La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi
di Alessandra Ciattini
Vari fonti giornalistiche di destra e di sinistra hanno commentato in questi ultimi giorni il Manifesto, pubblicato da Palantir Technologies, e alcuni lo hanno giudicato correttamente un manifesto politico, in cui si prospetta una nuova concezione della società, che si concreterebbe in un certo percorso del capitalismo digitale, che sbocca in ciò che alcuni hanno già chiamato tecnoschiavismo. I progetti della corporazione Palantir mettono in evidenza quando sia inconsistente la pretesa della neutralità della scienza e della tecnologia, le quali sono elaborate e costruite sempre secondo determinate finalità politico-sociali; pretesa ripresentata al tempo dei vaccini impiegati per combattere la recente pandemia e che ha provocato una semplicista opposizione tra pro vax e no vax, su cui oggi varrebbe la pena discutere serenamente.
Per chi non lo sapesse Palantir (parola presente nel Signore degli anelli che significa “coloro che sorvegliano da lontano”) è un’importante azienda tecnologica, i cui prodotti sono impiegati per i sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani. A queste attività si dedicano, insieme a Plantir, le varie Big Tech. Palantir vanta almeno due condanne: una da parte di Amnesty International e l’altra da parte di Human Rights Watch.
Non sorprende che questa impresa, lanciata da miliardari appartenenti all’ultradestra, abbia stretti rapporti con Google, Amazon e Microsoft, tutte implicate nelle stesse attività spionistiche, con le quali ha collaborato rifornendo di dati l'esercito israeliano per far terra bruciata di Gaza e sterminare i palestinesi, l’esercito ICE a rendere più rapida la cattura degli immigrati da espellere e i manifestanti delle grandi proteste a Minneapolis da arrestare.
Il su menzionato manifesto, presentato anche a Roma da Peter Thiel lo scorso 26 marzo, illustra un progetto di alleanza fascista digitale, che si avvale dell'intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, forniti gratuitamente da noi stessi, per produrre strumenti manipolatori e per combattere il non allineamento ideologico, per tenere sotto controllo e sorveglianza la popolazione, come del resto ha sempre fatto il potere, una volta automizzatosi dall’organizzazione sociale, sia pure con metodi diversi.
Secondro il saggista Rezgar Akrawi, kurdo di nascita, membro de Partito comunista irakeno e fondatore di Electronic Left Movement, un gruppo volto a far avanzare la sinistra nella conoscenza e nell’uso delle nuove tecnologie, il manifesto scaturisce dall’alleanza tra il nazionalismo dell’estrema destra e le élite tecnologiche legate alla tanta celebrata Silicon Valley. Questa intesa ha unificato il cosiddetto movimento per l’accelerazione tecnologica, che non vuole porre alcun limite (soprattutto etico) alle innovazioni tecnologiche, formato da tutti quei miliardari presenti alla grande festa per l’elezione di Trump (Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg etc.), al contraddittorio gruppo MAGA. Come la rottura Musk/Trump ha palesato, le due parti non sono d’accordo su tutto, ma concordano pienamente nell’abolizione di qualsiasi meccanismo politico, giuridico che ponga limiti all’accumulazione capitalistica, la quale necessita oggi della proliferazione e del raffinamento degli strumenti di controllo. molteplici ragioni hanno resa necessaria questa scelta: l’emergere di potenze che possono competere con il cuore transatlantico, che negli anni ha inghiottito importanti paesi ad esso esterni (come il Giappone), la crisi inerente al sistema capitalistico dovuta alla sua svolta finanziaria, la decrescita dei profitti nell’ambito produttivo, lo scarso controllo delle materie prime indispensabili in primis al complesso militare-industriale, lo svuotamento dei cosiddetti sistemi democratici.
Solo i ciechi oggi potrebbero affermare che nelle società capitalistiche avanzate, ormai in declino, viga ancora la cosiddetta democrazia liberale, in cui il potere sarebbe esercitato dal “popolo” attraverso i suoi rappresentanti. Purtroppo, è sempre più evidente che l’attuale classe transnazionale, tecnocratica e proprietaria esclusiva del digitale, è dichiaratamente ostile sia al diritto internazionale sia alla democrazia liberale, per la semplice ragione che entrambi, benché svuotati, limitano il suo potere e il suo dominio sul mondo; potere ormai da decenni concentrato in una sempre più ristretta oligarchia transnazionale. Come si è visto negli ultimi tempi, per la sua posizione privilegiata, nonostante aleggino venti di crisi catastrofiche, questa accumula sempre più ricchezza, perché favorita dalle politiche bellicistiche degli Stati e perché sa come e quando si specula in borsa, conoscendo in anticipo le deliranti dichiarazioni del novello messia tal Donald Trump. Non bisogna credere che queste scelte siano solo il risultato della follia di quest’ultimo, il quale certamente non è sano di mente; esse scaturiscono piuttosto dalla radicale contraddizione tra le ambizioni sfrenate di questa oligarchia e il principio di realtà, con cui tali ambizioni debbono necessariamente venire a patti, se non vuole scomparire insieme a tutti noi nell’olocausto nucleare. Tale contraddizione che si vorrebbe sanare porta allo sragionamento, come è già avvenuto in passato, quando in un’altra gravissima crisi interimperialistica (il periodo precedente la Seconda guerra mondiale) si è ricorso ad argomentazioni del tutto irrazionali per sostenere il dominio incontrastato delle classi alte, affermando per esempio come Nietzsche che “la schiavitù è necessaria per ogni vera civiltà”.
Peter Thiel, cofondatore di Palantir, uno dei finanziatori di Trump, appartiene alla schiera dei sostenitori dell’accelazionarismo e del Dark Enleightment, che si è distinto per il diffondere i fondamenti di questo progetto politico identificato con la nuova “Repubblica tecnologica”, il cui scopo sarebbe quello di velocizzare lo sviluppo delle applicazioni militari grazie all’intelligenza artificiale, affinché gli Usa possano mantenere il loro dominio sul mondo.
Occorre leggere il Manifesto di Palantir, oggetto di milioni di visualizzazioni, cercando di smascherare gli interessi che intende perseguire e di scoprire a vantaggio di quale gruppo elitario esso sia stato elaborato, tenendo conto anche del fatto che le élite transatlantiche non hanno più un obiettivo comune (v. rottura Usa/Ue). Questa frazione capitalistica, radicata nel capitale corporativo e finanziario transnazionale, che sta conducendo anch’essa una lotta esistenziale, perché se non riesce a garantirsi la continua espansione, condizione della sua esistenza, ora con le pretese più assurde, prima con pretese presentate come diritti, rischia seriamente di essere spazzata via. Proprio per questo ha bisogno di un apparato ideologico fondato sull’affermazione della disuguaglianza tra gli esseri umani, sulla supremazia dell’”Occidente cristiano”, sul ruolo indiscutibile e sacro del capo. E ovviamente può trovare queste anticaglie, sempre buone in certe occasioni, nel più genuino pensiero di destra.
L’ispiratore del Manifesto sarebbe Alexander Karp, CEO di Palantir e coautore, insieme a Nicholas Zamiska, del libro intitolato The Technological Republic: Hard Power, Soft Beliefs, and the Future of the West (2025), a suo parere nuova forma di organizzazione sociale adeguata ai tempi della rivoluzione digitale. Il Manifesto si articola in 22 punti, alcuni dei quali sembrano tolleranti e moderati, quando per esempio si parla di rispetto e di comprensione, ma solo verso i politici che non dovrebbero essere criticati, per lasciare intatta ovviamente la loro supremazia politica e morale. Lo scopo evidente di tale affermazione è di porre i politici su un piedistallo per renderli immuni dal discredito e dal disprezzo, suscitato per esempio dalle vicende legate al caso Epstein e che per ora non hanno dato seguito a serie indagini sui responsabili e sulle loro miserevoli appendici. Questo concetto è ribadito dal punto nove in cui si legge che dovremmo mostrare maggiore clemenza verso chi si dedica alla vita pubblica. Ritorna il tema caro all’irrazionalismo novecentesco della differenza abissale tra aristocrazia e plebe.
Mi limiterò a commentare solo alcuni punti dell’inquietante Manifesto. Il primo punto contiene la seguente affermazione: "l'élite ingegneristica della Silicon Valley ha l'obbligo morale di partecipare alla difesa nazionale". Balza agli occhi che quando ci si richiama al “dovere morale”, in questo caso addirittura alla difesa della “patria”, non possono essere tollerate obiezioni, non c’è spazio per il dissenso e tutti gli scienziati debbono arruolarsi in questa folle battaglia.
Al punto cinque si afferma, invece, che "la questione non è se verranno costruite armi basate sull'intelligenza artificiale, ma chi le costruirà", dando dunque per scontato che esiste una sola via: quella della scelta militare e aggressiva. Ci dicono chiaramente che non esistono altre opzioni, come del resto si ricava dal successivo punto, il sesto, con il quale si ribadisce che il servizio militare deve essere obbligatorio e universale. Decisione verso la quale si stando orientando molti paesi europei, in primis la Germania, che si propone di costruire il più grande esercito europeo, forse al pari di quello lanciato alla conquista dello spazio vitale. Purtroppo per loro e soprattutto per noi, questa classe dirigente, frustrata e delirante, non sa che per fare la guerra – del resto consentita solo in caso di aggressione dal diritto internazionale – ci vuole un potenziale industriale-finanziario, che l’Ue tutta insieme e gli Usa nemmeno possiedono. E quando uso questa espressione non mi riferisco solo ai mezzi tecnici e al volgare denaro, ma anche e soprattutto al cosiddetto materiale umano, il quale finalmente sta cominciando a capire cosa c’è dietro il concetto di “patria” e di “sicurezza nazionale”; in breve l’arricchimento strepitoso di pochi, la subordinazione dei nemici non nostri, ma loro, lo stretto controllo della popolazione per convincerla prima a sacrificarsi, rinunciando al “superfluo”, per impiegare le scarse risorse negli investimenti militari, e poi a fornire l’indispensabile carne da macello. Popolazione in parte cresciuta nella cosiddetta società dei consumi, abituata a seguire i suoi desideri effimeri e a rifuggere qualsiasi forma di disciplina, che ora si vuole mandare a combattere nel fango con uno zaino da 50 chili sulle spalle con un’inesistente determinazione e priva di qualsiasi “spirito guerriero”. La cui assenza alcuni lamentano su prestigiosi giornali.
Questa operazione implica non solo la coercizione violenta, ma anche il consenso creato in maniera subdola con l’aiuto dei mezzi di comunicazione di massa e dei loro protagonisti, come Federico Rampini e Carlo Calenda che ancora oggi hanno il coraggio di “chiamare i cittadini alle armi” per difendere i responsabili dell’immane disastro da loro stessi provocato. D’altra parte, non è un caso che Palantir faccia pressione per costringere tutti ad arruolarsi nella loro battaglia, dato che proprio dall’introduzione del servizio militare obbligatorio la stessa corporazione ricaverà parecchi miliardi. Come scrive Akrawi: “Dovere per tutti, profitto per pochi”.
Molto illuminante è il punto otto il quale, prefigurando una società schiavista, recita: “I dipendenti pubblici non devono essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuisse i propri dipendenti nello stesso modo in cui il governo federale retribuisce i dipendenti pubblici farebbe fatica a sopravvivere”, ovvero farebbe fatica a garantire gli agognati profitti.
Un altro punto significativo è il dodicesimo dove si dichiara che l’era della deterrenza, l'era atomica stanno per finire, lasciando spazio a una nuova epoca della deterrenza basata sull'intelligenza artificiale, il cui controllo sta nelle mani dei fautori del Manifesto (meno male non tutto). I punti successivi (tredici e quattordici) sono veramente insostenibili. Chi può affermare che nessun paese nella storia del mondo ha promosso valori progressisti più degli Usa? Che questi stessi hanno offerto più opportunità ai cercatori di fortuna rispetto agli altri paesi del mondo? E infine la menzogna più plateale: “La potenza americana ha reso possibile una pace straordinariamente lunga”. Certo, a parte le guerre scatenate in tutti i continenti, dalla Corea all’Iran, a parte le politiche del caos creativo, dello smembramento, della destabilizzazione persino in Europa, della guerra di classe contro i lavoratori e i migranti. Secondo alcuni calcoli accettabili solo le guerre, frutto della politica statunitense, dalla fine della Seconda guerra mondiale avrebbero prodotto 40 milioni di morti, senza tenere conto dei morti per sanzioni, per spoliazione delle risorse, dei feriti, dei mutilati, di coloro che sono stati costretti a emigrare. Si può dire che certamente gli Usa hanno aggredito solo quei paesi che non erano in grado di reagire vigorosamente come sta facendo adesso l’Iran e neppure in questo caso sono stati capaci di vincere, e che non hanno scatenato la guerra con l’Unione sovietica, benché l’abbiano costantemente provocata.
Al punto diciassette del Manifesto si afferma che "la Silicon Valley deve svolgere un ruolo importante nell'affrontare la criminalità violenta", ribadendo con forza l’uso della violenza contro chi è percepito come criminale, vedi il tragico caso del popolo palestinese. Ma c’è di più. Come ha fatto Trump con il suo personale consiglio per la pace, la Repubblica tecnologica aspira a mettere apertamente nelle mani dei privati il ruolo coercitivo proprio dello Stato, che tuttavia come sappiamo non è mai stato neutrale, benché fino a qualche decennio fa vigesse una certa autonomia della politica. Stiamo passando dallo Stato minimo direttamente allo Stato privato, che per sua natura non potrà garantire nessun diritto e nessuna tutela, ma solo l’impunità del suo proprietario.
Il punto venti, che sollecita il rispetto verso le credenze religiose, non deve essere inteso come la difesa della libertà di espressione, posizione contraddittoria rispetto a tutti gli altri punti del Manifesto, ma come dichiarazione della necessità di allearsi con il fondamentalismo religioso, sia esso protestante, cattolico, sionista etc. E la ragione è semplice: il fondamentalismo è autoritario, aggressivo, fascista come l’ideologia tecnologica.
Questa consustanzialità, contraddetta dal precedente richiamo al rispetto delle credenze religiose, si evidenzia in maniera illuminante al punto ventuno che distingue tra culture che hanno generato progressi vitali e culture che sono disfunzionali e regressive, come sempre hanno sostenuto gli ideologi degli imperi coloniali.
I contenuti del Manifesto sollecitano la riflessione su tutta una serie di questioni importantissime a proposito del sistema capitalistico e della sua evoluzione. Secondo alcuni saremmo dinanzi ad una rottura abissale tra la fase attuale, incarnata nella figura di Trump, e le fasi capitalistiche precedenti (neo-keynesismo, neoliberalismo) e da questa lettura ricavano la speranza di tornare alla fase precedente, ossia al cosiddetto capitalismo umano. Questa stessa impostazione si è già adottata quando negli anni ’60 si cominciò a parlare di società postindustriale contrapposta alla precedente società industriale.
Dal mio punto di vista ovviamente è innegabile che negli ultimi decenni ci siano state radicali trasformazioni, ma queste si sono realizzate in una continuità di fondo e sono state il frutto esplosivo delle contraddizioni inerenti al sistema capitalistico, come per esempio la deindustrializzazione, scelta per diminuire i costi del lavoro e, in alcuni casi, per trovare lavoratori qualificati e disciplinati. Mutatis mutandis, siamo di fronte a uno scenario simile a quello descritto con dovizia di osservazioni da Georgy Lukács nel suo celebre volume La distruzione della ragione (1959, ed. italiana), nel quale egli delinea l’insorgere e consolidarsi dei regimi nazi-fascisti alimentati da un’ampia letteratura filosofica, che riflette drammaticamente sulla contemporanea crisi dell’imperialismo e sull’ineludibile minaccia per esso rappresentata dalle altre potenze ostili e dalla massa dei lavoratori.
Questi regimi non avevano a disposizione i raffinati mezzi di sorveglianza, di manipolazione e di controllo di quelli di cui è dotato il capitalismo digitale, ma usavano a man bassa tutti quelli a loro disposizione come la radio, il cinema, i grandiosi rituali pubblici e i vari apparati di Stato (la cultura, l’educazione e alla fine anche l’ozio). In effetti, la grande svolta si è avuta quando la mercificazione non ha riguardato più solo il lavoro e la produzione di beni essenziali alla riproduzione della società, ma ha invaso tutta la vita quotidiana e il tempo libero, ottenendo con l’industria culturale la trasformazione di quest’ultimo in plusvalore.
In questo senso, dissento da Akrawi (ma anche da Michel Foucault che però si riferiva ad un’altra epoca), per il quale col capitalismo digitale il controllo diventa interno, in quanto siamo noi stessi che mettiamo in opera questi sistemi di controllo che abbiamo introiettato attraverso l’impiego degli strumenti digitali, governati da algoritmi a noi sconosciuti. A mio parere ogni sistema di potere ha cercato di essere interiorizzato, ovviamente con i mezzi che aveva a disposizione e che avevano una notevole efficacia, anche perché le condizioni di vita errano diverse. Del resto, la parola propaganda ha circa 500 anni, il libro I Persuasori occulti di Vance Packard, dedicato allo studio della manipolazione psicologica attraverso la pubblicità, è stato pubblicato nel 1957, già Sigmund Freud ne La interpretazione dei sogni (1899) si occupa della persuasione subliminale etc. Gli esempi potrebbero essere infiniti per dimostrare che, come già si diceva, gli strumenti coercitivi sono essenziali, ma non possono sostituire il consenso frutto della persuasione, del controllo occulto e dell’identificazione della vittima inconsapevole con il suo carnefice. Risultati che si possono ottenere con mezzi differenti e la cui efficacia dipende dalle circostanze storiche del contesto. Oggi, per esempio, le scomuniche della Chiesa cattolica non avrebbero grandi effetti ed è per questo che si astiene dal proclamarle.
Concludendo, la tecnologia non è neutrale, può essere elaborata per finalità diverse da quelle che impone il capitalismo digitale, per esempio per alimentare l’eguaglianza, non per favorire la gerarchia. Se strappata al possesso della nuova destra transnazionale, potrebbe liberare l’uomo dal lavoro alienato, potrebbe riorganizzare la produzione per soddisfare le esigenze di tutti, potrebbe fare del lavoro un’attività interessante e autotrasformativa. Il primo passo in questo senso è l’abolizione della proprietà privata delle piattaforme digitali. Purtroppo, per autogiustificarsi l’aristocratica Repubblica digitale ha bisogno del pensiero reazionario per riaffermare la sua mai appagata “volontà di potenza”, il quale del resto illustra bene i suoi obiettivi.
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