Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina...
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di Francesco Dall'Aglio
Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina, o riguardo l’Ucraina, proprio mentre i nostri poverelli toccati dal Signore ci raccontano che, per l’ennesima volta ma stavolta davvero, la guerra è vinta e Putin è umiliato e basta solo un piccolissimo sforzo, davvero l’ultimo ultimo. Cosa esattamente stia succedendo e perché, e soprattutto con che tempi, ovviamente non possiamo ancora saperlo, ma è abbastanza chiaro che in certi settori dell’establishment occidentale inizia a serpeggiare un po’ di preoccupazione, perché se la guerra dovesse davvero finire (per magari ricominciare tra cinque anni, per carità) parecchia gente dovrebbe cercarsi un lavoro: tipo la premier danese Mette Fredriksen che proprio stamattina, ospite del Copenhagen Democracy Summit, ha detto che un accordo di pace sarebbe un disastro per l’Europa e che non si può accettare una ?vittoria” (facendo le virgolette con le dita) russa (prenderemmo forse più sul serio il Copenhagen Democracy Summit se letteralmente ogni pagina del suo sito web non contenesse un invito a donare soldi, cifra consigliata 12 € che effettivamente per difendere la democrazia dall’assalto dei regimi autocratici è un affare, foto 1). E se, sempre oggi, un’altra ospite non fosse Chrystia Freeland).
Su tutto aleggia poi il contrasto interno agli USA, coi dem che non vogliono assolutamente mollare l’Ucraina e anzi vogliono aumentare il sostegno e magari arrivare anche allo scontro diretto con la Russia (gestito dall’Europa ovviamente, mica sono scemi) e i repubblicani che vogliono invece chiudere quanto prima (lasciando sempre l’Europa a gestire il contenimento della Russia e soprattutto il riarmo a vantaggio statunitense, anche loro non sono scemi per niente).
E così, nonostante per i nostri picchiatelli Putin barcolli di umiliazione in umiliazione, i leader europei che dicono apertamente che con la Russia bisognerà discutere (non accettarne la resa, attenzione) non si contano nemmeno più. L’ultimo in ordine cronologico è Stubbs, che ha detto che l’Europa deve cominciare negoziati ?indipendenti” (dagli USA, ci par di capire) e che i leader europei (?leader europei” fa abbastanza ridere, ma così si definiscono.
Scusatemi, mi sono svegliato polemico e saputello) stanno discutendo tra loro su chi mandare e su come accordarsi, circostanza confermata ieri anche da Kallas nella sua solita mini-conferenza stampa del mattino, che ha detto che ?prima di discutere con la Russia dobbiamo discutere tra noi”, chiarendo perfettamente la granitica unità d’intenti che si respira a Bruxelles. E che ci sia un po’ di maretta, e che Zelensky non stia facendo molto per rendersi simpatico, lo scrive senza mezzi termini e già quattro giorni fa Politico, che la guerra in Ucraina l’ha sempre benedetto, pubblicando un articolo nel quale Jamie Dettmer ci spiega che i leader europei si sono stancati dei rimproveri e delle lezioni di morale di Zelensky (link 1), e che davvero non è il momento di chiedere ancora, vista la situazione.
Già, Zelensky. Esattamente nel momento in cui NABU e SAP, le agenzie anticorruzione ucraine, bloccavano Bankova per perquisizioni notturne ai danni di Yermak, sospettato di ulteriori corruzioni, Tucker Carlson mandava in onda l’intervista da lui fatta a Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelenski nella quale, per sintetizzare, il presidente ucraino è accusato di essere un cocainomane corrotto che chiedeva ai suoi collaboratori livelli di propaganda ?in stile Goebbels” per rialzare il suo indice di gradimento che nel 2020 era piuttosto pericolante (e non sono le cose peggiori che Mendel ha detto). Certo, Mendel ha i suoi motivi per avercela con Zelensky e non ha fornito alcuna prova di quanto afferma, ma proviamo a immaginare per un momento come sarebbe stata trattata la notizia se fosse stato l’ex portavoce del Cremlino ad andare in televisione facendo affermazioni del genere su Putin.
La lotta dem-rep si può agevolmente seguire sui giornali ed è molto istruttiva, e chiarisce subito con chi vuole fare la guerra ciascuno dei due schieramenti (perché la guerra la vogliono fare tutti, state tranquilli). Il 10 maggio il Wall Street Journal si chiede se l'Ucraina non abbia "invertito la corrente russa” (link 2), come provato dal fatto che la parata è stata in tono minore e soprattutto dal fatto che l’Ucraina ha intensificato gli attacchi a lungo raggio, cosa che ovviamente porterà alla resa per cui bisogna intensificare l'assistenza militare (sarebbe interessante sapere come mai gli attacchi russi a lungo raggio, con armi più distruttive ed effetti peggiori, non hanno portato alla resa dell’Ucraina ma gli attacchi ucraini immancabilmente porteranno alla resa della Russia, ma sarebbe evidentemente chiedere troppo). Dello stesso parere Hamish de Bretton-Gordon (quello che nei tempi eroici del pre-offensiva 2023 scrisse tutto felice che ?i coscritti di Putin” sarebbero stati devastati dall’apparizione sul campo di battaglia dei poderosi Challenger britannici, e si è visto come è andata) che sul Telegraph, dove scrive di solito, sentenzia che ?Putin è a terra ed è ora di prenderlo a calci”, per cui l’Occidente deve aumentare il sostegno a Zelensky (link 3. Ok, HBG non è statunitense, ma il suo articolo ci stava bene qui per cui ce l’ho messo, e poi lui è assimilabile a un dem, diciamo).
Di diverso avviso, come sappiamo, i repubblicani e i neocon che come sempre sono più sottili nel loro discorso. Ovviamente non scrivono che bisogna disimpegnarsi in Ucraina, per carità: si limitano a sottolineare quanto è complicata la situazione per gli USA e a richiamare l’attenzione al nemico vero, ovvero la Cina. E così Robert Kagan su The Atlantic scrive ex abrupto che la campagna militare in Iran è un disastro irrimediabile (link 4). Lo fa, certamente, anche per salvarsi il sedere visto che lui è uno di quelli che aveva sempre sognato una guerra da quelle parti e ha paura che qualcuno venga a chiedergli spiegazioni, ma anche per richiamare l’attenzione sul fatto che il disastro iraniano rischia di compromettere la posizione statunitense nei riguardi della Cina. Ieri, infine, Max Boot (è veramente il suo nome), un altro di quelli che le guerre in Medio Oriente le ha sempre amate, ha intervistato sul Washington Post John Culver ed entrambi hanno convenuto che gli USA si devono dare una svegliata, perché la Cina li sta sorpassando in campo militare (link 5).
Ora naturalmente tutto questo non significa che siamo vicini alla conclusione del conflitto. Pareva lo fossimo anche nel 2022 e si è visto come è andata. Ma non siamo più nel 2022, e non c’è solo la Russia di mezzo, ci sono l’Iran e, appunto, la Cina, e disarticolare questo triangolo sta diventando sempre più impellente. L’idea di farli fuori uno dopo l’altro non sta funzionando, quindi si deve cercare di separarli, di allettarli, di assorbirli. E se continua la guerra in Ucraina (e in Iran, naturalmente) la cosa diventa sempre più difficile, perché di questo passo si rischia un conflitto aperto con tutti e tre. A Washington si stanno probabilmente rendendo conto che forse non è il caso, a Riga ancora ci devono arrivare ma per fortuna non comandano loro.


