L’Impero fossile
di Angelo d'Orsi
Chi si occupa della drammatica vicenda palestinese ha sempre ritenuto che il punto di avvio sia la Dichiarazione Balfour del 1917, la lettera inviata dal ministro degli Esteri britannico, Arthur J. Balfour, al rappresentante della comunità israelitica londinese, Lord Rotschild, nella quale si affermava che il governo di Sua Maestà non avrebbe visto con disfavore la costituzione di un “National Home” (un focolare nazionale, fu tradotto) gli ebrei in Palestina, purché – si aggiungeva – questo non arrecasse nocumento alle popolazioni native. Chi tra gali studiosi voleva andare più a fondo, non rinunciava a sottolineare che prima c’era stato un altro atto decisivo: l’incontro fra due diplomatici, uno inglese, Mark Sykes), l’altro francese, François Georges Picott, siglato nel 1916, dopo una lunga trattativa: la spartizione del Medio Oriente, con l’assegnazione della Palestina ai britannici.
Fatti assodati. Ma la storia procede per aggiunte, correzioni, “revisioni” sulla base di nuovi documenti, ma anche di nuove domande che ciascuno studioso pone agli eventi del passato, in base a prospettive proprie. Giunge ora un magnifico, piccolo libro a indurci a rivedere, e arricchire il quadro delle origini della “questione palestinese”: Distruggere la Palestina, distruggere il Pianeta (pubblicato come i precedenti dal coraggioso editore Ponte alle Grazie, tradotto dallo stesso responsabile editoriale, Vincenzo Ostuni) di un giovane studioso svedese, Andreas Malm, messosi già in luce con opere suggestive legate tutte al tema del fossile, e dei suoi effetti ambientali, e politici.
Malm retrodata al 1840 non solo l’inizio della questione palestinese, ma l’interesse della Gran Bretagna – a capo del più grande impero mai conosciuto fino ad allora – per quelle terre. Esso decise di far guerra a Muhammad Alì, pascià d’Egitto, formalmente parte dell’Impero Ottomano, ma di fatto regno autonomo, un proto-regno volto a unificare gli arabi, non gli islamici. Progetto che gli inglesi non vedevano di buon occhio, tanto più che, allora, volevano evitare l’affondamento degli Ottomani in funzione antirussa. Poi qualche decennio dopo cambiarono idea, quando si trattò di dividersi le spoglie di uno Stato che era sul punto di implodere.
Il 4 novembre 1840, dunque, quattro piroscafi con bandiera dell’Union Jack, giunsero davanti al porto di San Giovanni d’Acri, e cannoneggiarono quella città, considerata la porta di accesso alla Palestina, riducendola in macerie, mentre le navi di Alì, imbarcazioni a vela, assistevano impotenti alla strage. La tesi dell’autore è che, con l’Inghilterra, a vincere fu il vapore, cioè il carbon fossile; nel contempo, si impose un modello stragista di guerra coloniale. “Non una casa, per quanto piccola, è sfuggita al tiro dei nostri cannoni”, scriveva uno degli assalitori. E un libro di un inglese rimasto anonimo, favoleggiava che con quell’azione di “conquista”: “Gli ebrei tornano in Palestina”. Un concetto rafforzato da una bislacca narrazione, fatta da persone che mai vi si erano recate, che parlava di quella terra come “disabitata”, e la smania del “ritorno alla terra promessa” oltrepassò l’Oceano giungendo negli Usa, dove si cominciò a scrivere “è tempo di dare agli ebrei il possesso della Palestina”. Dunque ben prima di Balfour! Degno di nota il termine che si trova in numerose cronache dell’epoca: “polverizzazione” della città. La stessa parola usata oggi guardando agli effetti dell’azione israeliana su Gaza.
Il predominio britannico nella regione, tra il XIX e il XX secolo, mentre il combustibile fossile passava dal carbone al petrolio, ebbe innanzi tutto questo fine: la ricerca capillare di fonti energetiche e in generale di materie prime in una regione che ne aveva in abbondanza. Il 1917, il 1947, il 1967 furono di trentennio in trentennio le tappe di questo percorso, che mentre sottraeva la Palestina ai nativi, faceva della regione “una base per il capitale fossile”. Distruggere la Palestina, così, divenne la via per distruggere il Pianeta: Malm ci ricorda che “il collasso climatico è la tempesta che minaccia di condurci tutti alla rovina”. E le grandi potenze, a cominciare da due Stati-canaglia, Usa e Israele, proprio lì, nella terra che ha dato i natali a Gesù e Maometto, nella loro politica di guerra infinita contro le popolazioni native, non fanno che alimentare la tempesta.

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