The Sea e lo spettatore antisemiotico
di Aldo Nicosia*
Più che una critica su basi artistiche ed estetiche, queste righe si concentrano su un fatto, a mio avviso, gravissimo: la dissonanza cognitiva tra il film The Sea (2025), di un regista israeliano, Shai Carmeli-Pollak, e il dibattito post-film. In altre parole, un accostamento o montaggio “sintattico” e semiotico che sa di subdola trappola per tantissimi spettatori italiani. Il fatto che 130 sale di cinema abbiano proiettato, simultaneamente, lo stesso film e a seguire si siano collegate ad una sala di Roma, per un serio dibattito con ospiti seri, deve far riflettere sulla portata ed i reali obiettivi di tale operazione.
. La notizia più eclatante, altro specchietto per allodole, diffusa capillarmente nei mass media, è che il film avrebbe fatto infuriare il governo israeliano, ma poi si vede dai credits che è stato finanziato da un ente dello Stato sionista. Ma si sa che Israele è l'unica democrazia del Medioriente e consente anche critiche.... altrimenti che democrazia sarebbe?
Il film è doppiato in italiano, ma in modo alquanto inconsueto. I personaggi palestinesi arabofoni parlano in italiano. Quando nei dialoghi c’è l’ebraico si sente quella lingua con sottotitoli, ma spesse volte, senza un criterio chiaro, essi sono doppiati in italiano. Non so stabilire se alcuni dialoghi tra israeliani e palestinesi si svolgano in inglese, invece che in ebraico. Il doppiaggio purtroppo asfalta differenze ed identità e rende tutto così omologato e nebuloso, soprattutto per uno spettatore che non conosce la realtà linguistica e sociale della Palestina.
La trama è abbastanza semplice e lineare: Khaled, un ragazzino della zona di Ramallah, è entusiasta perché sta per vedere il mare per la prima volta in vita sua, insieme ai suoi compagni di classe. È un'occasione unica perché, dopo i 14 anni, una gita del genere sarà quasi impossibile.
Il padre lavora clandestinamente in Israele, come muratore, mentre la madre è morta lasciando 4 figli piccoli alle amorevoli cure della nonna.
In casa, con i giovani zii, Khaled ascolta notizie di manifestazioni, di proteste, si vedono video dell'esercito israeliano da laptop, ma sono immagini fuggenti, senza un ferito. Manca soprattutto il necessario contesto socio-politico, che non sembra una priorità del regista.
Il giorno della memorabile gita, al check-point, l'esercito israeliano fa passare tutti gli alunni del bus scolastico, tranne il protagonista, per motivi non chiari.
Frustrato per non aver potuto fare la gita, Khaled decide di passare clandestinamente oltre il muro di separazione, per andare a vedere il mare. Tutto avviene con molta facilità, cosa alquanto surreale. Una camionetta dell’esercito interviene comunque, ma al di là di qualche sparo che sentiamo, tutti riescono a passare indenni. Può anche succedere questo, per carità, ma è un segnale premonitore del carattere ultra-soft del film.
Da quel momento in poi le scene si svolgono nei territori palestinesi occupati con la forza, dopo il generoso regalo dell' ONU, con la risoluzione 181 del 1947, senza neanche chiedere un parere agli abitanti di allora.
Sappiamo, e Israele ce lo insegna da sempre, che le risoluzioni non hanno potere vincolante, quindi dichiarare la costituzione di uno Stato, dopo aver cacciato a bombe e fucilate almeno 700.000 persone, non mi sembra un buon viatico per costruire una sua legittimità.
A Tel Aviv il regista si sofferma su personaggi vari: c’è anche il punk buono che difende il bambino da giovani israeliani screanzati, i palestinesi dei cantieri edili senza permesso (che poi sarebbe un'assurdità chiedere ad un palestinese il permesso per risiedere nel suo paese d’origine).
Il focus su scene di vita e aspetti architettonici di Tel Aviv, dal punto di vista di un ragazzino che non è mai uscito dai Territori palestinesi occupati e sigillati, sembra voler dire: signori spettatori, ecco la modernità, la civiltà urbana, che abbiamo costruito, secondo lo slogan sionista che descriveva la Palestina “una terra senza popolo”, brulla e sottosviluppata. Lì Khaled si imbatte a volte in donne palestinesi col hijab, che sembrano vivere una vita normale con i loro figli. C'è persino un soldato con la spilla al braccio “vegan” che è già di per sé un ridicolo ossimoro: nessuna crudeltà sugli animali ma operazioni militari brutali contro gli esseri umani.
Dal suo giro “turistico” in bus, vediamo persino i “rassicuranti” clochards per strada. Cioè a dire, Tel Aviv è un pezzo di occidente trapiantato in Medioriente. Quindi, venite pure come turisti, e vi sentirete come a casa vostra.
Lo spot pubblicitario della città continua con il tassista che scambia col padre di Khaled chiacchiere sull’ebraicità di un sobborgo. I due dovrebbero parlare ebraico ma chissà perché sono doppiati in italiano.
Lo stesso succede nei dialoghi tra lo stesso padre e una sua ex fidanzata israeliana, che mostra tanto affetto nei confronti dell'ex e si scusa per aver sposato un ebreo ed aver così accettato l’intransigenza etnocentrica dei genitori sul suo matrimonio. Altro aspetto da esibire: la diversità culturale ed umana apertura israeliana all’altro, ma che non c’entra niente con la linea narrativa del film.
Intanto Khaled non riesce a trovare la via del mare, è perso perché non sa l' ebraico. È mai possibile che un ragazzino in Palestina non sappia spiccicare una parola d'inglese e che a Tel Aviv nessuno lo parli? Quindi l’ unica soluzione è imparare da una ragazza araba la frase mantra "Scusi, dove è il mare?” in ebraico: un’altra scusa per rimarcare la precisa identità dello Stato sionista?
La scena più umiliante (per lo spettatore, beninteso) dell’intero film non è quando viene arrestato il padre insieme a Khaled, ma quando tira fuori dalla tasca una kippa che doveva servire a mascherare la propria identità palestinese ed evitare l’arresto. Si tratta di un altro simbolo importante dell’ebraicità “rubata” dal palestinese con la furbizia, che ricorda certe scene del romanzo dello scrittore ex prigioniero Bassem Khandaqji, Una maschera color del cielo (2023).
Nel finale, l'obiettivo del ragazzino viene parzialmente raggiunto: dall’ auto della polizia, in cui viene arrestato col padre, senza alcuna violenza fisica (altro elemento surreale), riesce almeno a vedere il mare. The Sea ha il limite di esser intriso di sottile buonismo e voglia di normalizzazione, tentando un timidissimo approccio al problema degli spostamenti dei palestinesi. Non si poteva chiedere di più ad un popolo che contesta solo certi metodi di Mister Mileikoskwy, detto Netanyahu, ma non mette in discussione l’occupazione militare e il genocidio di Gaza, di cui nel film non c’è traccia.
Sicuramente c'è da apprezzare la volontà di fare emergere e denunciare lo statuto di inferiorità e di costante rischio dei lavoratori palestinesi.
L’aspetto più allucinante della coordinata operazione mediatica su The Sea è aver scelto un film non palestinese in un dibattito post proiezione incentrato su Gaza, con Francesca Albanese, un rappresentante di Medici senza frontiere che parla apertamente del genocidio in corso a Gaza (l’unico che esprime un parere sul film affermando che “mostra solo la punta dell' iceberg dell’assurda realtà”), un membro della Global Flotilla collegato dalla Grecia, e una rappresentante di una ONG. Per il resto silenzio tombale sul film. Tale scelta infelice mostra una dissonanza tra l’identità del film e i contenuti del dibattito che ne è seguito. Ipotizzo, se invece di The Sea avessero proiettato un film di Fantozzi, sarebbe stato quasi la stessa cosa.
Francesca Albanese (che sicuramente non aveva visto il film) è stata accostata, sintatticamente e semioticamente, ad un film che non mostrava nulla delle pesantissime realtà e cifre da lei snocciolate, sulla tragedia della Palestina.
Gli organizzatori avrebbero dovuto scegliere un film palestinese, non una narrativa filmica israeliana, che accuratamente non mostra sangue, né ordinarie e quotidiane torture o altre violazioni dei diritti umani. Si è trattata dell’ennesima operazione di suprematismo colonialista sionista-europeo, da somministrare agli spettatori italiani, spacciandola per esercizio di critica al governo di Tel Aviv, per poter poi dire: vedere come sono democratici in Israele, dove si parla anche di un bambino palestinese che non riesce ad andare a mare, a pochi km da casa sua.
Si è trattato di una sorta di mistificazione della realtà ad uso ed consumo di un pubblico italiano che non riesce a collegare simboli, filmici ed extrafilmici (il dibattito serio dopo una realtà annacquata e distorta) e quindi affetto da una visione quasi antisemiotica della realtà. Ecco servito in 130 sale un aspetto radical chic della solidarietà per la Palestina: parlare di tutto ma non mostrare quasi nulla. Perché si sa che nella società contemporanea solo le immagini contano e suscitano emozioni e non le parole e le cifre dei morti, dei feriti, dei danni, delle sofferenze. È questo l' hasbara sionista di casa nostra, più realista del re, lo sa benissimo. È la stessa hasbara che ha portato, nel marzo del 2025, persino in improbabili posti in Sicilia (ad esempio un cinema commerciale di Trapani, dove il 90% delle persone non sa neanche dove stia Gaza), il film I bambini di Gaza. Sulle onde della libertà (2024), del regista italiano Loris Lai, tratto da un omonimo romanzo di un’autrice italiana, Nicoletta Bortolotti. Si tratta di una storia buonista di un’amicizia tra un bambino palestinese ed uno israeliano, abitante di una delle colonie illegali sioniste di Gaza che furono poi smantellate nei primi anni del XX secolo. Anche in questo caso non si discute della validità di un testo e un film di fiction che ripercorre eventi del 2003, ma della dissonanza tra un genocidio in corso e una storia surreale di amicizia, senza contestualizzazione, da somministrare agli spettatori italiani, per controbilanciare l’immagine negativa di Israele, durante il genocidio in corso.
Tornando all’operazione pacchetto film The Sea più dibattito, esso rappresenta un’offesa ai veri sostenitori della causa del popolo palestinese, agli ospiti in sala a Roma, a quelli collegati ed ignari e a tutti gli spettatori delle centinaia di sale, abbagliati dalla presunta “rabbia” del governo israeliano. Sarebbe stato più dignitoso, e questo è un rimprovero che faccio anche a me stesso, alzarsi dopo i primi minuti e lasciare la sala.
*Docente di lingua e letteratura araba all'Università di Bari “Aldo Moro”. Ha recentemente curato per Edizioni Q: "Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza"


