Una crisi politica fermerà l'ascesa della Cina?

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Una crisi politica fermerà l'ascesa della Cina?

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In A political crisis will not stop China, Gideon Rachman analizza il dibattito sul futuro ruolo di superpotenza di Pechino. Scettici su tale status non sono solo gli analisti occidentali o i dissidenti liberali cinesi, ma anche gli stessi leader della Repubblica popolare. Il primo ministro Wen Jiabao ha fatto di tutto per ridimensionare il miracolo cinese, definendo la crescita economica “non bilanciata e insostenibile” e ammonendo che se la Cina non attuerà importanti riforme politiche, sarà vulnerabile ad una altra rivoluzione culturale, in grado di vanificare tutti i guadagni economici. Inoltre, la decisione di liquidare Bo Xilai, il controverso capo del partito comunista a Chongqing, dimostra come la tanto acclamata stabilità del paese rimanga un mito. 

Per il Columnist del Ft, tuttavia, la Cina dovrà si affrontare enormi sfide politiche ed economiche prima di poter essere definita una superpotenza, ma l'instabilità politica non potrà eliminare i successi economici. In Occidente il crollo economico della Cina è stato predetto sin dall'inizio del suo boom: nel 2003, il libro di Gordon Chang, The Coming Collapse of China, aveva profetizzato che il miracolo cinese sarebbe durato al massimo altri cinque anni. Quando quindi oggi si legge che le banche cinesi sono vicine al collasso e che il paese è sull'orlo della guerra civile o di un disastro ambientale, Rachman si dichiara di restare scettico di fronte a tali affermazioni.
L'economia cinese non potrà mantenere tassi di crescita tra l'8-9% all'anno in eterno ed il sistema politico rimane profondamente anacronistico. Ma di questo ne è ben consapevole lo stesso Wen, quando ha affermato che “i valori della primavera araba vanno  rispettati”. Corea del Sud e Taiwan rappresentano due esempi in Asia di come dittature partitiche ed economie manifatturiere a basso costo si siano trasformate in moderne democrazie con consumi tecnologici. La Cina avrebbe maggiori difficoltà a sperimentare una tale transizione: libere elezioni nel paese metterebbero a rischio l'integrità territoriale del paese, aumentando le tensioni con i movimenti  separatisti in Tibet e Xinjiang; e una riduzione delle restrizioni sulla libera circolazione dalle campagne alle città  aumenterebbero manifestazioni di protesta sociale. Tuttavia, conclude Rachamn, anche nel peggior scenario possibile, quello di una guerra civile, lo status di superpotenza non sarebbe a rischio. Del resto, gli Stati Uniti prima di divenire la prima potenza economica mondiale hanno combattuto una guerra civile nel 1860; mentre la Germania ed il Giappone sono divenute tra i paesi più ricchi, dopo esser stati completamente distrutti durante la seconda guerra mondiale. Cosa avevano in comune queste nazioni? L'aver scoperto il successo economico, in grado di sopravvivere alle tensioni ed ai sommovimenti politici. Dopo più di 30 anni di rapida crescita, la Cina ha fatto propria la stessa formula. Gli scettici tendono a comparare la Cina all'esperienza sovietica, ma l'URSS è crollata per la sua volontà di non partecipare all'economia mondiale, mentre la Cina è il maggior esportatore mondiale. 
In politica le debolezze cinesi sono palesi e, come testimonia la questione di Bao, il paese è ancora afflitto da un sistema inadeguato ed inefficiente. Se e quando riuscirà a raggiungere “la quinta modernizzazione”, come ha definita il dissidente Wei Jingsheng la democrazia, la Cina avrà allora superato l'ultimo ostacolo rimasto per raggiungere lo status di superpotenza.

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