ANPI-UCEI, la resa dei vertici: Perché il comunicato congiunto è uno schiaffo alla vera Resistenza
Da qualche giorno circola il comunicato congiunto ANPI-UCEI, scaturito dal dialogo avviato a seguito delle manifestazioni milanesi e romane del 25 aprile 2026.
Prima di ogni ulteriore considerazione, è doveroso andare alla fonte e analizzare il testo integralmente, evitando di soffermarsi solo sull'incipit in cui si parla — in modo improprio — del "dialogo tra le parti" come elemento fondante per la democrazia e la società civile italiana.
Negli anni, questo perbenismo istituzionale ha distribuito patenti di legittimità, decidendo quali temi fossero trattabili e quali no, e giudicando illegittimi alcuni interlocutori a vantaggio di altri. È un meccanismo simile a quello avvenuto con la nozione di "terrorismo": la sua evoluzione nei vocabolari è stata condizionata dall'uso politico odierno, che arriva a equiparare la resistenza dei popoli invisi all'Occidente al terrorismo stesso. A questo proposito, risulta molto utile la lettura dell'ultimo pamphlet di Eric Gobetti, a cui rinviamo.
Ci troviamo di fronte a un'insopportabile retorica che considera dirimente per la tenuta democratica il confronto tra le parti: da un lato i sostenitori di Israele che, pur criticandone l'operato, ritengono legittime le azioni militari; dall'altro chi accusa il sionismo di voler distruggere ogni presenza palestinese a Gaza e dintorni, provocando immani stragi. Come avrete notato, non abbiamo fatto diretto riferimento al termine "genocidio", che rappresenta un'ulteriore e divisiva chiave di lettura degli ultimi anni ai danni dei popoli palestinese e libanese.
Leggiamo dunque i punti di convergenza registrati tra UCEI e ANPI:
- Il valore attuale dell'antifascismo come fondamento della Costituzione italiana.
- La condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di ogni forma di razzismo e discriminazione (art. 3 Cost.).
- Il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta al nazifascismo.
- La riconferma del diritto della componente ebraica a partecipare in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile, contrastando comportamenti divisivi di qualsiasi natura.
- L'impegno ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare direttamente anche le questioni su cui vi è divergenza.
- L'interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell'organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e delle future scadenze memoriali.
Crediamo che a nessun solidale con il popolo palestinese sia mai venuto in mente di disconoscere la storia della Resistenza italiana. Al contrario, essa ha rappresentato un punto di riferimento etico, morale e politico nel dibattito post-fascista. Chiunque abbia un minimo di preparazione storica sa che gli ebrei presero parte alla Resistenza pagando un prezzo altissimo in vite umane. Tuttavia, quegli ebrei militavano nelle formazioni partigiane generali; altra cosa è identificare l'intera opposizione ebraica al fascismo con la Brigata Ebraica, la cui storia sul campo fu legata a pochi giorni di operazioni.
Appare del tutto strumentale il riconoscimento di questo presunto ruolo centrale della Brigata Ebraica nella Resistenza. Non a caso, diverse sezioni locali dell'ANPI hanno preso immediatamente le distanze dal comunicato, contestando i vertici dell'associazione e ipotizzando un vero e proprio "cedimento" all'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), traducibile in un appiattimento che evita una sostanza di condanna all'operato di Israele.
Questo documento è arrivato come un classico fulmine a ciel sereno per gli stessi iscritti all'ANPI. Inoltre, da ambienti vicini alla Brigata è partito un esposto contro i contestatori del corteo milanese ipotizzando svariati reati: se è questo il biglietto da visita per un confronto sereno, dovremmo prima intenderci sul significato stesso di "confronto".
Senza dilungarci oltre, andiamo al nocciolo della questione: cosa rappresenta la presenza della bandiera d'Israele nelle manifestazioni della Liberazione?
L'esposizione della bandiera israeliana nelle piazze del 25 aprile rappresenta una precisa scelta di campo. In una giornata che celebra la Resistenza, appare evidente la volontà di separare gli antifascisti dai solidali con il popolo palestinese. Si cerca, in altri termini, di equiparare la resistenza palestinese al nazismo, quasi fosse responsabile delle migliaia di vittime civili causate invece dai bombardamenti israeliani. Se la bandiera d'Israele sfila tra i sostenitori dei partigiani, i palestinesi diventano implicitamente i "carnefici"?
Si celebrino pure i contributi di partigiani di ogni etnia e religione, ma da qui a issare la bandiera dello Stato sionista corre una grande differenza. Del resto, come si reagirebbe oggi di fronte alla bandiera russa per ricordare il tributo dell'URSS contro il nazismo?
Sventolare la bandiera palestinese mentre infuria un conflitto asimmetrico ha tutt'altro significato: vuol dire legare la Resistenza al nazifascismo alla lotta contemporanea per l'autodeterminazione dei popoli. La posizione del nostro Governo influisce pesantemente su queste dinamiche e, con l'avvicinarsi delle scadenze elettorali, la cosiddetta sinistra si sposta su posizioni sempre più moderate. La scarsa conoscenza della storia recente produce scelte illogiche e politicamente insostenibili.
Dietro la critica al sionismo non si cela l'odio per l'ebraismo: equiparare antisionismo e antisemitismo è però diventato fondamentale per chi vuole imporre una riscrittura della storia (come dimostrano alcune recenti proposte di legge). Chi oggi dichiara di apprezzare la Resistenza al nazifascismo dovrebbe fare i conti storicamente con il sionismo, ammettendo anche gli errori della sinistra del passato — spesso infatuata da teorie sioniste lette erroneamente come "socialiste". Non si deve dimenticare la storia, ma soprattutto occorre sottrarsi a pacificazioni che hanno il sapore di una resa etica, culturale e politica alle logiche di guerra e di sopraffazione.


