Perchè non bisogna intervenire in Siria

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Perchè non bisogna intervenire in Siria

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“Nessuno presente qui può comprendere come la comunità internazionale possa permettere tutto questo”. Da questa frase di Marie Colvin, giornalista americana uccisa la scorsa settimana in un bombardamento a Bab Amr, Rachman, nella sua rubrica del 27 febbraio, Syria the case staying out, analizza il dilemma di un intervento internazionale per fermare la violenza repressiva del regime di Assad. Secondo il Columnist del Ft, mentre nei reporter sui teatri di guerra si crea una reazione empatica per un intervento armato immediato, la posizione di chi deve prendere una decisione politica è diversa e deve valutare anche le possibili conseguenze sul lungo periodo.

L'attuale conflitto in Siria pone tre questioni che sconsigliano un intervento. In primo luogo, la posizione della comunità internazionale è sempre più divisa: non è solo il veto russo e cinese ad una risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite, ma anche i paesi arabi e le nazioni occidentali, fortemente ostili al regime di Assad, hanno espresso dubbi derivanti dalle divisioni etniche dell'opposizione, che potrebbero aprire la strada ad un conflitto ancora peggiore. In secondo luogo, la storia insegna che nella maggior parte dei casi l'intervento umanitario peggiora la situazione del paese. Ai casi parzialmente positivi di Bosnia, Timor est e Libia, Rachman cita l'Afghanistan, in uno stato di rivolta incontrollabile, la Somalia, emblema del failed state, e l'Iraq, trasformato in un continuo bagno di sangue. In terzo luogo, la Siria ha un esercito potente ed un supporto interno ed internazionale maggiore di Gheddafi: un intervento esterno potrebbe quindi trasformarsi in una guerra civile lunga. Inoltre, la situazione politica in Siria è oggetto d'interesse di diversi paesi, dall'Iran all'Arabia Saudita fino ad Israele, potendo allargare l'intervento ad un conflitto regionale. 
Il limite di sopportabilità deve essere il punto di riferimento dei politici: gli 800 mila morti in Rwanda imponevano una decisione immediata senza valutare le conseguenze del futuro. In Siria, conclude Rachman, il numero delle vittime per quanto drammatico non giustifica la possibile escalation di conseguenze disastrose di un intervento armato.
Con l'affermarsi della responsabilità di proteggere come norma internazionale, non è il numero delle vittime a determinare l'incapacità di protezione dei governati della popolazione civile. Ed il regime di Assad è andato al di là del limite tollerabile dalla comunità internazionale. 

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