Lacrime di coccodrillo sui conti: un 3% che serve solo al riarmo
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di Alessandro Volpi
Il ministro Giorgetti si dichiara rattristato dal mancato raggiungimento dell'obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil al di sotto del 3% e dunque di non avere rispettato i "ferrei" vincoli europei.
A questo proposito penso però che siano opportune alcune considerazioni più specifiche.
Il ministro Giorgetti forse dovrebbe rammaricarsi non del suo fallimento nel perseguimento dell'obiettivo in questione ma del fatto che l'impegno complessivo profuso durante l'intero anno 2026 è stato decisamente imponente: la manovra di consolidamento ha richiesto infatti una correzione lorda stimabile in circa 15-18 miliardi di euro tra minori uscite e maggiori entrate. Questo gigantesco sforzo ha prodotto un avanzo primario strutturale dello 0,8% del PIL, che ha significato una rigorosa politica di austerità destinata a congelare gli investimenti pubblici e ad impedire qualsiasi crescita dei consumi.
Dunque il problema non è centrare o meno l'obiettivo europeo ma finalizzare ad esso quasi metà dell'intera Legge di bilancio 2026, come se l'Italia fosse un paese sull'orlo dell'insolvenza.
Ma la questione non finisce qui. Portare a termine con successo un simile percorso e centrare il parametro avrebbe garantito benefici specifici assai limitatii: l'uscita formale dalla Procedura per Deficit Eccessivo aperta da Bruxelles avrebbe sbloccato la possibilità di attivare le clausole di flessibilità previste dal nuovo Patto di Stabilità. Tuttavia, questo margine di manovra aggiuntivo non sarebbe stato un assegno in bianco spendibile liberamente per spese correnti come il taglio delle tasse, le pensioni o i servizi sociali, bensì uno spazio di bilancio rigidamente vincolato per norma comunitaria a investimenti strategici in conto capitale circoscritti agli ambiti della difesa e della sicurezza energetica.
Dunque centrare l'obiettivo avrebbe significato in primo luogo solo spendere di più per il riarmo.
Tuttavia, se l'Italia avesse avuto la flessibilità per finanziare interamente a debito l'incremento di 22 miliardi di euro destinato alle spese militari e al raggiungimento dei target NATO, il costo finanziario per il servizio di tale debito sarebbe stato significativo: al netto di un rendimento medio sui BTP a medio-lungo termine stimabile attorno al 3,5%, i soli interessi aggiuntivi da versare sui mercati avrebbero pesato per circa 1 miliardo di euro all'anno su base permanente.
Quindi centrare il parametro europeo avrebbe comportato una maggiore spesa in interessi per il debito armato.
Nonostante ciò il governo Meloni ha dichiarato di voler ritentare.
L'impegno di riprovare a portare il deficit sotto il 3% nel 2027 si preannuncia però ancora più oneroso: per spingere l'asticella del disavanzo verso una soglia di sicurezza pari al 2,6%-2,8% del PIL, la legge di bilancio per il 2027 dovrà reperire una correzione strutturale netta compresa tra i 7 e i 12 miliardi di euro, da ricavare da un'incisiva revisione della spesa pubblica o da nuove entrate fiscali.
Su questo impianto grava il peso dinamico della politica monetaria della Banca Centrale Europea: il rialzo dei tassi e il mantenimento del costo del denaro su livelli elevati per contrastare l'inflazione si traducono in un maggior costo annuale per interessi sul debito italiano stimato complessivamente attorno ai 4-5 miliardi di euro in più nel periodo 2026-2027, poiché la spesa per il servizio del debito totale si attesta ormai stabilmente al di sopra del 4% del PIL.
In questo contesto, l'eventuale decisione del Governo di stanziare comunque i 22 miliardi di euro per la difesa senza aver ottenuto l'archiviazione della procedura d'infrazione e senza disporre dei relativi spazi fiscali autorizzati comporterebbe un ulteriore aggravio: sommandosi al disavanzo ordinario, la spesa in extra-deficit farebbe risalire il rapporto deficit/PIL verso il 4,1%, provocando una reazione contraria dei mercati; questo strappo unilaterale genererebbe un ulteriore costo aggiuntivo per interessi non inferiore agli 800-900 milioni di euro all'anno, a causa sia della maggiore massa di BTP emessa sia dell'effetto indiretto legato all'ampliamento dello spread sui rendimenti.
In pratica fare ugualmente debito per riarmo senza rientro nei parametri significa 2 miliardi in più da aggiungere ai 4 già previsti per il rialzo dei tassi Bce.
A fare da sfondo a questo quadro finanziario vi è infine l'andamento della pressione fiscale, risalita nel 2026 verso quota 42,8% del PIL.
Un ruolo determinante in questa dinamica è stato giocato dal drenaggio fiscale, il cosiddetto fiscal drag: la combinazione tra i rinnovi contrattuali che hanno adeguato le retribuzioni nominali all'inflazione e la mancata indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni IRPEF ha spinto milioni di lavoratori dipendenti e pensionati verso aliquote marginali più elevate, generando un gettito aggiuntivo "implicito" a favore delle casse dello Stato stimato in oltre 10-12 miliardi di euro complessivi a livello aggregato, configurandosi come uno dei principali motori trasversali dell'incremento del prelievo fiscale nell'ultimo anno.
In sintesi, il governo si straccia le vesti per non aver centrato un obiettivo che avrebbe permesso solo di riarmarsi con una limitatissima minor spesa in conto interessi.
Una vicenda surreale, condita dalle lamentele delle opposizioni che criticano il governo per non aver centrato quel folle obiettivo.


