Museo Madre di Napoli. Quando l’artista israeliano di nascita diventa "americano"

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Museo Madre di Napoli. Quando l’artista israeliano di nascita diventa "americano"

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di Refqa Sharafi*

In questo momento, più che mai, si parla dell'orgoglio del popolo palestinese, un popolo che continua a esistere e a resistere, rivendicando la propria identità in modo esplicito, ostinato, pubblico, nonostante tutto, nonostante tutti. La dignità palestinese e la determinazione a lottare per salvaguardare la propria appartenenza sono diventate parte della narrazione quotidiana: sui feed dei social come per le strade delle città, non si può non incontrare una bandiera della Palestina o un "Free Palestine".

È in questo contesto che mi sono trovata di fronte alla mostra di Uri Aran al Museo Madre di Napoli, e che non ho potuto fare a meno di farmi alcune domande.

Se è vero che l'arte rispecchia il tempo che la circonda, e se è vero, come si dice sempre più spesso, che il curatore è il nuovo artista, allora il testo curatoriale non è mai neutro: è una scelta, una presa di posizione. E le parole che sceglie o che evita parlano di questa scelta.

Nel caso della mostra di Uri Aran, curata da Eva Fabbris, l'artista viene sistematicamente presentato come americano. Eppure Aran è nato a Gerusalemme ed è, a tutti gli effetti, un artista israeliano che vive negli Stati Uniti da circa venticinque anni. Questa informazione non è falsa, ma è parziale. E la parzialità, soprattutto in un momento storico così carico, non è certamente neutra.

Va detto che questa ambivalenza non è solo curatoriale. Approfondendo le ricerche, emerge che lo stesso Aran non tematizza mai apertamente le proprie origini: solo in rari passaggi affiora che è nato in Israele e che lì ha mosso i primi passi della sua formazione. Il resto è silenzio. Un silenzio che, in un altro momento storico, potrebbe sembrare semplicemente una scelta di riservatezza, ma che oggi ha un peso diverso. In un contesto in cui l'appartenenza allo Stato di Israele è diventata essa stessa una posizione politica, non prenderne le distanze e allo stesso tempo non riconoscersi pubblicamente come israeliano è una forma di ambiguità che non passa inosservata. Non si tratta di esigere una dichiarazione, né di imporre a un artista una bandiera, ma di riconoscere che, in certi momenti storici, il silenzio non è neutro: è anch'esso una scelta, sulle cui ragioni è lecito interrogarsi.

Non si tratta di mettere in discussione la legittimità di esporre un artista israeliano: il punto non è la censura, ma come viene costruita la sua identità pubblica all'interno dello spazio museale.

Perché scegliere di enfatizzare "americano" e non citare "israeliano"? È una semplificazione? Una consuetudine curatoriale? O è una forma di adattamento al contesto, che tende a evitare elementi percepiti come scomodi?

Qui si apre una questione più interessante: non tanto chi sia l'artista, ma come le istituzioni culturali modulano il linguaggio per rendere alcune identità più presentabili di altre.

Se confrontiamo questo con la narrazione sull'identità palestinese, che viene continuamente ribadita e difesa, emerge un'asimmetria: da una parte un'identità esposta e politicizzata, dall'altra una che può essere attenuata, sfumata, resa secondaria. Anche perché, altrove, assistiamo a un fenomeno opposto: generazioni di figli e nipoti di palestinesi, spesso nati lontano e talvolta impossibilitati persino a vedere la Palestina con i propri occhi, continuano a rivendicare con forza la propria appartenenza, non come un dato secondario o negoziabile, ma come qualcosa da dichiarare apertamente, da difendere, da rendere visibile.

Questo scarto tra identità che vengono affermate con ostinazione e identità che possono essere attenuate fino a diventare quasi invisibili è forse il punto più rivelatore. Non riguarda il singolo artista, ma il contesto che rende alcune appartenenze più dicibili di altre.

Ed è qui che vorrei rivolgere una domanda diretta al sistema curatoriale: se si sceglie di organizzare la mostra di un artista israeliano a Napoli, in questo preciso momento storico, allora si porti quella scelta fino in fondo. Con trasparenza. Con coraggio. L'arte non esiste nonostante le tensioni del presente esiste proprio per abitarle, per nominarle, per non girarsi dall'altra parte. E il curatore, se è davvero il nuovo artista, non può sottrarsi a questa responsabilità.

*Refqa Sharafi - Italo-palestinese, si è formata in ambito finanziario, lavorando per diversi anni in questo settore. Successivamente ha progressivamente orientato i propri interessi e la propria attività verso il mondo dell’arte, che oggi segue come osservatrice e art advisor indipendente.

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