Il voto è sovrano? In Germania, a quanto pare, non sempre

Quando il popolo vota "male", scatta il piano B: la democrazia funziona solo se produce i risultati giusti?

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Il voto è sovrano? In Germania, a quanto pare, non sempre

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A poco più di una settimana dal voto in Sassonia-Anhalt, il partito Alternativa per la Germania vola oltre il 40% nei sondaggi, più del doppio rispetto alla CDU del premier regionale Sven Schulze. La regione dell'est, ex DDR, si prepara a una possibile svolta storica: per la prima volta un partito giudicato "non presentabile" dalla classe politica potrebbe conquistare la guida di un Land tedesco.

Ma c'è un aspetto che trasforma questa tornata elettorale da resoconto di cronaca politica a caso inquietante. Secondo quanto anticipato da Politico, l'establishment tedesco starebbe già predisponendo un arsenale di misure straordinarie per neutralizzare un eventuale governo dell'AfD, impedendogli di fatto di esercitare il proprio mandato popolare. Non si tratta di contrapporre programmi o di sottoporre leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla di esclusione dai tavoli decisionali su temi sensibili, di muri informativi per negare l'accesso a dossier cruciali a ministri legittimamente eletti, persino di sospensione o riduzione dei fondi della perequazione federale.

La Sassonia-Anhalt riceve ogni anno quasi tre miliardi di euro dalla perequazione fiscale, pari a un quinto del suo bilancio. La minaccia, evocata senza troppi giri di parole, è quella di tagliare quei fondi per rendere la gestione difficoltosa a un esecutivo sgradito. Il ministro delle Finanze del Baden-Württemberg ha ricordato quasi con sprezzo che il sistema è ancorato alla Costituzione, come se bastasse un articolo a mascherare l'intento politico di soffocare finanziariamente una regione ribelle.

Il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno. Un professore emerito di diritto costituzionale ammette che l'idea di escludere i rappresentanti della Sassonia-Anhalt dalle riunioni su temi delicati è "perfettamente concepibile", salvo poi chiedersi se i tribunali la tollererebbero. Ed è proprio questo il punto: si ragiona su ciò che si può fare, non su ciò che è giusto fare.

Il deputato dell'AfD Stephan Kotre, interpellato dal quotidiano russo Izvestia, denuncia che i servizi di intelligence interni, operanti sotto la guida del governo, vengono sempre più utilizzati come strumenti politici per sorvegliare, colpire e screditare pubblicamente l'Alternativa. Il Bundesamt für Verfassungsschutz ha già riconosciuto nel 2023 la sezione della Sassonia-Anhalt come di estrema destra, ampliando il ventaglio di strumenti di controllo. Nelle parole di Kotre, i partiti al potere cercano di preservare la propria egemonia politica, impedendo una concorrenza leale con una forza che critica apertamente la politica migratoria, energetica ed economica di Berlino.

Evgenij Schmidt, ex deputato dell'AfD al Bundestag, aggiunge che nei media è in corso una campagna sistematica di delegittimazione, i servizi di controspionaggio infiltrano informatori e pubblicano rapporti falsi. Diversi candidati sono stati esclusi dalle elezioni per cariche comunali senza spiegazioni, tre persone sono state espulse dal partito senza motivo apparente.

Le autorità tedesche, dal canto loro, rispondono che i controlli sui candidati sono necessari per rispettare la legge fondamentale e che l'attività dei servizi di protezione della Costituzione è diretta contro l'estremismo, non contro avversari politici. Ma ciò che appare sempre più evidente è che la democrazia viene tollerata finché produce i risultati ritenuti giusti da chi è al potere. Quando il popolo vota nella direzione ritenuta sbagliata, scatta il piano B: l'assedio istituzionale.

La campagna elettorale si è ulteriormente inasprita con le dichiarazioni di Friedrich Merz. Il cancelliere, in un'intervista televisiva del 30 agosto, ha avvertito che un'affermazione dell'AfD potrebbe danneggiare l'attrattività della Sassonia-Anhalt per gli investitori e allontanare il business internazionale, una minaccia che suona come un ricatto più che come un argomento politico.

I sondaggi danno l'AfD al 40-42% contro il 22-23% della CDU. La Sinistra (Linke) è all'11-13%, la SPD all'8-9%, i Verdi al 5-6% sul filo del rasoio. L'alleanza di Sahra Wagenknecht e i Liberali rischiano di non entrare nel parlamento regionale. Se l'AfD dovesse ottenere il 43% dei voti, secondo Schmidt potrebbe puntare a formare un proprio governo. E anche se questo risultato non bastasse per governare, un primo posto in sé rappresenterebbe un segnale politico potentissimo: la strategia tradizionale dell'isolamento totale si troverebbe davanti a un serio banco di prova.

Le ragioni del successo dell'AfD affondano in un terreno molto più vasto. La Sassonia-Anhalt è uno dei territori più fragili dell'ex Germania Est, dove le ferite della deindustrializzazione, del declino demografico e del divario economico con l'Ovest restano aperte. Dall'unificazione del 1990, la popolazione del Land è crollata da 2,87 milioni a 2,12 milioni, una perdita di oltre 754 mila residenti, il 26%. I giovani se ne vanno verso le regioni occidentali, le fabbriche chiudono, la base economica si indebolisce. Oggi nella Sassonia-Anhalt sopravvivono solo tre aziende con un fatturato annuo superiore al miliardo di euro.

Il colpo più duro è arrivato con l'abbandono delle fonti energetiche russe. Nel 2025 le imprese tedesche hanno pagato l'energia industriale tra i 20 e i 22 centesimi al chilowattora, quasi il doppio rispetto al periodo pre-crisi. L'economia tedesca arranca da due anni sull'orlo della stagnazione, i disoccupati hanno superato i tre milioni. Per gli elettori della Sassonia-Anhalt il voto all'AfD non è tanto una scelta ideologica, quanto una forma di protesta contro un ceto politico che non ha saputo garantire sviluppo e benessere.

Il politologo Alexander Rahr osserva che milioni di tedeschi sostengono l'AfD non per simpatia verso posizioni radicali, ma perché non si fidano più dei partiti di sistema, la CDU, la CSU, la SPD, i Verdi, la Sinistra. Paradossalmente, sono proprio queste forze a voler mantenere il cordone sanitario attorno all'Alternativa, pronte a coalizzarsi pur di tenerla lontana dal potere. Come se il problema fosse l'AfD, e non il fatto che gli elettori abbiano smesso di credere a chi li governa.

Il caso tedesco è la cartina al tornasole di ciò che è realmente l'Unione Europea: non un'alleanza tra popoli liberi, ma una macchina neoliberista e tecnocratica che considera il voto popolare un incidente di percorso, da correggere con ogni mezzo purché costituzionalmente plausibile. Per decenni Bruxelles ha impartito lezioni di buona governance ai Paesi del Sud, predicando austerità, rispetto dei parametri, democrazia. Ma quando il vento gira, quando i cittadini osano votare contro il pensiero unico, scatta l'assedio istituzionale.

L'articolo 37 della Legge Fondamentale tedesca, evocato come base legale per una possibile coercizione federale, non è mai stato applicato in 75 anni di storia della Repubblica. Eppure lo si agita come uno spauracchio. Perché? Perché il potere non tollera concorrenza. Perché l'ortodossia europea ha bisogno di governi docili, disposti a obbedire agli ordini di Berlino e Bruxelles, a mantenere frontiere aperte agli interessi delle multinazionali ma chiuse alla sovranità popolare.

Le elezioni in Sassonia-Anhalt vanno molto oltre i confini di un singolo Land. Il loro esito mostrerà non solo il reale consenso dell'AfD, ma anche la capacità del sistema politico tedesco di rispondere alla crescente domanda di alternativa. Se la destra dovesse consolidare un risultato storico, la pressione su Berlino si farebbe inevitabilmente più forte e il dibattito sulla partecipazione dell'AfD al governo diventerebbe il tema centrale della politica nazionale molto prima delle prossime elezioni federali.

La domanda che resta sospesa è semplice e inquietante: se un partito vince le elezioni, deve poter governare? O la democrazia è tale soltanto quando produce i risultati previsti dalle èlite al governo? La risposta che arriva dalla Germania, cuore pulsante dell'Europa, non è rassicurante per chi crede ancora nella cosiddetta democrazia liberale.

 

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