Messico. Il rincaro della benzina fomenta venti di rivolta

Molti temono, non a torto, che salendo il costo del trasporto delle merci trasportate su ruota, prima o poi seguirà anche un rincaro dei prodotti, con esiti preoccupanti per la tenuta sociale

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Messico. Il rincaro della benzina fomenta venti di rivolta

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di Daniele Cardetta
 

Il governo messicano del Presidente  Enrique Peña Nieto ha deciso un rincaro della benzina del 20% e del diesel del 16,5%  che ha scatenato vere e proprie rivolte di piazza, esacerbando una situazione sociale già abbastanza tesa e ponendo le premesse per ulteriori tensioni nell’immediato futuro. Letteralmente migliaia di persone in tutto il Paese sono scese in piazza per protestare, e non sempre in modo pacifico, rendendo così anche plasticamente percepibile il malessere sociale che si respira in Messico. Come riferito da Euronews (http://it.euronews.com/2017/01/09/non-si-fermano-le-proteste-in-messico-contro-l-aumento-del-carburante) molti manifestanti hanno deciso di unirsi alle proteste nel timore che molto presto possano alzarsi a catena anche i prezzi di tutti i principali prodotti di consumo come patate, carne e pane. 

 

Molti temono, non a torto, che salendo il costo del trasporto delle merci trasportate su ruota, prima o poi seguirà anche un rincaro dei prodotti, con esiti preoccupanti per la tenuta sociale. Le proteste poi non sono state solo pacifiche, basti pensare che in Baja California le forze di polizia hanno dovuto utilizzare le maniere forti per disperdere manifestanti infuriati che hanno letteralmente assalito distributori e depositi. 

 

Secondo diverse fonti le autorità messicane avrebbero arrestato qualcosa come 1500 persone in tutto il Paese a causa dei tumulti, e la sensazione è che le proteste non si fermeranno molto presto visto che l’elezione alla presidenza americana di Donald Trump secondo molti analisti peggiorerà la situazione economica del paese centroamericano. Proprio il magnate americano infatti ha promesso di fare pressioni affinchè le grandi industrie statunitensi come Ford e General Motors non aprano nuovi siti produttivi in Messico, con tutte le conseguenze negative del caso per l’economia locale. Intanto però il governo messicano dovrà pensare sin da subito a pacificare la situazione visto che, da Puebla fino a Monterrey e Veracruz, le manifestazioni di protesta sono state molto partecipate e hanno visto ovunque frange violente arrivare a saccheggiare negozi e centri commerciali. Il bilancio del tutto provvisorio parla anche di alcuni morti, tra cui un poliziotto, e le promesse del governo di aumentare del 10% i salari dei dipendenti pubblici non sembrano essere abbastanza per riportare la situazione sotto controllo. 

 

Da parte sua il presidente Nieto ha spiegato che vista la difficile contingenza internazionale con la crescita dei prezzi del petrolio e il Messico dipendente dalle importazioni il governo messicano non avrebbe avuto altra alternativa all’aumento dei prezzi. Ma i messicani sembrano ormai stanchi e chiedono una inversione di tendenza al presidente, magari che si cominci a fare realmente qualcosa contro la corruzione e l’impunità o che si aumentino le tasse per le varie multinazionali. Da qui il rischio per Nieto di aver intrapreso una pericolosa parabola discendente in termini di consenso a meno di due anni dalla fine del suo mandato. 

 

L’aumento dei prezzi del carburante sembra quindi aver avuto l’effetto di una goccia che ha fatto traboccare il vaso, e la svalutazione del peso messicano ha subito un brusco ridimensionamento proprio dopo l’elezione di Trump, un personaggio capace di influenzare il mercato del Messico semplicemente con un Tweet. 

 

La sensazione è che molti messicani di fronte all’emergere di un quadro internazionale sfavorevole, basti pensare alle dichiarazioni di Trump nei confronti del Messico, inizino a pretendere una inversione di tendenza al proprio governo a difesa degli interessi e della sovranità del paese.

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