Meloni contro la magistratura: la mezzanotte della democrazia
di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
In attesa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenga sull’inammissibile ingerenza del capo di governo nell’attività della magistratura, dovremmo iniziare a chiederci quanti secondi mancano alla fine della (malconcia) democrazia italiana.
Come sanno tutti – ma evidentemente sfugge a Giorgia Meloni – la moderna democrazia si fonda sul principio sulla separazione dei poteri, sullo stato di diritto e sulla libertà di stampa.
In questo momento, tutti e tre i principi stanno venendo calpestati. Il presidente del Consiglio, in un video di 49 secondi pubblicato su X, afferma:
“Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del GIP di Milano di non convalidare l’arresto di Yuossef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 Ottobre”, la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano. Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’Ordine, degli inquirenti, del Ministero degli Interni e in generale di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente per bene dal rischio di vedere devastate le proprie città, i propri esercizi commerciali. Davvero non so come possa uno stato no-r-ma-le (enfatizza N.d.A) difendere le persone per bene, di fronte a queste decisioni di certa magistratura”.
Per prima cosa, in base a quanto emerge dalle indagini, il canale del movimento è stato creato la sera di domenica 18 ottobre, il giorno successivo alle rivolte di Milano. Siamo nel campo dell’assurdo.
Ma ciò è nulla delle ben più gravi conseguenze delle affermazioni di Meloni che:
- Mette mediaticamente alla gogna un magistrato.
- Nelle vesti di capo dell’esecutivo, interferisce a gamba tesa nelle decisioni dei giudici.
- Intimidisce i magistrati e ne indebolisce l’indipendenza.
- Apre un conflitto istituzionale.
Il principio di separazioni dei poteri, teorizzato nel 1748 da Charles L. de Motesquieu ne “Lo spirito delle Leggi” , sta alla base del pensiero liberale e della moderna democrazia. Il potere assoluto viene segmentato e assegnato a tre organi differenti e autonomi. Come si impara alle medie, ma probabilmente occorre ripetere, al parlamento spetta il potere legislativo, al governo il potere esecutivo e alla magistratura il potere giudiziario.
L’indipendenza dei tre organi costituisce sia una garanzia che un limite. Se un potere interferisce con gli altri poteri, viene meno l’impalcatura della democrazia e si cade rovinosamente verso l’assolutismo.
Siamo in questa situazione e francamente non è neanche una sorpresa. Il governo di Meloni aveva già tentato di mettere le briglia alla magistratura con la riforma Nordio. Un referendum costituzionale ha impedito che ciò accadesse.
La magistratura ha reagito con veemenza le parole della Meloni, definendole inaccettabili.
I giudici di Milano hanno protestato duramente contro l’ingerenza del capo dell’esecutivo e i condizionamenti esterni, in difesa della terzietà e dell’autonomia dei magistrati:
“Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali, rilasciate all’esito della decisione della giudice del tribunale di Milano sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza reale o mascherata degli istituti giuridici di uno Stato di diritto“, si legge in una nota congiunta della presidenza del tribunale di Milano e della Sezione Gip-Gup, a firma Fabio Roia e Vincenza Maccora.
La giunta esecutiva dell’ANM definisce quello di Meloni un “attacco scomposto” alla decisione di un magistrato, la cui delegittimazione da parte “delle più alte cariche dello Stato” è definito un “esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile".
"Autonomia e indipendenza della magistratura sono due capisaldi della democrazia - sottolinea l'Anm - in cui i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all'interno del dibattito pubblico. Questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni", ribadisce il comunicato .
La “scompostezza” di Giorgia Meloni va letta sia in prospettiva dell’imminente campagna elettorale, che si combatterà fino all’ultimo sangue, come si vede dai pròdomi, sia perché la decisione del Gip Tiziana Landoni smonta l’impalcatura accusatoria che ha portato la procura di Milano a disporre arresto e carcere cautelare per Siher.
In base a quanto riporta il Corriere, per il giudice preliminare “non soltanto non ci sono esigenze cautelari per trattenere in custodia cautelare” il giovane trentenne – definito da alcuni giornalisti addirittura l’”intelligence” di una cellula terroristica” – ma “ancor prima e a monte non c’erano fondate ragioni giuridiche per fermarlo sabato notte dopo una giornata in Questura e portarlo a San Vittore, perché le sue condotte, con la creazione e l’amministrazione di un canale Telegram con 11.000 iscritti e di una pagina Instagram giunta a 50.000 iscritti, non sono incasellabili nelle fattispecie penali di «istigazione a delinquere» aggravata dalla «finalità di terrorismo», e nemmeno di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» tipizzata come nuovo e autonomo reato dall’ultimo decreto legge del governo Meloni proprio dopo i saccheggi nel centro di Milano”.
Se ne deduce che un giovane è stato arrestato, portato in carcere e sbattuto come mostro in prima pagina solo per la congiuntura di quattro fattori:
- La creazione di una pagina social di un nascente movimento politico;
- Le origini dei genitori;
- La fede islamica;
- L’attivismo in difesa della Palestina.
Nessuno di questi è evidentemente un reato, pertanto – da quanto emerge – il suo arresto ci porta fuori dallo Stato di Diritto. Tanto più che uno dei principi cardine dell’ordinamento giuridico è stato platealmente calpestato: la presunzione di innocenza.
Anche qui occorre ricordare che il principio di presunzione di innocenza è definito dall’articolo 27 della Costituzione che recita: L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
I giornalisti lo sanno bene, poiché se non lo rispettano, definendo un imputato come criminale prima della sentenza definitiva, si beccano una querela.
La stampa non si è limitata ad ignorare la presunzione di innocenza, ma ha costruito dal nulla un profilo criminale di Siher e di sua moglie, presentandolo come un nuovo “cattivo maestro”. I giornalisti non hanno semplicemente sbattuto il mostro in prima pagina, ma hanno ricreato un “clima da anni di piombo”, senza lotta armata, senza gruppi rivoluzionari e senza bombe. Ciò è evidentemente in linea con una nuova strategia della tensione volta a legittimare la repressione, la limitazione delle libertà politiche e di espressione.
Se il Viminale ha usato il pugno duro, i giornalisti maistream sono diventati una vera e propria avanguardia dello stato di polizia e del partito trasversale della guerra, il cui obiettivo è mettere a tacere ogni voce critica attraverso la criminalizzazione dell’opposizione.
In un paese democratico le massime cariche dello Stato rispettano la separazione dei poteri, sono garanti dello stato di diritto e la stampa è libera, ovvero non risponde agli ordini del potere politico, economico, militare o di polizia.
Le vicende delle ultime settimane ci segnalano che siamo a pochi secondi dalla mezzanotte della democrazia.


