Renzi, l'Arabia Saudita e la differenza con Tony Blair e Bill Clinton

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di Pino Cabras

Oggi in una sua intervista al «Corriere della Sera», Matteo Renzi, membro consigliere dell’Advisory board della Future Investment Initiative (FII), a sua volta controllata dal Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano da quattrocento miliardi di dollari dell’Arabia saudita (governato direttamente dalla casa reale dei Saud), ci ha spiegato che è grazie ai suoi munifici ospiti «che il mondo islamico non è dominato dagli estremismi».
 
Ora, non voglio scrivere – come fece il «New York Times» qualche anno fa – che l’Arabia Saudita è «un ISIS che ce l’ha fatta». Ma mi sembra un’offesa alla memoria storica antica e recente negare il grave coinvolgimento di Riad nel foraggiare formazioni salafite e jihadiste che hanno sparpagliato il caos nel Medio Oriente allargato. I grandi manovratori della petromonarchia non hanno solo disseminato i consigli di amministrazione più ovattati delle banche di mezzo Occidente e Giappone con gentiluomini eleganti dall’inglese impeccabile, ovunque ci fosse da fare shopping di aziende. Hanno comprato anche i pickup fiammanti e i pezzi di artiglieria di legioni di tagliagole che negli ultimi dieci anni ci hanno regalato il mondo così come lo conosciamo: nuovi stati falliti, terrorismo, guerre, destabilizzazioni, ondate di profughi disperati. Altro che il «baluardo contro l’estremismo» da lui celebrato.
 
Renzi ci ricorda che «soltanto chi non conosce la politica estera ignora il fatto che stiamo parlando di uno dei nostri alleati più importanti». Giusto. L’Arabia Saudita è un membro del G-20 e tutti i paesi fanno affari con loro. Questo non mi scandalizza. Non conosco ancora un solo stato al mondo che conformi le sue azioni ai principi gandhiani e ritengo che si debbano tenere ottime e franche relazioni diplomatiche con i popoli e gli stati anche quando sono distanti da noi per regime politico e tipologia di interessi. Ma il punto non è aprirsi al dialogo. Il punto è un altro. Nanni Moretti lo avrebbe sintetizzato così: «apritevi pure, ma senza squartarvi». Non mi aprirei a vedere troppo Rinascimento dentro quella sontuosa reggia frequentata da chi ha fatto a pezzi e sciolto nell’acido un giornalista scomodo o decapitare una personalità venerata dal mondo sciita come lo sceicco Al-Nimr. Forse cercherei di parlarci da una posizione meno fantozziana.
 
Magari un Tony Blair o un Bill Clinton, o altri esercitano quella che Renzi definisce «un’attività che viene svolta da molti ex primi ministri», ossia fare gli oratori di qualche conferenza in cui stupire i borghesi di vari paesi rampanti con banalità a peso d’oro, prima di cenare con loro a parlare di business. Ma quelli non sono solo ex primi ministri. Sono politici ritirati dalla politica attiva, senza più ruoli nel cuore delle dinamiche istituzionali dei rispettivi paesi. Renzi invece è ancora qui che plana con un Gulfstream sul Quirinale a contrattare sulle finanze dello Stato italiano e a chiedere ministri.
 
Anche qui, come si fa con l’Arabia Saudita, non mi scandalizza che si parli con Renzi, purché ci si apra senza squartarsi e senza offrire di nuovo il fianco ad un accoltellatore seriale di governi. Mister 2 Per Cento deve chiudere la crisi che ha aperto lui, in un momento drammatico per il Paese, e deve farlo senza che sia accettato alcuno dei suoi diktat. E se vuole fare liberamente l’ex, alla Blair, lo deve fare in due modi: o pesandosi subito alle elezioni (dove verrebbe asfaltato dalla stessa legge elettorale che aveva imposto ai suoi tempi), o togliendo l’ingombro della sua spregiudicatezza dalle delicate trattative in corso. Dopo di che, bon voyage.

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