L’operazione segreta USA (fallita) per sequestrare l’uranio iraniano

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L’operazione segreta USA (fallita) per sequestrare l’uranio iraniano

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di Alessandro Bartoloni 

Il 3 aprile 2026 un F-15E statunitense viene abbattuto nei cieli iraniani. A bordo c'erano due piloti: il primo viene recuperato poche ore dopo, del secondo invece si perde traccia e Washington lancia un’incredibile operazione di ricerca per recuperare il secondo pilota prima che cada nelle mani dei Pasdaran. La mattina del 5 aprile Trump scrive questo post su Truth Social: “WE GOT HIM!” .Lo abbiamo trovato. E annuncia al mondo il successo di quella che definisce una delle operazioni militari più audaci e di successo nella storia.

Ma c’è anche un’altra versione: quella sostenuta dal governo iraniano e da diversi analisti indipendenti, compreso il premio Pulitzer Seymour Hersh. E secondo quest’altra versione, quella andata in scena tra il 3 e il 5 aprile nella regione iraniana di Isfahan non è stata una missione di salvataggio di successo, ma un’operazione segreta per tentare di impadronirsi dell’uranio arricchito iraniano custodito nella base nucleare sotterranea della regione. Un’operazione finita disastrosamente, con le forze speciali statunitensi costrette a ritirarsi poco dopo essere atterrate e perdendo in combattimento diversi aerei ed elicotteri.

Come vedremo in questo articolo, al di là delle rispettive propagande, nella versione ufficiale del Pentagono ci sono effettivamente tante incongruenze e punti oscuri. E della possibilità che le forze speciali americane conducessero un’operazione di sequestro dell’uranio arricchito iraniano avevano parlato proprio nei giorni precedenti diversi media statunitensi, come il Wall Street Journal e il Washington Post, sottolineando come si trattasse di una delle possibilità sulla tavola della Casa Bianca per dare un colpo mortale alla “minaccia” nucleare iraniana.

La versione ufficiale del Pentagono

Il 3 aprile 2026, nel pieno della campagna militare israelo-statunitense contro l'Iran cominciata il 28 febbraio, un F-15E Strike Eagle americano, con il segno di chiamata Dude 44, viene abbattuto dalle forze armate iraniane, probabilmente con un missile a spalla, nel sud-ovest del paese, tra le province di Isfahan e Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. L’equipaggio dell’F-15E Strike Eagle è composto da un pilota e un ufficiale dei sistemi d'arma (WSO), ed entrambi prima di cadere al suolo riescono ad eiettarsi con successo dall’aereo ritrovandosi però in territorio nemico e in luoghi molto distanti tra loro. Il Pentagono avvia immediatamente un'operazione di salvataggio per recuperare i due uomini, utilizzando le forze speciali, droni, e due elicotteri di soccorso HH-60. Il pilota viene salvato con successo dalle forze statunitensi circa 7 ore dopo l'incidente nei pressi della zona di abbattimento del caccia; a rimanere disperso è però il secondo aviatore dell’F-15. L’ufficiale dei sistemi d’arma, del quale il Pentagono non ha voluto rivelare l’identità, ha infatti il localizzatore disattivato e non viene trovato durante le prime ricerche, dando avvio ad una intensa caccia all’uomo anche da parte del governo iraniano, che la sera del 3 aprile offre anche una ricompensa di circa 60.000 dollari a chiunque dia informazioni utili a catturare l’uomo.

Secondo la ricostruzione ufficiale del governo statunitense, in quelle ore convulse l’aviatore avrebbe camminato per 2.000 metri sulle montagne di Zagros, si sarebbe nascosto in una grotta e limitato l'uso del suo segnale di emergenza per non essere intercettato dalle forze iraniane. Fino a quando, sentitosi abbastanza al sicuro e lontano dai nemici, avrebbe mandato un breve messaggio radio dicendo "Dio è buono", permettendo alla CIA di localizzarlo attraverso una speciale tecnologia. Una volta individuato, il Pentagono avrebbe ordinato attacchi aerei per tenere lontane le milizie iraniane dal perimetro intorno all’uomo, e decide di usare una pista di atterraggio agricola abbandonata a 23 km a nord della città di Shahreza, nel sud di Isfahan, come base operativa temporanea per lanciare l’operazione di recupero. La mattina del 5 aprile, dopo oltre 36 ore di ricerca e un’operazione di depistaggio della CIA, le forze statunitensi riescono a portare in salvo l’ufficiale senza ingaggiare uno scontro a fuoco con gli iraniani, ma, a causa di guasti e problemi tecnici, perdendo due aerei da trasporto delle operazioni speciali MC-130 e decidendo di distruggerli per non farli cadere in mano nemica. L’ufficiale, sano e salvo, avrebbe rimediato solo una distorsione alla caviglia e nessun militare statunitense sarebbe rimasto ucciso durante l'operazione. Il 5 mattina Trump su Truth scrive "L'ABBIAMO PRESO!", descrive l'operazione come la "operazione più audace della storia degli Stati Uniti", elogia il coraggio e le competenze di tutto il personale militare nell'operazione. Un’operazione che avrebbe coinvolto più di 150 aerei, tra cui quattro bombardieri, 64 caccia, 48 aerocisterne, 13 aerei di soccorso. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. E questa è la versione del governo statunitense. Il governo iraniano invece, ha raccontato un’altra storia.

La versione iraniana

Anche l’Iran nelle ore successive alla presunta operazione di salvataggio ha dichiarato che l’operazione era stata un successo. Ma non per gli Stati Uniti, per loro. E questo perché in ballo in quella missione ci sarebbe stato molto di più che un aviatore disperso. Il 6 aprile Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, dichiara in un video che con quell’operazione gli Stati Uniti avevano puntato a sequestrare parte del loro uranio arricchito, uranio che, come conferma l’AIEA, l’agenzia internazionale dell’energia atomica, si trova nel complesso nucleare sotterraneo di Isfahan. A sostegno della sua tesi, Baghaei sottolinea come, secondo la versione statunitense, il pilota disperso era nascosto nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest dell’Iran. Mentre la base operativa, quella dove le forze militari USA avrebbero poi abbandonato i due MC-130, si trovava nel sud di Isfahan... lontano dalla posizione del pilota. Anche Alaeddin Boroujerdi, ex presidente della Commissione per la sicurezza nazionale iraniana, ha ripetuto la tesi del sequestro fallito dell'uranio specificando che la base operativa degli Stati Uniti si trovava in un campo d'aviazione abbandonato vicino a Mahyar, Isfahan, (32.2213°N 51.9014°E) circa 20 chilometri a nord di Shahreza e circa 50 chilometri a sud di Isfahan. Secondo Boroujerdi, forze speciali statunitensi sarebbero state costrette a ritirarsi poco dopo l’atterraggio a causa di uno scontro a fuoco con le milizie iraniane, le quali erano anche riuscite a danneggiare gravemente i mezzi USA costringendo gli Stati Uniti a distruggerli per non lasciarli in mano nemica. Mentre questa diventava la versione ufficiale del governo iraniano, diversi media pubblicavano le foto dei mezzi distrutti.

Una versione completa e dettagliata su come sarebbe andata alternativamente l'ha data la testata internazionale iraniana PressTV: secondo le informazioni ottenute dall’emittente, il raid fallito del 5 aprile sarebbe stato fatto dopo che Stati Uniti e Israele avevano condotto ampie operazioni di ricognizione aerea nei giorni precedenti all'attacco. Missioni iniziali nelle quali gli Stati Uniti avrebbero perso un numero significativo di velivoli, tra cui almeno un A-10 Thunderbolt II e due elicotteri Black Hawk. L’operazione di sequestro non avrebbe avuto alcun collegamento con il presunto salvataggio del pilota di caccia F-15 abbattuto, e il vero obiettivo era invece quello di infiltrarsi e attaccare uno degli impianti nucleari iraniani a Isfahan per impossessarsi dell’uranio. Il sito di atterraggio per gli aerei da trasporto C-130, scelto in base a precedenti ricognizioni, era una pista di atterraggio abbandonata proprio vicino a uno di questi siti. Gli americani avrebbero però commesso un errore di valutazione, credendo che la difesa aerea iraniana non sarebbe stata in grado di contrastare gli aerei coinvolti nell'operazione. Invece, sostiene Press TV, le forze armate iraniane erano in stato di massima allerta e le forze speciali del Pentagono sarebbero cadute in una trappola. In ogni caso, conclude PressTV, in seguito a questa vergognosa sconfitta, la Casa Bianca e il Pentagono avrebbero insabbiato tutto e venduto il tentato sequestro fallito come una straordinaria operazione di salvataggio.

Tutti gli aspetti critici della versione statunitense

Al di là delle rispettive propagande, vediamo adesso quali sono tutti i punti più critici e le possibili incongruenze della versione ufficiale della Casa Bianca. Come sempre in questi casi nel web circolano centinaia di teorie alternative, dalle più alle meno verosimili. Noi ci siamo rifatti soprattutto alle analisi dell’analista militare e premio Pulitzer Seymour Hersh, e quelle di Larry Johnson, ex veterano della CIA.

Partiamo dalla posizione geografica della base operativa. Il Pentagono ha dichiarato ufficialmente che l’ufficiale dell’F-15E, dopo essere rimasto isolato per 48 ore, era stato localizzato e recuperato tra le montagne dello Zagros, precisamente nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. I dati satellitari e le testimonianze locali hanno confermato che il fulcro dell'attività terrestre statunitense — dove sono stati distrutti i due MC-130J — non era tra le montagne di Kohgiluyeh, ma sulla pista di fortuna situata a circa 35-40 km a sud di Isfahan, dove gli stessi Stati Uniti hanno dichiarato di aver distrutto i propri MC-130. Ora, tra l'area dove ufficialmente si nascondeva il pilota e il sito di atterraggio degli MC-130 c'è una distanza considerevole, circa 160-180 chilometri. Secondo Larry Johnson, c’è una chiara incongruenza logistica: non avrebbe senso logico far atterrare enormi aerei da trasporto così lontano dal pilota se l'unico obiettivo è il suo recupero, specialmente quando un elicottero di soccorso (più agile e veloce) avrebbe potuto portarlo direttamente a una base sicura fuori dai confini iraniani senza bisogno di una "base intermedia" a Isfahan. Gli elicotteri avrebbero dovuto prelevarlo e poi volare per quasi 200 km all'interno dell'Iran solo per portarlo agli MC-130, invece di dirigersi direttamente verso il Golfo Persico o il Kuwait (che erano molto più vicini e sicuri). Per giustificare questa distanza, il Pentagono e CBS News hanno detto che gli MC-130 sono atterrati a 180 km di distanza perché quella era l'unica "superficie piatta" sicura per far decollare aerei pesanti. Dagli MC-130 sarebbero poi partiti dei piccoli elicotteri MH-6 Little Bird (che erano stati trasportati dentro i C-130 e montati sul posto) per fare l'ultimo balzo verso le montagne, prendere il pilota e riportarlo alla "base" improvvisata. Ma perché, ad esempio, si chiede Johnson, montare elicotteri in territorio nemico, a 50 km da una base militare iraniana (quella di Isfahan), per volare altri 180 km, quando potevano lanciare l'operazione direttamente dalle portaerei nel Golfo? Il sito degli MC-130, è stato osservato, era a soli 30 minuti di volo dai depositi nucleari di Isfahan, ma a ben 2 ore di volo dal pilota. Hersh sostiene inoltre che il sito di atterraggio degli MC-130 non fosse una "pista deserta casuale", ma un'area pianeggiante strategicamente situata vicino a un distretto industriale a sud di Isfahan. Questo distretto è noto per ospitare officine e magazzini che, secondo le sue fonti di intelligence, fungono da "strutture di supporto" per il vicino complesso nucleare sotterraneo. Anche con il fattore tempo ci sarebbe qualcosa che non torna. Basandosi sull'analisi dei segnali e sui resoconti dei testimoni sul campo, Hersh scrive che un'operazione di recupero piloti è progettata per durare pochi minuti: l'elicottero atterra, carica l'aviatore e riparte immediatamente. In questo caso, la Task Force statunitense avrebbe mantenuto una "bolla di sicurezza" per oltre tre ore. Seymour Hersh cita una sua fonte interna che pone una domanda retorica: "Perché esporre 150 aerei e centinaia di operatori d'élite restando fermi in territorio nemico per tre ore se devi solo caricare un uomo su una barella?" Un altro aspetto importante riguarda gli MC-130J. Data la sua capacità di carico denso, l’MC-130 sarebbe esattamente il tipo di aereo che ci si aspetta che userebbero le forze USA per trasportare dell’uranio arricchito. L'uranio arricchito non occupa molto spazio, ma è estremamente pesante a causa delle schermature in piombo necessarie per contenere le radiazioni. L'MC-130J ha il pavimento rinforzato e sistemi di ancoraggio progettati per carichi pesanti, il che lo renderebbe perfetto per trasportare i cilindri di stoccaggio nucleare prelevati dai tunnel. Infine, secondo la versione ufficiale statunitense, i due MC-130 non sono stati distrutti perché colpiti dal nemico, ma per una combinazione di problemi tecnici e scelta deliberata. Che i due MC-130 abbiano contemporaneamente subito dei guasti tanto da dover rimanere a terra sembra abbastanza improbabile.

Tanto Seymour Hersh che Larry Johnson sposano la teoria del sequestro dell’Uranio fallito. Anche l’F-15E abbattuto, suggeriscono, era forse in ricognizione il 2 aprile in preparazione della missione. Oppure, al Pentagono potrebbero aver tentato di sfruttare l’operazione di recupero del pilota come esca per giustificare la presenza in quell’area di così tante truppe statunitensi. La copertura giusta per provare a compiere un’operazione la quale, come vedremo adesso, alla Casa Bianca si preparava da tempo.

Un’operazione annunciata?

Il 3 aprile 2026, appena 4 giorni prima l’abbattimento dell’F-15 e l’inizio delle operazioni di soccorso, il Wall Street Journal pubblicava questo articolo: “Trump pensa ad un’operazione militare per sequestrare l’uranio iraniano”. Il quotidiano, citando funzionari statunitensi, affermava che il presidente americano stava vagliando questa possibilità come modo di porre fine alla guerra. Forse, come exit strategy da un conflitto che non stava andando secondo i piani, si potrebbe pensare. E Axios, il 17 aprile, ad operazione conclusa e negoziati cominciati, rivelava come gli Stati Uniti avessero proposto all’Iran $ 20 miliardi in fondi iraniani congelati in cambio della cessione dell’uranio. Insomma, che l’interesse statunitense per l’uranio iraniano è indubbio, così come che ci fossero piani per prenderne possesso militarmente. Secondo Seymour Hersh, i post sempre più adirati di Trump che negli ultimi giorni prima del negoziato puntava il dito contro le infrastrutture civili iraniane, e le minacce di cancellare l’intera civiltà, erano una diretta conseguenza proprio della pesante sconfitta subita dalle forze statunitensi nell'operazione di Isfahan.

 

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