UN MARE DI IPOCRISIA

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di Pasquale Liguori

C’è voluto il prevedibile, ennesimo attacco con droni alla flottiglia perché si ridestasse un sussulto d’indignazione a comando.

Per due anni, un genocidio quotidiano, meticoloso e brutale, è stato ridotto a rumore di fondo: decine di migliaia di corpi straziati, sepolti, scuole e ospedali sprofondati in crateri, bambini macellati sono stati relegati a statistica muta, una parentesi d’orrore liquidata tra una pizza a domicilio e lo scroll infinito del cellulare.

Oggi, invece, le barche assediate, popolate perlopiù da volti occidentali noti e meno noti, scatenano l’isteria di anchor, giuristi, opinionisti, parlamentari e redazioni. È il trionfo della scenografia sulla realtà: i cadaveri palestinesi tornano nell’invisibilità per far spazio alla vulnerabilità esibita e al pathos fotogenico di persone che, pur consapevoli del rischio, sanno di essere avvolte da un cordone di protezione garantito dalla loro appartenenza a Stati complici del carnefice. Il loro passaporto è uno scudo morale e diplomatico; per i gazawi, un miraggio di salvezza negata.

Questa improvvisa attenzione è un insulto alla memoria e all’intelligenza. Gli stessi apparati mediatici più diffusi, che oggi versano lacrime di carta, per quasi due anni non hanno organizzato alcuna azione strutturata per scardinare efficacemente il muro israeliano, limitandosi a deboli lamentele senza mai pretendere con forza di entrare a Gaza per capire e documentare. Del resto, sono in gran parte afferenti a un Ordine dei Giornalisti che ha adottato supinamente la definizione di antisemitismo dell'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), trasformando la critica a Israele in qualcosa di pericolosamente perseguibile. Un silenzio amministrato, dunque, una governance dell'attenzione che oggi si traduce nel clamore per delle barche aggredite dal nazismo israeliano.

I volontari della flottiglia sono i protagonisti d’un pacifismo inerte, di un gesto simbolico perfettamente calibrato per non disturbare il manovratore. Un atto “non violento” ma strutturalmente prevaricatore: si compie grazie al privilegio di passaporti compiacenti e alla quasi certezza che nessun governo europeo o nordamericano lascerà massacrare i propri cittadini come ogni giorno lascia massacrare la popolazione di Gaza. È il lusso di un eroismo a tempo determinato, con rete di sicurezza integrata.

E poi, l'argomento del "sensibilizzare". Ma sensibilizzare chi, esattamente? Un pubblico occidentale che per due anni ha metabolizzato l’orrore in notiziario, magari consumando immagini di fosse comuni e neonati senza nome come segmenti intercambiabili del feed? Se la coscienza non si è destata dinanzi alla cruda realtà, perché mai dovrebbe farlo dinanzi a uno spettacolo in mare? Quel mare che, peraltro, sui suoi fondali custodisce ingenti quantitativi ossei di chi non ce l’ha fatta a superare l’estremo male inflitto dal capitalismo.

Siamo di fronte all’ennesima, grandiosa occasione per un lavaggio collettivo della coscienza. Un lenitivo morale che esime dall'assumersi la minima responsabilità politica per ciò che i nostri governi finanziano, proteggono e giustificano.

Questa flottiglia serve più all’Occidente che a Gaza. Serve a certificare che si è ancora capaci di un riflesso sentimentale mentre continuiamo a stringere la mano al carnefice. Non altera i rapporti di forza, non scalfisce la complicità istituzionale, non muta di un millimetro la realtà del massacro. È spettacolo, non resistenza; è scenografia, non lotta.

Ecco perché la domanda resta bruciante e inevasa: a cosa serve? Dispiace dirlo, ma non all’illuso popolo palestinese. Serve ad allungare l’agonia dell’ipocrisia, a commuoversi davanti all’ immagine riflessa dell’Occidente, convertendo il genocidio in coreografia per assoluzione.

 

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