La prima risposta di Teheran al «D-Day economico» minacciato da Trump
L'Iran ha risposto con durezza all'annuncio del presidente statunitense, Donald Trump, su una presunta «operazione economica più devastante» contro il paese persiano. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito il cosiddetto «D-Day economico» come una manovra volta a distogliere l'attenzione dalla crisi che, secondo quanto da lui affermato, sta attraversando gli Stati Uniti, caratterizzata da un debito senza precedenti e dall'aumento dei costi degli interessi.
«Raddoppiare le politiche fallimentari porterà solo ulteriori sconfitte e l'ostilità degli iraniani», ha avvertito Araghchi. Inoltre, ha denunciato che il «terrorismo economico» statunitense minaccia non solo l'Iran, ma anche l'economia mondiale e la sovranità di altri paesi.
Le dichiarazioni del ministro iraniano giungono in un momento di crescente tensione tra le due capitali, con Teheran che ha ripetutamente respinto le pressioni economiche di Washington, sostenendo di poter resistere alle sanzioni grazie alla propria resilienza economica e ai legami commerciali con paesi come Cina e Russia.
Mercoledì Trump ha annunciato una nuova offensiva economica contro Teheran, dopo aver assicurato che l'Iran non ha colto le opportunità offerte per raggiungere un accordo. Il presidente ha promesso una «guerra economica» e un «isolamento senza precedenti», lanciando inoltre un monito ai paesi terzi. Il presidente statunitense ha affermato che qualsiasi nazione le cui istituzioni finanziarie, aziende, aeroporti o enti governativi aiutino l'Iran a eludere le sanzioni dovrà affrontare «enormi conseguenze economiche».
Il contesto dello scontro economico
Le sanzioni statunitensi contro l'Iran hanno già avuto un impatto significativo sull'economia iraniana, limitando le esportazioni di petrolio e l'accesso ai mercati finanziari internazionali. Tuttavia, Teheran ha sviluppato una rete di scambi commerciali alternativi e ha accelerato i propri sforzi per ridurre la dipendenza dal dollaro, cercando di mitigare gli effetti del cosiddetto «terrorismo economico» statunitense.


