Il mito infranto dell'Egemone: come l'Iran ha smascherato l'invincibilità occidentale
di Saverio W. Pechar
In guerra, l’errore più grande che si possa commettere consiste nel sottovalutare il nemico; il secondo errore più grande, nel sopravvalutarlo. Orbene, i fatti hanno appena provveduto a dimostrare in maniera inappellabile come proprio questo secondo errore abbia inficiato l’analisi dei rapporti di forza tra l’Egemone ed il resto del globo nell’ultimo trentennio, o per meglio dire va dato atto all’Egemone di aver saputo costruire una narrazione incentrata sulla propria onnipotenza la cui pervasività ha permeato i propri avversari reali o potenziali ad ogni livello, convertendosi in una sorta di vox populi: chi scrive, cresciuto in un ambiente politico-culturale che, pur schierato su posizioni radicalmente antisioniste, aveva nondimeno introiettato la mitologia dell’invincibilità “israeliana”, ricorda nitidamente il senso di stupore misto ad euforia provato nell’estate del 2006 nell’osservare in mondovisione un pugno di miliziani di Hezbollah dotati di armi leggere e razzi Katyusha (residuati bellici del secondo conflitto mondiale) sconfiggere senza appello l’intero esercito di Tel Aviv. Uno scenario che si è riproposto, elevato all’ennesima potenza, nello scontro appena conclusosi, che ha visto l’Iran infliggere una vera e propria disfatta all’alleanza tra la maggiore potenza mondiale ed uno Stato fallito dotato tuttavia di armi nucleari; un’alleanza che è stata letteralmente «pesata sulle bilance e trovata mancante».
Mentre infatti la cosiddetta “coalizione Epstein” teneva fede al suo soprannome dedicandosi alacremente a massacrare bambini ed a distruggere siti culturali ed archeologici (riflesso dell’abituale pratica sionista di tentare di cancellare il passato degli altri, non possedendone uno proprio), le forze armate di Teheran procedevano alla sistematica demolizione della rete radaristica statunitense installata nelle varie monarchie delle banane mediorientali, mossa propedeutica ad un’incessante offensiva missilistica che da un lato ha per l’ennesima volta sforacchiato in lungo e in largo il sistema di difesa aerea soprannominato (con una notevole dose di autoironia involontaria, come puntualmente rilevato dal ministro degli Esteri Araghchi) “Iron dome”, dall’altro ha costretto marina ed aviazione a stelle e strisce ad operare da basi di partenza sempre più lontane dal teatro delle operazioni, come esemplificato dal caso paradigmatico della portaerei Gerald Ford, bersagliata da un attacco iraniano fatto maldestramente passare per un incendio nella lavanderia e costretta a riparare prima nell’Oceano Indiano, poi a Creta, infine addirittura a Spalato (se la guerra fosse continuata forse sarebbe arrivata in Groenlandia). L’impossibilità di uscire dall’impasse ha infine spinto gli alti strateghi di Washington ad elaborare un cervellotico tentativo di impadronirsi dell’uranio arricchito presumibilmente immagazzinato presso la centrale nucleare di Isfahan, tentativo camuffato da operazione di salvataggio di un fantomatico pilota di caccia abbattuto e conclusasi con un insuccesso a dir poco eclatante, condito dalla perdita di svariati elicotteri ed aerei da combattimento e da trasporto (ma temperato dall’apparizione di un nuovo, mirabolante congegno dal nome immancabilmente hollywoodiano che ha già mandato in soffitta il discombobulator: il «ghost murmur», prossimamente nelle migliori sale).
È del resto proprio sul piano della propaganda, ex fiore all’occhiello del conglomerato anglo-sionista, che il confronto si è rivelato maggiormente impari, avendo Teheran letteralmente inondato il web di contenuti video di pregevole fattura (sicuramente migliore di quelli che nello stesso periodo hanno visto protagonista Mileikowsky detto volgarmente Netanyahu) ed anche piuttosto divertenti, che hanno apportato un contributo non indifferente alla tremenda umiliazione patita dalla “coalizione Epstein”, accanendosi in particolare nel mettere in ridicolo l’alcolizzato ministro della Guerra (persa) di Washington, il mentalmente instabile inquilino della Casa Bianca ed il loro pusillanime burattinaio polacco-israelita.
Terminata (per ora) la fase calda del conflitto essenzialmente a causa dell’esaurimento delle munizioni da parte degli aggressori, il quadro si presenta dunque agli occhi di questi ultimi a dir poco desolante: l’Iran mantiene infatti sostanzialmente intatto il suo formidabile deterrente missilistico ed esercita il controllo totale su un’arteria vitale per il commercio globale come lo stretto di Hormuz, mentre il programma atomico di Teheran non ha subito conseguenze di sorta per il semplice fatto che esso non è purtroppo mai esistito (in quest’ottica, l’assassinio di Khamenei senior potrebbe persino generare delle involontarie ripercussioni positive per il Paese, sotto forma dell’auspicabile abolizione da parte della nuova Guida Suprema del divieto assoluto di costruire ordigni nucleari decretato dal suo defunto genitore); di conseguenza gli Stati Uniti, lungi dal raggiungere anche uno solo degli obiettivi che si prefiggevano al momento dell’attacco, hanno altresì compromesso forse irrimediabilmente la credibilità del loro strumento militare, con conseguenze potenziali che non hanno tardato a manifestarsi ai danni della già fragile psiche del povero Trump, che con ogni probabilità subirà una batosta nelle elezioni di midterm trasformandosi così in una cosiddetta “anatra zoppa” (un aspetto che assume ulteriori connotazioni positive, in quanto storicamente sono sempre stati presidenti deboli a sovrintendere alle più cocenti “ritirate strategiche” dell’Impero, siano essi il Ford della fuga da Saigon o il Biden della fuga da Kabul).
Ancora più imbarazzante la lista dei fallimenti inanellati dal cosiddetto Israele, che ha nell’ordine: ordito il rovesciamento della Repubblica islamica avvalendosi di un vecchio arnese come il figlio dell’ex Scià, popolare in patria tanto quanto potrebbero esserlo Smotrich o Ben-Gvir; lanciato a più riprese droni e missili artatamente attribuiti all’Iran all’indirizzo di Oman, Arabia Saudita, Azerbaigian, Turchia e Cipro nel vano tentativo di trascinarli nel conflitto; sollecitato di volta in volta il sostegno dei mercenari curdi, dei separatisti beluci, dei pirati della Malesia, dei nazisti dell’Illinois per lanciare la tanto sospirata operazione di terra, ricevendo invariabilmente in risposta una nemmeno troppo metaforica pernacchia; invaso ancora una volta il Libano alla ricerca di una facile vittoria soltanto per vedere ancora una volta i suoi carri armati cadere a decine nelle imboscate tese dagli abili combattenti di Hezbollah. Dulcis in fundo, Tel Aviv progettava di approfittare della guerra per far finalmente saltare in aria la moschea di al-Aqsa (i tunnel al di sotto della quale sono stati scavati e verosimilmente minati già all’epoca del primo gabinetto Mileikowsky/Netanyahu, nel 1996-1999), addossandone la responsabilità al solito missile iraniano, per edificare al suo posto il cosiddetto terzo tempio e sacrificarvi la giovenca rossa senza difetti che dovrebbe “accelerare” la venuta del messia (un’eresia che certifica la natura intrinsecamente anti-ebraica del sionismo); fortunatamente, una mancanza di occasioni, di volontà o di autorizzazione ha per il momento impedito anche a tale diabolico piano di essere portato a termine. Il sedicente Stato sionista si è per di più rivelato agli occhi dei suoi abitanti del tutto incapace di provvedere alla loro difesa, con conseguente emigrazione in massa degli stessi: secondo stime prudenti, negli ultimi tre anni almeno 200.000 di essi (in gran parte ebrei “laici”, meno propensi ad accettare gli oneri derivanti dal vivere in un territorio occupato ma non sottomesso) hanno difatti lasciato la Palestina per far ritorno ai loro Paesi di origine; un esodo di dimensioni tali da rendere inevitabile il sospetto che esso incontri il celato favore dell’attuale governo di Tel Aviv (a forte connotazione religiosa), che vi vedrebbe un mezzo per indebolire il proprio avversario interno in vista del previsto redde rationem tra le due anime che lacerano la società “israeliana”. In definitiva, si assiste al paradosso di un’entità politico-religiosa che nutre immutate ambizioni di dominio planetario ma che al contempo si è rivelata incapace, in quasi ottant’anni di esistenza, di emanciparsi in misura anche minima dalla dipendenza economica e militare dall’estero (in massima parte, ma non solo, dagli USA), risultando nei fatti priva di una base industriale degna di questo nome, minata nel settore agricolo dall’ultradecennale pratica dello sradicamento delle colture autoctone a favore di coltivazioni tanto estranee al contesto locale quanto i coloni stessi (con conseguente crescita esponenziale del fabbisogno idrico, prosciugamento delle sorgenti e desertificazione del Paese, teatro ogni anno di incendi sempre più devastanti), ma soprattutto dotata di un esercito che non sa combattere, al punto da costringere oggi Tel Aviv a chiedere l’aiuto delle autorità collaborazioniste di Beirut per disarmare Hezbollah, trovandosi essa nell’impossibilità di sconfiggere con le sue sole forze una semplice milizia oltretutto fortemente indebolita non tanto dalla guerra (vittoriosa) del 2023-2024 quanto dall’interruzione della continuità territoriale dell’asse della Resistenza (capolavoro del compianto generale Soleimani) in seguito alla caduta della Siria nelle mani dei mercenari islamisti filo-occidentali, catastrofe geopolitica che ha spostato all’indietro di almeno un quarto di secolo le lancette della Storia. Né ha naturalmente giovato alla reputazione dell’entità in questione il fatto che il suo primo ministro sia misteriosamente scomparso nel nulla per tutta la durata del conflitto, sostituito come già ricordato da una serie di filmati realizzati (male) con l’intelligenza artificiale.
Sintetizzando, quella a cui abbiamo appena assistito non è la “vittoria totale” di memoria peraltro infausta, nel senso che la bandiera iraniana non sventola su Washington o sulle macerie di Tel Aviv, cionondimeno è una vittoria piena, incontrovertibile ed innegabile, che riflette ed amplifica quella del primo maggio 2022, quando, parafrasando una delle peggiori sciagure mai capitate all’Italia, «sugli spalti del sanzionismo mondiale (leggi green pass) è stata innalzata la bandiera bianca». Un successo per il quale bisogna ringraziare e rendere onore innanzitutto alla straordinaria capacità di resistenza evidenziata dal popolo iraniano, che si è riversato nelle piazze come un sol uomo in difesa della patria in pericolo mettendo a repentaglio la propria vita per proteggere fisicamente le infrastrutture del Paese dai bombardamenti nemici, un coraggio il cui contrasto con le immagini dei coloni sionisti rintanati e morti di paura nei rifugi assume un valore altamente simbolico; in secondo luogo al governo di Teheran, del quale si può pensare e dire ciò che si vuole ma che nell’ora suprema ha saputo dimostrarsi pari al compito; in terzo luogo ad Hezbollah, che si è gettato immediatamente nella mischia assumendosi l’onere della difesa dell’intero Libano (martoriato da quasi cinquant’anni di bombardamenti eppure abbandonato al suo destino dai Quisling di Beirut, cristiano-maroniti e non) ed infliggendo colpi su colpi ad un invasore tanto feroce quanto vigliacco; in quarto luogo alla Resistenza irachena, capace in sole tre settimane di espellere completamente le truppe NATO dal Paese e di ridurre a mal partito quelle statunitensi; in quinto luogo ad Ansarallah, la cui apparente neutralità si è tradotta nei fatti in una pistola puntata alla nuca di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, annullandone qualsiasi velleità interventista; in ultimo luogo, infine, a chiunque abbia apportato il suo piccolo o grande contributo alla causa comune, agli analisti geopolitici, ai gestori e collaboratori dei canali di controinformazione, agli amici de L’Antidiplomatico, a chi si è reso conto che lo scontro epocale in atto riguarda e coinvolge, volente o nolente, ognuno di noi: ci troviamo infatti nel bel mezzo di una guerra di classe globale scatenata da un’élite sovranazionale degenerata contro tutti i popoli del mondo e la cui posta in gioco è altissima, perché deve essere chiaro una volta per tutte che coloro che utilizzano bambini come cavie per esperimenti medici in Italia sono esattamente gli stessi che quei medesimi bambini li vendono a Kiev, li bombardano a Minab, li trucidano a Gaza, li seviziano a Little Saint James (l’isola di Epstein). Del resto, uno dei principali artefici della psicopandemia e delle sue implicazioni vacciniste, Bill Gates, si è beccato la sifilide proprio nel famigerato feudo del pedofilo del Mossad. Tout se tient.
Per concludere, il nemico è ancora potente, ben dotato di mezzi e, soprattutto, completamente privo di scrupoli (elemento che costituisce da sempre il suo principale punto di forza), così come numerosi sono i teatri in cui esso potrebbe passare al contrattacco: abbandonata anche dal Venezuela in seguito al colpo di Stato dello scorso 3 gennaio, Cuba appare difatti allo stremo, mentre in Libano e nello stesso Iran la mattanza potrebbe riprendere da un momento all’altro, a dispetto di qualsiasi cessate il fuoco più o meno imposto da Pechino tramite il suo prestanome pachistano. Ciò nonostante, è possibile che Teheran abbia finalmente piantato il primo chiodo nella bara del disordine unipolare, in quanto al momento attuale gli Stati Uniti, a dispetto del loro bilancio militare stratosferico (che d’altra parte finisce come noto in massima parte nelle tasche di una pletora di appaltatori, intermediari, politici e generali dalle molte decorazioni guadagnate nessuno sa con precisione dove e come), non appaiono più in grado di imporre globalmente la loro volontà tramite la forza, o meglio tramite la credibilità delle loro minacce; si presenta pertanto ancora più impellente l’urgenza di proseguire il lavoro, mettendo al più presto il regime narco-nazista di Zelenskij in condizione di non nuocere e soprattutto riportando lo Stato fantoccio taiwanese sotto il pieno controllo della Repubblica Popolare Cinese. Da domani, quindi, si torna tutti in trincea; però oggi festeggiamo.

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