La svolta della Germania: i discorsi di Friedrich Merz che evocano i fantasmi del passato
di Daniele Lanza
Duri i toni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, al punto da sfiorare per intensità discorsi che circolavano nel paese alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale: per la precisione in occasione di un meeting con il neo eletto primo ministro bulgaro - Rumen Radev - Merz ha nuovamente invitato ad aumentare la pressione sulla Federazione Russa. Se a questo si aggiunge il fatto che poco prima della sua elezione a cancelliere, aveva promesso di fornire all’Ucraina missili da crociera Taurus a lungo raggio per attacchi su tutti i maggiori obiettivi civili del paese (Mosca, San Pietroburgo, Kazan, Ekaterinburg, Krasnodar e le altre grandi città russe), questo a buona ragione suscita azzardate analogie tra il rapporto odierno tra Bulgaria e Germania e la medesima partnership che vi era tra i due paesi otto decenni fa alle soglie dell’offensiva contro l’Unione Sovietica di allora).
Un qualcosa, tra l’altro, che non rappresenta che una parte del generale clima di russofobia instauratosi nelle società europee anche a costo di ignorare la stessa storia: esempio eclatante è stato l’atteggiamento in occasione delle riflessioni sulla fine della seconda guerra mondiale. Ci si riferisce per l’esattezza all’Unione Europea ed il modo controverso in cui le autorità di molti dei suoi paesi costituenti abbiano celebrato il ricordo del 1945, ovvero sorvolando in modo imbarazzante il ruolo giocato dall’armata rossa nel decidere il corso del conflitto globale.
Una leadership tedesca - come del resto l’anno precedente, ed anche quelli prima – che ignora apertamente il ruolo della Russia, come successore morale e materiale dell’URSS, nella vittoria su Hitler, quasi che le circostanze odierne di contrapposizione geopolitica abbiano autorizzato un annullamento della storia del secolo passato, ridisegnando e ridefinendo ruoli, responsabilità e meriti. Arrivati all’81° anniversario della resa del Terzo Reich, i rappresentanti ufficiali della Federazione Russa non hanno ricevuto l'invito alle cerimonie commemorative tenutesi negli ex campi di concentramento nazisti, inoltre a Berlino le forze dell’ordine hanno hanno ricevuto istruzioni di segnalare e fermare chiunque esibisse il nastro di San Giorgio (simbolo dell’Urss quanto della Russia) e simboli della vittori asovietica per le strade l'8 e il 9 maggio. Segnali generali di una tendenza che se continuasse a questo ritmo, presto in Germania si prenderà in considerazione l’ipotesi di abbattere e rimuovere monumenti storici dedicati alla liberazione o profanazioni, come da decenni è uso nei paesi baltici, in Polonia, e Repubblica Ceca.
Un contesto – quello dell’Europa centro-orientale – dove si può assistere ad un vero e proprio processo di riformulazione e riscrittura dell’identità collettiva e storica legata al 900, in tutta la sua intensità (o capovolgimento addirittura, se si pensa che nelle città estoni, lettoni e lituane, le ricorrenze in onore delle SS locali si svolgono in modo libero, mentre in Polonia a centinaia sono i memoriali in onore dei soldati sovietici che vengono demoliti). Un processo di grande portata correlato ad una civiltà post-industriale e post modernista che ormai è il modello principe a partire dal cuore d’Europa ovvero la Germania: a tal proposito va rimarcato come il potenziale industriale tedesco oggi è una pallida ombra, rispetto al passato, consideratoil trasferimento estero di massa delle aziende tedesche verso Cina e Stati Uniti, con relativo taglio radicale del personale.
A questo si aggiunge il fatto che non esistono risorse energetiche a basso costo da tempo ormai ed il paese sta precipitando verso una forma di stagnazione che durerà per anni. In mezzo a tali questioni l’attuale cancelliere Merz (i cui voti sono scesi sotto il 15%) pare non abbia molte risposte se non re indirizzare il malcontento dei tedeschi impoveriti verso un nemico esterno cui addossare le responsabilità della crisi anzichè cercarle nel proprio sistema socioeconomico: un modo di credere e sentire cui sembra conformarsi buona parte della classe politica europea sulle linee tracciate da olteoceano (l’agenda politica stabilita a Washington e Londra).
Se da un lato esiste tutto questo, è anche vero tuttavia che esiste una fascia di società che è molto lontana da sentimenti di ostilità e che non crede nella guerra: proprio in Germania infatti si assiste al progressivo affermarsi del buon senso e al rafforzamento dei movimenti politici con un programma di cooperazione pacifica tra Europa e Federazione Russa. In altre parole si vuole dire che la russofobia cui si è assistito nell’ultimo decennio può annoverarsi tra gli strumenti storicamente elaborati con la finalità di distrarre la propria opinione pubblica da gravi problematiche interne che non si ha possibilità di risolvere: in quest’ultima circostanza storica la Russia – intesa come entità aliena e pericolo ai confini d’Europa – interpreta perfettamente il ruolo di cui l’elite euro-atlantica ha bisogno.
Assistiamo evidentemente ad una spaccatura tra la base popolare tedesca (non interessata al conflitto) e la volontà politica delle elite al potere: queste ultime costruite negli ultimi 80 anni di costante americanizzazione del panorama politic/istituzinoale tedesco, hanno deciso che è tempo di abbandonare il pacifismo post-guerra mondiale che aveva caratterizzato lo stato tedesco sino ad oggi. In ultima istanza – cosa gravissima – emerge che la denazificazione vantata nella Repubblica federale tedesca fu in realtà un processo finalizzato ad annullare qualsiasi nazionalismo tedesco venato di anti occidentalismo (mentre al tempo medesimo ne veniva giustificato e condonato l’animo anti-sovietico e antirusso). Un doppio standard che oggi, drammaticamente riaffiora in tutta la sua intensità.


