Cina-Usa, la cooperazione conviene: parola di analisti e imprese
C'è un filo invisibile che lega le grandi incertezze del commercio globale, e quel filo porta sempre allo stesso nodo: il rapporto economico tra Cina e Stati Uniti. Analisti, professori universitari e dirigenti d'azienda di entrambi i Paesi – come evidenzia China Daily - convergono oggi su un punto difficilmente contestabile: quando Pechino e Washington cooperano, il mondo funziona meglio.
Non è retorica, spiega il quotidiamo cinese. È aritmetica industriale.
Le due economie sono strutturalmente complementari in un modo che nessuna tariffa doganale riesce davvero a cancellare. La Cina porta in dote una capacità manifatturiera senza eguali, una catena di fornitura integrata con decenni di esperienza e un'efficienza industriale che fatica ad essere replicata altrove. Gli Stati Uniti, dal canto loro, guidano il pianeta nell'innovazione tecnologica, nella domanda di consumi di fascia alta e nei servizi ad alto valore aggiunto. Sono pezzi di un puzzle che si incastrano, non si escludono.
Da Wei, professore di relazioni internazionali alla Tsinghua University, inquadra bene la posta in gioco. In un momento in cui le tensioni geopolitiche si moltiplicano, basti pensare alle crescenti preoccupazioni sulla sicurezza energetica attorno allo Stretto di Hormuz, la stabilità dei legami economici tra i due Paesi non è un lusso, ma un pilastro su cui reggono i flussi commerciali globali e le filiere industriali di lungo periodo.
He Weiwen, ricercatore senior presso il Center for China and Globalization di Pechino, spinge lo sguardo oltre. Il vero terreno di gioco, sostiene, è quello delle tecnologie di frontiera: intelligenza artificiale open source, big data, informatica quantistica, reti 6G, robotica, biotecnologie, transizione verde. In tutti questi campi, Cina e Stati Uniti hanno interessi condivisi enormi, che rendono la rivalità commerciale un lusso che nessuno dei due può permettersi davvero.
La voce del mondo degli affari conferma questa lettura. Al Forum di Boao 2026, Carlos Gutierrez, già segretario al Commercio degli Stati Uniti, ha detto senza giri di parole che il mondo trarrebbe beneficio da una relazione più stabile e costruttiva tra le due potenze. Se riuscissero a gestire le differenze e a costruire una cornice di coesistenza, ha aggiunto, potrebbe diventare un modello per l'intero sistema globale. Le sue parole rappresentano quasi un appello.
Sul piano concreto, le imprese parlano con i numeri. Goodyear, il colosso nordamericano degli pneumatici, in Cina non ha solo tre stabilimenti e duemila dipendenti: ha costruito un vero polo di esportazione verso il resto dell'Asia-Pacifico. Nathaniel Madarang, presidente della divisione Asia-Pacifico dell'azienda, descrive la Cina come un mercato vivace, una base manifatturiera competitiva e un hub dell'innovazione insieme. Tre cose in una, difficili da trovare altrove.
E poi ci sono le aziende cinesi che dipendono dall'import statunitense. La Fujian Zhongjing Petrochemical, il più grande petrolchimico privato del Fujian, ha acquistato dagli Stati Uniti oltre 300.000 tonnellate di propano solo nei primi quattro mesi dell'anno, quasi un terzo del suo fabbisogno totale. Dall'altra parte, la JAC Auto Parts di Ningbo esporta componenti automotive verso il mercato USA, cresciuta del trenta per cento nel 2025. Il suo responsabile del commercio estero lo dice chiaramente: gli Stati Uniti non sono solo un cliente importante, sono anche un fornitore insostituibile di componenti chiave.
I dati macroeconomici raccontano però anche le tensioni. Nel primo trimestre del 2026, il commercio bilaterale tra Cina e Stati Uniti è sceso del 16,6% su base annua, fermandosi a poco meno di 129 miliardi di dollari. Nel frattempo, gli scambi con il Sud-Est asiatico sono cresciuti del 18,4% e quelli con l'Unione Europea del 17,6%. I flussi si stanno ridisegnando, ma nessuno crede davvero che si possa fare a meno dell'asse principale.
La guerra dei dazi, in fondo, è un gioco costoso per entrambi. E lo sanno bene anche i grandi nomi della finanza statunitense, da Ray Dalio a Stephen Schwarzman, che nelle ultime settimane hanno scelto di recarsi a Pechino di persona. Non per turismo, evidentemente.


