Le bugie di Saccomanni

Una decrescita di 0,2% in meno accolta come la fine della crisi

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Le bugie di Saccomanni

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In uno dei suoi ultimi post sul suo blog Goofynomics, Il bilancino del farmacista, il prof. Alberto Bagnai commenta le dichiarazioni del ministro dell'economia italiano Saccomanni - “Un funzionario della Banca centrale indipendente prestato al Tesoro. Come dire che se la Banca è indipendente dal Tesoro, il Tesoro non lo è dalla Banca” - sulla fine del periodo di crisi in Italia.
Come tutti i governanti, Saccomanni deve infondere ottimismo, ma, prosegue Bagnai nella sua analisi, le motivazioni utilizzate dal ministro rasentano il ridicolo: la sua fiducia sarebbe alimentata dal fatto che nel secondo trimestre la decrescita dell'Italia è stata solo del -0.2%, anziché del -0.4% previsto "dagli economisti". In realtà già l'OCSE ad aprile aveva previsto come nel secondo trimestre la decrescita sarebbe stata del -0.26% e le stime preliminari dell'ISTAT confermano sostanzialmente questo dato e non è una buona notizia, perché l'OCSE annunciava la ripresa per l'anno prossimo.
Il problema strutturale resta sempre lo stesso: le rigidità dell'euro, con la connessa austerità, hanno trasformato uno shock esterno indubbiamente rilevante in una catastrofe di proporzioni inaudite, che ha riportato il paese ai livelli di reddito di più di 15 anni fa. Attraverso un grafico illuminante, Bagnai mostra come il reddito pro capite in termini reali (cioè in effettivo potere d'acquisto) sarebbe a quasi 27000 euro - anziché 22450 (come nel 1998)  - se a partire dal 2007 l'Italia avesse continuato a crescere al tasso medio registrato fra il 1999 e il 2007, cioè nell'età dell'euro, pari all'1.1%, la metà di quanto si era avuto dal 1980 al 1999. 
Per recuperare tutto il tempo perduto e tornare sul sentiero tendenziale pre-crisi, nei cinque anni 2013-2018, l'economia italiana dovrebbe crescere del 3.6%. Chiaramente impossibile. E anche se il paese cominciasse a crescere al 2% fisso in termini reali dall'anno prossimo, ci vorrebbero diciassette anni per recuperare i diciotto anni persi. Se per "fine della recessione" intendiamo il recupero graduale ed in tempi lunghi del tenore di vita relativo, conclude Bagnai, questi sono gli ordini di grandezza che sarebbero risolutivi: il 4%, il 2%. Lo 0.2% con cui Saccomanni annuncia trionfalmente la fine della recessione “è lo smarrito girovagare di superstiti fra le macerie di un bombardamento”.

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