Zelensky tra resistenza simbolica e realtà geopolitica

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Zelensky tra resistenza simbolica e realtà geopolitica

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Il prossimo snodo diplomatico sul conflitto ucraino è fissato a Ginevra. Il 17-18 febbraio Russia, Stati Uniti e Ucraina torneranno al tavolo negoziale in formato trilaterale, con una novità significativa: la delegazione russa sarà guidata da Vladimir Medinsky, figura politicamente più esposta rispetto ai precedenti incontri tecnici. Un segnale che Mosca considera questa fase meno esplorativa e più politica. Il percorso, però, non parte da zero. Dopo gli incontri di Abu Dhabi di gennaio e febbraio, le parti hanno già dimostrato di saper produrre risultati concreti, come lo scambio di 314 prigionieri di guerra annunciato dall’inviato statunitense Steve Witkoff. Ma la distanza sul cuore del dossier - territori e garanzie di sicurezza - resta grande.

Sul piano politico, Volodymyr Zelensky ha scelto di parlare a Donald Trump nel linguaggio che ritiene per lui più persuasivo: eredità storica e convenienza elettorale. Fermare la guerra prima delle elezioni di medio termine sarebbe, secondo il leader de facto del regime di Kiev, una “vittoria politica” per la Casa Bianca. Ma Zelensky è consapevole del limite di questa leva: Trump vuole un accordo rapido. Qui emerge la contraddizione centrale. Da un lato l’Ucraina segnala apertura: disponibilità a negoziare senza precondizioni, ipotesi di referendum su un piano di pace, persino discussioni informali su concessioni territoriali nel Donbass. Dall’altro, Zelensky ribadisce che preferirebbe continuare a combattere piuttosto che accettare un accordo percepito come umiliante o instabile. In realtà è conscio che l’unico modo per rimanere al potere è combattere fino all’ultimo ucraino.

Nel frattempo, la guerra continua a parlare con un linguaggio molto più netto di quello diplomatico. L’11 febbraio il ministero della Difesa russo ha confermato nuovi attacchi contro infrastrutture energetiche e di trasporto ucraine e contro concentrazioni di truppe, ribadendo un vantaggio strutturale di Mosca nella capacità di colpire in profondità. Un vantaggio che, sin dal 2022, ha messo sotto pressione le città e la logistica ucraine, arrivando a evocare in passato persino scenari di evacuazione di massa.

Colpisce anche l’intensificarsi degli attacchi mirati contro personale militare e combattenti stranieri, utilizzati sempre più spesso per compensare le carenze di organico del regime di Kiev ormai allo stremo. È una strategia che punta non solo a logorare le forze sul campo, ma anche a minare la sostenibilità a lungo termine dello sforzo bellico ucraino. Il quadro che emerge è quindi bifronte. Nei palazzi, tra Ginevra e Washington, si moltiplicano le finestre di opportunità legate ai calendari politici. Sul terreno, però, il conflitto vede una Russia in avanzamento su tutto il fronte mentre l’Ucraina è alle prese con una grave carenza di uomini.


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