una serie di variabili anche molto complesse.
In primis appunto l’avvento dei centri commerciali, che possiamo annoverare tra i non - luoghi per eccellenza. Poi a causa di politiche urbane ben precise che concepiscono lo spazio solo come possibile fonte di estrazione di rendita. Così, con la trasformazione profonda delle nostre città, tutto ciò che non rientra nella logica di mercato sparisce. Spariscono i marciapiedi che, consegnati alla tavolinizzazione, sono oramai interamente occupati dai tavolini del settore della ristorazione, ma spariscono anche le panchine. Chi vuole sedersi lo farà, ma a pagamento in un caffè, in un bistrot. Oppure starà scomodo, come previsto dalle panchine del ‘design difensivo’, sempre più frequenti tra gli arredi urbani delle città, progettate al fine di controllarne gli spazi e e scoraggiare assembramenti, bivacchi, atti vandalici, con buona pace di chi non vandalizza e di chi non bivacca, ossia la maggior parte dei cittadini.
Ammesso e non concesso che il design difensivo sia efficace nei suoi scopi pratici immediati, di certo fallisce clamorosamente dal punto di vista sociale ed etico. Infatti, non fa che peggiorare il decoro urbano, ridisegnando spazi non inclusivi attraverso un’estetica ostile che determina una perdita di comodità, penalizzando le categorie più fragili come gli anziani o le famiglie.
Inoltre comunica tutta l’insicurezza di una società che, azzerando l’empatia, agisce sulla scorta di una logica di rimozione, della serie “metto la polvere sotto al tappeto”, nutrendo le fila della marginalità.
Sulla scorta di queste considerazioni, possiamo definire l’architettura ostile non un elemento neutrale di design, ma una sorta di sadismo di classe, ennesimo dispositivo di esclusione e di marginalizzazione sociale.
C’è tutta la violenza estetica di un’ architettura che controlla i corpi tramite un uso classista dello spazio all’interno di una visione classista della città.
Proprio qui sta il grande paradosso del mondo globale in cui, se da una parte la deregulation ha dato il via libera alla circolazione dei capitali, paradossalmente, dall’altra ha realizzato il controllo totale sui corpi.
Questo fa si che la città diventi ogni giorno più simile a “una cittadella concentrazionaria” in cui ricchi e poveri non devono mai incontrarsi, e in cui spazi esclusivi che si configurano sempre più spesso come ‘ghetti per ricchi’, come ebbe a dire David Harvey, tengono lontane le marginalità.
Si parla di design difensivo in nome della sicurezza urbana ma, di fatto, è una barriera architettonica che impedisce la fruizione della città a un certo tipo di popolazione ridisegnando lo spazio all’insegna della disuguaglianza sociale.
In quest’ottica ogni iniziativa che si distacchi da questo paradigma è una impresa di resistenza. Come accade a Catania con il collettivo ‘Jucamu’, nato dalla volontà di alcuni ragazzi di tornare a vivere gli spazi della città al di fuori della logica del consumo. Da qualche anno, infatti, organizzano dei tornei di scacchi “accessibili a partecipanti di ogni livello, da principianti ad esperti, con un approccio amatoriale che mette al primo posto il divertimento e la crescita personale piuttosto che la competizione sfrenata”.
Il collettivo, che accoglie persone di ogni età, promuove un’ attività ludica e non competitiva, in netta antitesi con i valori che oggi vengono imposti, cadendo fuori dal diktat della prestazione e della produttività a tutti i costi. Le loro iniziative stanno coinvolgendo sempre più appassionati, esperti e non.
La missione che si propongono è quella “di diffondere la cultura degli scacchi in un contesto inclusivo, dove la passione per il gioco possa fiorire liberamente e ogni individuo si senta valorizzato e parte di una comunità, non rinunciando alla sana competizione del gioco”. I ragazzi del collettivo - e noi con loro - si augurano che la loro iniziativa diventi virale e si diffonda anche in altre città d’Italia.
Convinti che “una città può cambiare se la comunità torna ad occuparla”, da tempo oramai si riuniscono settimanalmente nelle piazze, che a fatica selezionano in base alle possibilità che offrono, ad esempio in base alla presenza di tavolini e panche. Tuttavia, come abbiamo visto, non sempre è semplice trovare un terzo luogo. La città è sempre meno accogliente se non si è pronti a consumare.
Anche questo è un modo per resistere all’ordine neoliberale e opporsi a un’idea di città a misura di investitori, a una città sempre più smart, digitale e meno umana.


