La fine del cosiddetto pacifismo istituzionale

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La fine del cosiddetto pacifismo istituzionale

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La pace, il diritto, la realtà e l’umano intervento, non sono questioni semplici da trattare e ricette precostituite o luoghi comuni (perché tali sono) come quelli della nonviolenza, non sono di aiuto a comprendere i profondi cambiamenti che attraversano il Globo.
 
Anche senza possedere competenze giuridiche, risulta difficile non condividere la affermazione che il diritto internazionale si identifichi con il diritto del più forte, il cui libero arbitrio diventa la legge alla quale uniformarsi.
 
La convivenza pacifica incarnata dallo Stato moderno entra in definitiva crisi con l’avvento dell’imperialismo, ammesso poi che pace ci sia stata. E la nozione leninista di imperialismo, pur con qualche aggiornamento indispensabile, resta la lettura critica della realtà migliore fino ad oggi sviluppatasi (nascita e sviluppo dei monopoli detentori del potere economico, fusione di capitale bancario e industriale dando vita ad un'oligarchia finanziaria che fa il bello e il cattivo tempo,  circolazione e contrazione dei capitali a prevalere sul classico scambio delle merci fino alla nascita di potenze regionali, satrapie, legate all’ “impero” dominante). Attenzione: parliamo di imperialismo e non di impero nella nozione negriana del termine.
 
Se un tempo lo Stato emanava leggi da rispettare e applicare, oggi sono proprio le leggi non scritte a farla da padrone con lo stesso diritto internazionale ridotto ai voleri Usa che, nelle Nazioni Unite, attraverso le politiche di veto e la minaccia di definanziamento, impongono decisioni o evitano la condanna di paesi alleati (Israele).
 
Per far valere il diritto serve anche la ribellione o la disobbedienza, ad esempio quella del Primo ministro spagnolo Sanchez che senza essere rivoluzionario ha ricordato al Parlamento Spagnolo e alla Ue come la sola posizione sostenibile sia quella di rifiutare la ennesima guerra e con essa anche la concessione delle basi e degli spazi aerei nazionali senza nascondersi dietro trattati di sorta.  
 
Non è, il nostro, un ragionamento in punta di diritto o di natura filosofica ma piuttosto la mera constatazione che un ordine internazionale nasce da equilibri che la cieca obbedienza agli Usa (ai quali va stretta anche la Alleanza Atlantica) distrugge invece sul nascere. Questa guerra nasce a tutela di due paesi perennemente in conflitto, Usa e Israele, il ricorso alla stessa è anche utile ai due leaders nazionali per evitare o guai giudiziari o di rispondere al proprio elettorato.
 
Allora il cosiddetto equilibrio internazionale è figlio di una stagione politica e storica archiviata e, proprio per non tornare a quella situazione, il ricorso sistematico alla guerra mira ad indebolire Cina ed Ue allontanando lo spettro di un mondo multipolare
 
Sono lontani i tempi della guerra giusta, quella del 1991, con la risoluzione dell’ONU n. 678, con cui si attaccò l’Iraq contestando a Saddam Hussein la costruzione di bombe che presto si dimostrarono inesistenti, allora ci fu il pacifismo istituzionale alla Bobbio che condusse la sinistra a sostenere le guerre sotto l’egida dell’Onu prima e della Nato poi. E probabilmente un leader come Sanchez non si sarebbe sottratto a quella missione internazionale di guerra funzionale al nuovo ordine mondiale sotto l’egida statunitense. Ma oggi gli equilibri sono cambiati radicalmente anche se in troppi continuano a ragionare con le categorie di quasi 30 o 35 anni fa.
 
Se ai nostri giorni dovessimo usare la forza contro un “cattivo” assoluto lo dovremmo fare rispetto a Usa e Israele che invece sono i detentori del monopolio della forza.
 
E quindi non è solo in crisi, irreversibile, il pacifismo istituzionale ma anche quello etico ritenendo l’Occidente culla della civiltà, della democrazia con tutte le leggi liberticide in via di approvazione nei Parlamenti nazionali.
 
La crisi dell’Onu, il carattere non indispensabile della Nato sono sotto i nostri occhi come il mondo multipolare, da qui appare debole e destinata all’insuccesso la stessa idea di organizzare un sistema di difesa sovranazionale propria di quel pacifismo istituzionale oggi senza argomenti, perfino incapace di dire no all’utilizzo dei propri territori per le guerre di Trump. Il rifiuto delle basi da parte della Spagna stride con l’imbarazzo italiano che ha dovuto rifiutare la base di Sigonella davanti a una stampa nazionale che da giorni chiedeva lumi sull’argomento, un diniego seguito da ossequiosi dichiarazioni di fedeltà agli Usa.
I comandi militari statunitensi possono utilizzare le basi italiane  per operazioni sul teatro iraniano , devono solo avere l'assenso del Governo che a sua volta ne risponderà in Parlamento se e quando vorrà visto che questo passaggio non è obbligatorio pur venendo giudicato opportuno e consigliabile.
 
Tuttavia, in tempi nei quali un conflitto bellico cancella in poche ore gli sforzi economici di un anno, atteggiamenti tanto passivi verso i fautori delle guerre che indeboliscono la Ue non sarebbe ammissibile specie per governi che si dicevano sovranisti. E per questa ragione atteggiamenti risoluti ma in sostanza moderati come quello di Sanchez appaiono atti rivoluzionari soprattutto se confrontati con le dichiarazioni di certi ministri di casa nostra.

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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