Niente sanzioni al ministro Ben-Gvir: il doppio standard dell'UE che divide l'Europa

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Niente sanzioni al ministro Ben-Gvir: il doppio standard dell'UE che divide l'Europa

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Mentre la macchina sanzionatoria dell'Unione Europea si muove con implacabile rapidità e unanimità quando si tratta di colpire nazioni non allineate all'Occidente — come Russia, Iran o Bielorussia —, i meccanismi diplomatici di Bruxelles sembrano congelarsi di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dai propri storici alleati. Il caso del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir mette a nudo l'ennesimo doppio standard geopolitico dell'UE: la fermezza intransigente applicata a Mosca o Teheran si trasforma in un labirinto di veti e indecisioni quando la condanna dovrebbe colpire esponenti del governo israeliano, minando la credibilità dell'Unione come attore neutrale sulla scena internazionale.

A tal l proposito, L'Alta rappresentante per la politica estera dell'UE, Kaja Kallas, ha riferito che all'interno del blocco comunitario manca la coesione necessaria per colpire con sanzioni il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, l'esponente di estrema destra Itamar Ben-Gvir, malgrado le insistenze di diverse cancellerie europee.

"Numerosi Paesi membri hanno caldeggiato l'adozione di misure restrittive contro il ministro Ben-Gvir, ma nel vertice odierno non è stato possibile raggiungere un accordo unanime", ha spiegato Kallas a margine del consiglio dei ministri degli Esteri europei svoltosi a Lussemburgo.

La pressione per inserire il ministro nella lista nera europea è aumentata sensibilmente dopo la diffusione, il mese scorso, di un filmato in cui Ben-Gvir ironizzava sugli attivisti umanitari immobilizzati e catturati dai militari israeliani a bordo di una flottiglia diretta a Gaza. In reazione all'episodio, la Francia ha stabilito il divieto d'ingresso sul proprio territorio per l'esponente politico, esortando contestualmente l'Unione a varare sanzioni collettive.

Tuttavia, i provvedimenti sanzionatori dell'UE richiedono il voto favorevole di tutti e 27 gli Stati membri, e le nazioni tradizionalmente più vicine a Tel Aviv hanno bloccato il progetto.

Sul fronte economico, Kallas ha comunque annunciato che l'Unione prenderà in esame diverse strategie per limitare i rapporti commerciali legati alle colonie israeliane, accogliendo le istanze sollevate da alcuni governi:

"In merito all'interscambio commerciale con gli insediamenti illegali, diversi Stati membri hanno sollecitato un intervento della Commissione Europea", ha precisato.

La diplomatica ha poi aggiunto che darà mandato all'organo esecutivo dell'UE di elaborare "un ventaglio di opzioni per potenziali restrizioni commerciali", che verranno discusse nel prossimo summit dei ministri degli Esteri a luglio.

Israele mantiene il controllo della Cisgiordania dal 1967 e, da quel momento, lo sviluppo degli insediamenti ha rappresentato un punto fermo nell'agenda dei vari governi israeliani. Questa dinamica ha però registrato un'impennata sotto l'attuale esecutivo di coalizione guidato da Benjamin Netanyahu. Escludendo l'area di Gerusalemme Est, sono oltre 500.000 i coloni israeliani che risiedono in questi territori — considerati illegali dal diritto internazionale —, a fronte di una popolazione di circa tre milioni di palestinesi.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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