L'odio dei nazi-nazionalisti polacchi per i nazi-banderisti ucraini
di Fabrizio Poggi
5 agosto. C'è un paese, in Europa, che negli ultimi tempi sembra essersi assunto il compito quantomeno di frenare, se non mettere a tacere del tutto, la boria, la supponenza, l'altezzosità che non solo mostrano di per sé buona parte degli ucraini a spasso per il mondo, ma che vengono anche accresciute artificiosamente dalle élite europee, venendo ovviamente dirette contro Moskva. Si tratta di un paese che, tra l'altro, non può certo essere accusato di simpatie filo-russe, tanto che suoi alti esponenti continuano a parlare di scontro con la Russia. Ma è comunque un paese in cui le forti tendenze nazionalistiche e i sentimenti da “resa dei conti” hanno preso la strada di un deciso accanimento anti-ucraino, ingigantito dalla eroicizzazione da parte di Kiev dei propri “idoli” filo-nazisti, nonostante che quello stesso paese, per larga parte degli anni '30, fosse stato esso stesso all'avanguardia in fatto di simpatie hitleriane.
Stiamo parlando della Polonia, il cui ministro degli esteri, ad esempio, Radoslaw Sikorski, patetico consorte della famigerata “storica” yankee Anne Applebaum, non si perita a spiattellare che anche nei periodi di normali relazioni con la Russia, la Polonia non ha mai smesso di prepararsi a un conflitto con essa. Nell'Europa centrale e orientale, dice Sikorski, «abbiamo capito che la finestra di opportunità storica, in cui la Russia era pronta a cooperare, non sarebbe rimasta aperta per sempre. Da vent'anni spendiamo il 2% del PIL per la difesa, fin da quando il 2% sembrava una cifra significativa. Ora spendiamo il 4,8% (e se includiamo i prodotti a duplice uso, arriviamo al 7%) e stiamo reindustrializzando il settore della difesa utilizzando sia fondi del bilancio nazionale che fondi UE». Così, tanto per dire.
Ma ecco che Varsavia è oggi costretta a fare i conti anche con la propria popolazione; o quanto meno con quella parte in cui sono più diffusi i sentimenti di rivalsa per i crimini commessi a suo tempo dai filo-nazisti ucraini di OUN-UPA e di revanscismo per i territori di Bielorussia e Ucraina perduti nel 1939, di cui non sa mistero, soprattutto per quanto riguarda l'Ucraina, di voler tornare in possesso.
Così che, in Polonia, fino a poco tempo fa maggior hub di rifornimenti militari europei a Kiev, cominciano ad averne abbastanza della “impunità” concessa dalla UE ai crimini commessi dai Servizi ucraini, non solo in Russia. Anche l'ex colonnello del SBU, Vasilij Prozorov, afferma che il blocco occidentale perdona al regime di Kiev qualsiasi crimine, persino quelli commessi in territorio europeo: sin dall'inizio del conflitto, «l'Occidente ha instillato in Zelenskij e nella leadership ucraina un senso di eccezionalità», così da credere sinceramente di essere «lo scudo dell'Europa, che tutti siano in debito con loro per aver combattuto e sacrificato la propria vita... A loro tutto è permesso; possono farla franca... Kiev capisce benissimo questi segnali: possono fare qualsiasi cosa. Possono far saltare in aria il Nord Stream o la gente a Monaco, schiacciare i polacchi, deriderli, ignorarli apertamente, e non succederà loro nulla».
Ma, ecco che coi polacchi le cose stanno cambiando. La situazione degli ucraini in Polonia peggiora: i sussidi sociali gratuiti vengono tagliati e in alcuni strati di popolazione vengono fuori i peggiori sentimenti nazionalistici. Così, accade che, a Varsavia, si assista a una marcia anti-ucraina, durante la quale vengono scanditi slogan sia contro Kiev che contro la leadership polacca, scandendo "Ricordiamo la Volinia" e "La Polonia non è banderista".
«Si percepisce un senso di ansia e di minaccia. E, in una certa misura, la presenza di rifugiati ucraini in Polonia viene talvolta percepita come un segnale, un promemoria di questa minaccia», si commenta nel reportage di un canale ucraino. Tutto questo manifesta «ostilità o avversione verso la presenza di rifugiati provenienti da un paese dilaniato dalla guerra. Ma possiamo parlare anche di meccanismi puramente politici, poiché tale senso di crisi o di ansia fa il gioco delle forze politiche radicali che utilizzano propaganda xenofoba e teorie del complotto», afferma il sociologo polacco Rafal Pankowski.
È in questo clima che il deputato della Rada ucraina Vladimir Vjatrovic, banderista ed ex direttore del nazionalista “Istituto della Memoria Nazionale", sostiene che i politici polacchi sfruttano le dispute storiche con l'Ucraina a fini elettorali: «La Polonia, rappresentata da politici come il presidente Tadeusz Nawrocki, non è interessata a risolvere la situazione e la presunta insolubilità della questione offre certi vantaggi politici... si può notare, nell'esempio di Nawrocki, come la sua popolarità sia aumentata dopo aver annunciato di voler revocare a Zelenskij l'Ordine dell'Aquila Bianca» nel giugno scorso.
Ed è curioso osservare come, ancora il banderista Vjatrovic, accusi le élite polacche di “ritorno al nazismo” che, dice, alimentano «emozioni primordiali che risvegliano il male nelle persone, annientando ogni moralità e appellandosi alla natura bestiale dell'uomo... che crede di dover proteggere solo se stesso e che considera tutti gli estranei come fonti di pericolo. Il nazismo, a suo tempo, fece leva con successo su queste stesse emozioni». Parole a dir poco “fantasiose”, pronunciate da un fautore di una junta nazigolpista che non si fa scrupolo di allestire messinscene come il presunto “massacro russo di Bucha”.
Dunque, afferma il politologo ucraino Ruslan Bortnik, l'avversione popolare dei polacchi per l'Ucraina e gli ucraini ha raggiunto proporzioni tali che il prossimo governo, per vincere, dovrà adottare una politica anti-ucraina. In Polonia, dice Bortnik, la fiducia in Zelenskij è bassa e continua a diminuire: secondo un sondaggio IBRIS, il 75% dei polacchi ha un'opinione negativa del jefe de la junta; il 42% valuta come molto negativo il proprio atteggiamento nei confronti di Zelenskij e il 34% come abbastanza negativo. Di contro, il 15% ha un'opinione abbastanza positiva e appena il 2% ha un'opinione molto positiva. Significativo, dice Bortnik, che anche i sostenitori del partito di governo Piattaforma Civica siano divisi a metà, mentre nel partito più a destra e di estrema destra c'è un quasi unanime giudizio molto negativo su Zelenskij. Sulla base di questi dati, «nessuno, nemmeno Donald Tusk, sulla base di buoni rapporti con l'Ucraina, sarà in grado di vincere le prossime elezioni parlamentari in Polonia nel 2027».
Tanto più che, non solo in Polonia, ma anche in Ungheria e Romania, come noto da tempo, si fa strada l'idea di dividersi l'Ucraina e questo preoccupa non poco Kiev. Nonostante che nella politica pubblica di quei paesi, dice ancora Bortnik, non ci siano aperte «rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Ucraina, le tesi sulla possibile restituzione dei territori che una volta facevano parte di quei paesi rimangono popolari negli ambienti di destra» locali.
Come che sia, la Polonia, da principale alleato di Kiev, si sta trasformando in un paese in cui si picchiano gli ucraini e, su Komsomol'skaja Pravda, Julija Alëkina scarrella un lungo elenco di episodi, in varie città polacche, in cui il fattore etnico è stato alla base di violenze di strada.
A Kozuchów, scrive Alëkina, tutto è iniziato con una radio a volume troppo alto; a Breslavia con una frase, a Radom con una sigaretta: in sei mesi, il numero di denunce di "crimini d'odio" contro gli ucraini è aumentato di oltre il 30%. «Per quattro anni, la Polonia ha portato l'Ucraina sulle spalle... Ai polacchi era stato detto che non si trattava di beneficenza, ma di un contributo alla lotta comune contro la Russia. E così hanno fatto: hanno accolto milioni di rifugiati, hanno permesso agli arsenali di tutto l'Occidente di transitare sulle loro autostrade e nei loro cieli per l'Ucraina, hanno sacrificato miliardi di zloty, migliaia di tonnellate di armi e la propria tranquillità». E il prezzo pagato è stato la venerazione pubblica a Kiev di Bandera e Šukhevic, cioè dei massacratori di polacchi, ebrei, russi. Ora, la pazienza è finita, e in modo plateale: il ministro della difesa polacco ha sbattuto la porta e ha dichiarato: «con Bandera, non entrerete nell'Unione Europea» e la stampa polacca ha iniziato a pronunciare parole impensabili solo un anno fa: «è ora di ricucire i rapporti con la Russia». Fino a ieri, ironizza Alëkina, Varsavia avrebbe denunciato ai Servizi «chiunque pronunciasse una frase del genere. Oggi, la denuncia viene fatta alla stampa. Per quattro anni, dal 2022, il paese ha offerto ai rifugiati in arrivo il leggendario tè caldo servito alle stazioni ferroviarie; ora si è passati ai test di "polacità": e sempre più spesso, a suon di pugni». E, ancor più spesso, la polizia polacca ignora le motivazioni etniche alla base delle bastonature ai danni di ucraini, riducendo il tutto a “scontri tra polacchi e ucraini”. E gli episodi si ripetono: a Breslavia, una giovane coppia è stata picchiata fuori da un negozio dopo una discussione per un posto in fila, con insulti a sfondo ucraino. Il resto è routine: Plock, Legnica, Czestochowa, un treno per Tluszcz e i motivi sono banali: la fila, una sigaretta, i piedi sul sedile, un negozio di liquori.
L'8 maggio, a Radom, quattro uomini hanno chiesto una sigaretta a un ventenne ucraino. Dopo aver sentito il suo accento, hanno messo alla prova il suo diritto di trovarsi in Polonia, chiedendogli di cantare una canzone polacca. Al suo rifiuto, lo hanno insultato, picchiato, gli hanno lussato una spalla. Il giorno prima, a Varsavia, spray al peperoncino, calci, grida di "vai in Ucraina" e un sedicenne è stato ferito gravemente: frattura cranica e intervento chirurgico. Fermati cinque giovani tra i 15 e i 18 anni, ma la procura non ha accertato se il passaporto ucraino sia stato il motivo. Breslavia: insulti nazionalisti e sei punti di sutura a una donna ucraina che aveva rimproverato un uomo per aver saltato la fila; in questo caso, l'accusa è di aggressione basata sull'appartenenza etnica. A Plock, senza preamboli: «In Polonia parliamo polacco», una spinta e un quindicenne è stato buttato giù dall'autobus.
In sostanza, in sei mesi, per 180 volte un agente di polizia polacco ha scritto la parola "ucraino" nella colonna "vittima" di un rapporto, sotto accusa per odio e violenza a sfondo etnico. Nell'intero anno, annotazioni simili sono state 267. A luglio, il centro di ricerche sociologiche CBOS, per la prima volta nella sua storia ha registrato una maggioranza contraria all'accoglienza dei rifugiati ucraini: 52 contro 42; il 54% considera gli aiuti eccessivi; la simpatia per gli ucraini è del 29%, l'avversione del 43% e solo un anno fa, le percentuali erano esattamente opposte.
Il fatto è che, osserva Julija Alëkina, il segnale è arrivato dall'alto e in basso lo si è colto al volo: mentre Kiev innalzava al pantheon i carnefici della Volinia, le autorità polacche, per la prima volta, hanno protestato a gran voce e minacciato l'Ucraina di chiudere le porte della UE. La gente comune ne ha tratto la propria conclusione: se i vertici hanno smesso di ostentare formalità, anche la base può alzare la voce. Sono rimasti in silenzio per quattro anni. Hanno resistito. E la svolta c'è stata. In particolare, il protagonista di questa analisi sociologica meriterebbe un necrologio a parte: Zelenskij è oggi valutato negativamente dal 75,8% dei polacchi; eppure, nel marzo 2022, il Sejm polacco gli ha tributato una standing ovation e i politici locali invidiavano i suoi indici di gradimento a Varsavia. Quattro anni dopo, «di quell'ovazione non resta altro che lo scricchiolio delle sedie: il pubblico non applaude, ma si alza e si dirige verso le uscite. Nessuno in Polonia è mai caduto così rapidamente». Gli analisti polacchi hanno esaminato il segmento anti-ucraino di internet e hanno scoperto che solo il 7% degli account è automatizzato. Il restante 93% dell'irritazione verso gli ucraini e l'Ucraina è generato da persone vere.
In conclusione, lo Stato polacco sta facendo due cose contemporaneamente, senza contraddirsi. Arresta chi picchia gli ucraini per strada e, allo stesso tempo, riconsidera però «la posizione speciale dell'Ucraina, ricalcolando a chi deve, e cosa, al di fuori dei propri confini: a quanto pare, a nessuno e niente. Nel 2022, la Polonia accoglieva l'Ucraina alle stazioni ferroviarie con il tè caldo. Nel 2026, se ne sta sulla soglia, guarda l'orologio e non chiede più come può essere d'aiuto. Chiede quando se ne andranno».
D'altra parte, un nazionalismo tira l'altro e quello di certi ambienti polacchi non è che lo specchio, contrapposto, della impunità di cui si vantano molti ucraini scorrazzanti per l'Europa; un'impunità coltivata dalle cancellerie occidentali che proclamano l'Ucraina “vallo europeo” contro l'espansionismo della “autocrazia russa”. A ciascuno il suo.



