Decisioni eterodirette. L'implicito consenso dei governati nella post-democrazia

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Decisioni eterodirette. L'implicito consenso dei governati nella post-democrazia

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di Giuseppe Giannini

All'indomani del voto referendario si sprecano le interpretazioni degli addetti ai lavori. Come ogni volta, accade che le possibili soluzioni, intese come vie di uscita dalla stasi elettorale, siano insufficienti. Lo scollamento che si è determinato tra i vertici e la base è irrecuperabile.

Pur distinguendo la delega in bianco data ai partiti dalle forme di partecipazione democratica, che vedono nei referendum una eventualità, in questo caso emanazione diretta del dettato costituzionale (art. 75), le valutazioni ex post rimangono deficitarie di qualche elemento da considerare. Ci soffermiamo su alcuni punti, tralasciandone altri, da troppo tempo.

C'è un dato di fatto, anzi più di uno: in Italia le percentuali per vincere le elezioni (e l'astensionismo) si aggirano, da oltre dieci anni, intorno al 50%. Vuol dire che l'altra metà della popolazione, a causa di una serie di motivi, non vuole rendersi complice di un sistema autoreferenziale, che riproduce ed amplifica vecchie gerarchie, sporcate da clientelismi e malaffare.

Infiltrazioni criminali, incompetenze, e sudditanze locali e sovranazionali, sono fra gli aspetti che indignano quella parte della popolazione che crede nella questione morale, ma che convivono con la stagione giustizialista mai veramente tramontata. E che fa il pari con il berlusconismo addentrato nella società come un morbo ancora da sanare, ma anche con il suo anti, che in nome della legalità, di una lotta tutta interna ad un sistema istituzionale già impoverito dalla cessione di funzioni e prerogative appaltate a vertici internazionali e subappaltate al privato, è diventato il verbo accentuato e postclassista di una determinata parte politica indottrinata, nonostante il crollo delle ideologie storiche. Ed è proprio l'assenza della visione interclassista, depurata dalla dimensione sociale e politica, quella che fa la differenza. In Italia come altrove il voto di protesta non trova più referenti istituzionali credibili.

Così, la maggior parte di coloro che votano scelgono le destre (d'altro canto siamo sempre stati un Paese profondamente conservatore), che fanno leva sullo scontro tra ultimi e penultimi – i migranti e la sicurezza, i garantiti ed i precari -  al fine di spostare l'attenzione – la cronaca nera, ma anche il gossip e la mitizzazione dei campioni dello sport - su temi laterali per rimuovere, appunto, la questione sociale dal pensiero delle masse sulla via della proletarizzazione. Il qualunquismo dei sudditi convive con il sostegno alla stessa classe dirigente trasversale, che fa del privilegio l'arma con cui ricattare ed indurre all'ambizione i sottoposti. Ora, il pensiero liberal-progressista, con i suoi partiti, organi di (dis)informazione ed apparati, non è in grado di elaborare il lutto.

I commentatori di tale area ci spiegano che il voto del centro delle città è diverso da quello proveniente dalle periferie, e così avviene se il voto è espressione del meridione rispetto al nord. Un dato di fatto, inequivocabile, evidenzia come, aver lasciato gli hinterland alla marginalità,  quale effetto principale dei tagli alle politiche pubbliche e della gentrificazione degli spazi sociali, insieme allo smantellamento dei servizi finanziati dal welfare – politiche abitative, lavoro, sanità, riconoscimento dei diritti – rispecchia in pieno l'aderenza al neoliberismo che ricade come un macigno sulle masse impoverite ed incattivite. Il che è percepibile nelle banlieu francesi oppure  nelle aree interne, desolate, di tante città e nazioni dell'Europa occidentale abbandonate alla speculazione edilizia, turistica, ed al ricatto di un lavoro precario. C'è poi una questione di fondo, propedeutica alla spoliticizzazione massificata. Che fa leva sulla distrazione collettiva accentuata dai media e su cui si basa, mai come adesso, il potere sistemico, per controllare, disciplinare, asservire i sudditi. Il fenomeno dei populismi, che oggi ha riattivato i partiti reazionari, è figlio di entrambi questi aspetti, tra loro complementari:  la fine del ruolo di mediazione della politica ufficiale e con essa del riformismo; il brain washing, che, nonostante le sollecitazioni culturali provenienti sin dal Novecento – Quarto Potere di Orson Welles (1941), Quinto Potere di Sidney Lumet (1976), 1984 di George Orwell (1948) ecc. - mettendo contro tutti fa perno sull'imbarbarimento per tenere salde le redini del potere.

La classe dirigente sa benissimo che nell'era della tecnopolitica, dove la comunicazione acquisisce un ruolo fondamentale nella progettazione sociale, diventa ancora più attuale l'espressione  " Il medium è il messaggio" . Qualcuno dirà che già in passato la volontà popolare è stata tradita, pensiamo al referendum sull'acqua pubblica, e che recentemente, come avvenuto in Francia o in Romania, le scelte elettorali sono state, per usare un eufemismo, calpestate.

Quindi che senso ha andare a votare se poi i poteri che contano se ne fregano di come si esprime il popolo? E' l'eterodirezione di chi decide, basti vedere a quanto accade nel mondo, dove malgrado proteste oceaniche contro le politiche di guerra, i governi vanno avanti cocciutamente e pericolosamente per la loro strada.

Ferma restando la critica verso partiti e sindacati immischiati con questa gestione sistemica, il mancato raggiungimento del quorum (che richiama anche l'opportunità di eliminarlo vista la tradizione snobbistica di partiti che vogliono cittadini poco partecipi, e soprattutto la media bassa registrata nelle occasioni del voto politico nazionale)  rappresenta un'occasione persa, che bisognava sfruttare, almeno per far sentire la voce dissenziente e non allineata. Il protagonismo cosciente di un popolo, perchè in questo caso i quesiti andavano oltre la stretta appartenenza di status, riguardando un probabile futuro diverso, sacrificato dall'apatia.

Evidentemente la possibilità di avere un lavoro certo e sicuro, di evitare gli abusi e gli incidenti, ma anche il riconoscimento di persone che vivono insieme a noi, sono argomenti  superati, nel senso che non interessano a chi è già andato oltre (e sono tanti!), essendo abituato a convivere forzatamente con un presente già segnato dalla precarietà esistenziale, imperniato sull'individualismo e la competizione. L'astensionismo, quindi, in questo caso specifico, serve a rafforzare proprio quel potere calato dall'alto, insensibile alle dimamiche sociali e civili, e che conferma, ancora una volta, come la distanza da ciò che accade intorno a noi, rendendo apolitica la collettività la condanna a sopravvivere sotto un regime distopico.

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