Europa periferica tra Stati Uniti e Cina: il declino di un modello
l modello neoliberista europeo mostra tutti i suoi limiti mentre il mondo si riorganizza
L’Europa attraversa una fase storica che mette a nudo tutte le contraddizioni del suo modello. Non si tratta semplicemente di una difficoltà congiunturale, ma del risultato di decenni di scelte politiche ispirate a un’impostazione neoliberista che ha progressivamente svuotato il continente della sua autonomia economica e strategica. In questo scenario, la questione dei rapporti con la Cina non è che uno dei sintomi più evidenti di un problema più profondo.
Mentre potenze come quella guidata da Xi Jinping portano avanti politiche industriali coerenti, pianificate e orientate al lungo periodo, l’Unione europea continua a muoversi senza una visione chiara, prigioniera di regole che privilegiano il mercato a scapito della sovranità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: perdita di competitività, deindustrializzazione e crescente dipendenza da attori esterni.
Il caso dei rapporti economici con la Cina è emblematico a tal proposito. Da un lato Bruxelles parla di difesa industriale, dall’altro permette un’apertura indiscriminata dei mercati senza strumenti adeguati di protezione e sviluppo interno. Questa ambiguità non è casuale, ma deriva da un’impostazione ideologica che ha rinunciato alla pianificazione strategica, lasciando che siano le dinamiche globali a determinare il destino dell’economia europea.
In questo contesto, i viaggi diplomatici di leader come Pedro Sánchez a Pechino assumono un significato particolare, come riporta Politico. Non sono il segno di una strategia condivisa, ma piuttosto il tentativo dei singoli Stati di compensare, in ordine sparso, le carenze di un’Unione profondamente in ambasce.
A rendere ancora più fragile questa situazione è la persistente subordinazione geopolitica agli Stati Uniti, anche se adesso assistiamo a uno smarecamento tattico da Trump. L’Europa continua a seguire una linea atlantista anche quando questa si rivela apertamente dannosa per i suoi interessi economici. Le politiche commerciali aggressive di Washington e le tensioni internazionali generate da questa postura hanno avuto ripercussioni dirette sull’economia europea, senza che Bruxelles fosse in grado di reagire con autonomia.
Un esempio evidente è rappresentato dal rapporto con la Russia. La scelta di adottare una linea rigidamente conflittuale, alimentata da una russofobia ormai strutturale, ha prodotto effetti pesanti sul sistema economico europeo, in particolare sul costo dell’energia e sulla competitività industriale. L’illusione di poter infliggere una sconfitta strategica a Mosca si è tradotta, nei fatti, in un autogol per l’Europa, che ha visto ridursi i propri margini di manovra e aumentare la propria vulnerabilità.
Invece di perseguire una politica estera autonoma e pragmatica, capace di bilanciare interessi economici e stabilità geopolitica, l’Unione ha scelto di allinearsi a strategie esterne, rinunciando a svolgere un ruolo attivo nella costruzione di un ordine multipolare. Questo ha rafforzato la percezione di un’Europa incapace di agire come polo indipendente, sempre più marginale nei grandi equilibri globali.
Nel frattempo, il mondo si muove in una direzione diversa. L’integrazione eurasiatica, i nuovi corridoi commerciali e le alleanze emergenti stanno ridisegnando la geografia economica globale. In questo contesto, continuare a guardare esclusivamente verso un Occidente in declino significa per l’Europa autoescludersi da dinamiche di crescita e cooperazione che potrebbero invece rilanciarne il ruolo.
La vera alternativa non è tra apertura e chiusura, ma tra dipendenza e autonomia. Un’Europa capace di ripensare il proprio modello economico potrebbe trovare nella cooperazione con l’Eurasia una via per uscire dalla stagnazione, recuperando centralità e capacità di iniziativa. Questo richiederebbe però una rottura con i dogmi neoliberisti che hanno guidato le politiche degli ultimi decenni.
La traiettoria della Cina, così come emerge anche dalle analisi riportate da Politico, non è quella di una potenza improvvisata o priva di direzione, ma di un attore che ha costruito nel tempo una strategia industriale e geopolitica coerente, capace di trasformare la propria crescita economica in leva di influenza globale. Mentre Pechino rafforza il proprio posizionamento attraverso politiche industriali mirate e una visione di lungo periodo, l’Europa continua invece a muoversi in modo frammentato, incapace di definire una risposta autonoma e finendo spesso per reagire più che agire.
È proprio questo divario di approccio a rendere evidente la debolezza strutturale dell’Unione europea: da un lato una potenza che pianifica e consolida, dall’altro un insieme di Stati vincolati da regole interne rigide e da un impianto economico che limita la possibilità di intervento strategico.

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