Trump a Pechino con il cappello in mano (di Pino Arlacchi)

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Trump a Pechino con il cappello in mano (di Pino Arlacchi)

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di Pino Arlacchi - Fatto Quotidiano, 14 maggio 2026

 

Quando un presidente degli Stati Uniti vola a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, di norma lo fa da una posizione di forza, o almeno così è stato per mezzo secolo, da Nixon in poi. Il viaggio di Trump del 14 maggio rompe questa tradizione. L’uomo che si considera un negoziatore imbattibile arriva nella Capitale cinese con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina.
 
Il contesto internazionale in cui matura questa visita indebolisce ulteriormente la posizione negoziale americana. La guerra contro l’Iran è stata presentata al mondo come una veloce operazione chirurgica per poi rivelarsi come l’ennesimo fiasco contro un avversario astuto, duro e sottovalutato. A complicare ulteriormente il quadro c’è la variabile dello stesso Trump: un leader la cui instabilità mentale è stata documentata dai suoi ex collaboratori, e che ha cambiato posizione sui dazi cinesi quattro volte in quattro mesi. Per Xi Jinping, che pianifica lungo i decenni, trattare con chi pianifica tramite tweet rilasciati alle tre della notte è un esercizio di pazienza.
 

 
Il pretesto ufficiale della visita è il commercio. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina non è il prodotto di pratiche sleali, di sussidi nascosti o di manipolazioni valutarie. È il verdetto di un mercato libero che funziona come dovrebbe: i consumatori americani preferiscono i prodotti cinesi perché sono migliori, oppure sono equivalenti ma costano molto meno. Dai pannelli solari ai veicoli elettrici, dall’elettronica di consumo ai macchinari industriali, dalla chimica farmaceutica ai componenti dell’industria aerospaziale: settore dopo settore, la manifattura cinese ha raggiunto e spesso superato gli standard qualitativi americani, mantenendo al tempo stesso un livello di costi che riflette decenni di investimenti pubblici in formazione tecnica, infrastrutture produttive e pianificazione industriale.
 
C’è una storia, inoltre, che illumina questa situazione meglio di qualunque modello econometrico. Bisogna tornare all’inizio dell’Ottocento al confronto tra l’impero cinese e la Gran Bretagna vittoriana. Allora, come oggi, la Cina era il principale polo manifatturiero del pianeta. Il problema era il pagamento.
 
L’Europa non produceva praticamente nulla che i sofisticati consumatori cinesi volessero acquistare. La soluzione trovata dalla Gran Bretagna fu quella di trasformarsi in un narco-Stato, scrivendo una delle pagine più infami della storia moderna. Non riuscendo a competere con le merci normali, si ricorse alla droga, cioè all’esportazione in Cina dell’oppio prodotto nelle piantagioni indiane. Quando Pechino tentò di bloccare questo traffico, arrivarono le cannoniere.
 
Le Guerre dell’Oppio furono il sostituto militare della forza economica che l’Occidente non possedeva. Trump arriva a Pechino senza la droga e senza le cannonate. Una differenza di non poco conto. L’oppio era un prodotto che creava assuefazione e che invertiva i flussi commerciali. Non esiste oggi un suo equivalente americano. Quanto alle cannonate, il Pentagono ha condotto 24 simulazioni di guerra contro la Cina negli ultimi vent’anni. Il risultato è consistito in 24 sconfitte americane. I missili ipersonici cinesi, capaci di affondare una portaerei da 13 miliardi di dollari in cinque minuti, hanno reso obsoleto e perdente il modello militare degli Stati Uniti.
 
Restano i dazi, povero sostituto delle cannonate. La Cina ha le idee più chiare su cosa vuole da questo incontro. Taiwan è “la base politica principale” delle relazioni bilaterali, come ha ribadito il portavoce Lin Jian. Pechino osserverà con estrema attenzione se Trump userà la parola “sostegno” in riferimento alla riunificazione pacifica, o se si limiterà alla formula “non opposizione all’indipendenza”, una differenza semantica che vale anni di pressione diplomatica e miliardi di vendite di armi a Taipei.
 
I rapporti di forza in gioco dentro questa agenda sono i seguenti. Trump porta dazi da ridurre in cambio di concessioni cinesi sulle terre rare, materie prime di cui l’America ha bisogno. Porta richieste sull’Iran, un paese con cui la Cina intrattiene solidi rapporti economici e strategici. Porta la questione del deficit commerciale. In cambio di tutto questo, la Cina chiede di non essere ulteriormente provocata su Taiwan, di ottenere l’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di semiconduttori avanzati dalla sua ex-provincia, e di vedersi riconosciuta una posizione di parità nel sistema internazionale che la sua potenza economica e militare già le attribuisce de facto.
 
Cosa può produrre, allora, questo vertice? Può produrre, al massimo, una riduzione della volatilità nelle relazioni sino-americane. Può abbassare la temperatura retorica: un Board of Trade che gestisca le dispute commerciali. Detto questo, l’incontro non potrà modificare le strutture sottostanti le relazioni tra i due paesi. Il deficit commerciale resterà. La superiorità manifatturiera cinese resterà. Il vantaggio militare cinese resterà, perché dipende da tecnologie che gli Usa non hanno ancora sviluppato in forma operativa. La dipendenza americana dalle terre rare cinesi resterà, perché i giacimenti esistono dove esistono e le filiere di estrazione e raffinazione si costruiscono in decenni e non in settimane.
 

Pino  Arlacchi

Pino Arlacchi

Ex vice-segretario dell'Onu. Il suo ultimo libro è "Contro la paura" (Chiarelettere, 2020)

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