I veri estremisti
di Alessandro Mariani
L‘Italia è sempre stata oggetto di interesse e curiosità per quanti, a vario titolo, si occupano di storia-politica-società, tanto che più d’una volta si è parlato del nostro paese nei termini di un laboratorio politico avanzato, precursore di dinamiche divenute poi fenomeni generali (sol che si pensi al fascismo, al cd. populismo o alle politiche restrittive adottate in pandemia). Nondimeno, l’Italia del secondo dopoguerra ha stupito tutti gli osservatori per la sua capacità di tenuta democratica (“resilienza”, per dirla con una parola che da qualche tempo abbonda sulla bocca degli stolti) nonostante i tentativi di golpe, mafie e terrorismi.
A riguardo c’è chi ha parlato di un autobus che pur sbandando continuamente in curva è però riuscito per tutto il tempo a non uscire di strada.
Metafora calzante, almeno fino a ieri, perché oggi mala tempora currunt e dal villaggio globale dense nuvole si profilano all’orizzonte (come ha detto l’unico ministro del governo che non si mette le dita nel naso). Tra decreti sicurezza ed altre amenità e nella congiuntura internazionale più problematica dal dopoguerra in qua, viene allora naturale chiedersi se gli pneumatici e gli ammortizzatori dell’autobus reggeranno anche stavolta il colpo. Quel che è certo è che la nostra politica non è mai stata così debole e che la salute dei partiti è ai minimi termini come confermato ad ogni tornata elettorale dalla crescita verticale dell’astensionismo, fattore che vede l’Italia far da capofila rispetto ad ogni altra nazione europea e occidentale.
Senonché, se è difficile comprendere il nostro paese per gli stranieri lo è anche per gli italiani. In primo luogo, bisognerebbe individuare il tratto saliente, quello che più caratterizza la nostra oligarchia liberaldemocratica rispetto alle altre del blocco occidentale, sia riguardo alla sua classe politica che rispetto al corpo elettorale.
Quanto alla prima, Giorgio Bocca eccelso fustigatore del costume nazionale, parlava della sua propensione agli ossimori che conciliano i contrari, citando allo scopo gli esempi del berlingueriano partito di lotta e di governo e quello delle convergenze parallele di Aldo Moro. Ma se questi possono essere considerate artifici retorici e astuzie verbali (o meno benevolmente paradossi privi di senso ad uso e consumo della politica politicante) c’è un’altra espressione, speculare e apparentemente altrettanto ossimorica, che esprime al meglio quel che tuttora costituisce l’essenza della nostra politica e della nostra società. Mi riferisco al radicalismo del moderatismo nostrano, da intendersi come estremizzazione di quella refrattarietà al cambiamento che è propria del moderatismo politico tout court. Si tratta di un fattore ormai strutturale, potenziale fonte di consenso per le forze politiche ma di non facile gestione, dove fondamentale diventa il supporto della grancassa mediatica.
Detto per inciso è del tutto naturale che nel rivolgersi ad un settore di opinione pubblica si adattino gli strumenti allo scopo, ma quel che qui vorrei evidenziare è la evoluzione involuzione di alcuni degli interventi che si rivolgono in quella direzione. Si tratta in buona sostanza di una debacle, un fallimento tanto più rimarchevole se si considera che il caso in questione non riguarda i fogliacci sguaiati e triviali della destra, ma buona parte dei sedicenti esperti che da tempo esprimono il peggio del loro punto di vista sulla prima pagina del prestigioso quotidiano milanese.
Un punto di vista che intende proporsi come laico, disincantato e moderato e perciò, grazie all’obiettiva razionalizzazione di passato e presente, capace di formulare previsioni con sufficiente accuratezza. Non a caso alcuni degli editorialisti (paludati professori universitari) si sono spesso richiamati alla scuola dell’elitismo politico italiano (Mosca-Pareto-Michels) il cui tratto saliente è, come è noto, proprio l’approccio originale, realistico ed a-valutativo.
Tutto il contrario di quel che accade perché ad ogni previsione sbagliata i nostri rincarano la dose e quando la realtà non si conforma ai loro desiderata con uno sprezzo del ridicolo ai limiti del credibile incolpano il diavolo di turno (Putin, Trump o in corner i no-vax). Va comunque dato atto agli epigoni della gloriosa tradizione della rimarchevole capacità di continuare a superarsi in corso d’opera.
Tutt’altro che originali: riguardo alla guerra in Ucraina ricalcano pari pari quel che oltre Atlantico avvenne cent’ anni or sono (istituzione da parte del presidente Wilson della commissione Creel, volta a svolgere una massiccia opera di persuasione affinché l’opinione pubblica accettasse l’intervento nel primo conflitto mondiale). Con la fondamentale differenza che la propaganda di allora ebbe successo mentre quella odierna determina l’effetto opposto.
Tutt’altro che realistici: le congetture sopravanzano di gran lunga i fatti e al pari del giornalettismo di bassa lega, si cade nella frequente contraddizione per cui Putin un attimo è in procinto di arrivare a Kiev e dopo due secondi è già in ritirata.
Altro che a-valutativo! L’approccio è religioso ed ideologico, sol che si consideri la stanchevole ripetizione dei termini aggressore – aggredito, un mantra che viene proposto-opposto in ogni sede e contraddittorio rispetto al conflitto Russia-Ucraina. Una sorta di professione di fede democratica postuma e preventiva, ricorrente soprattutto nelle comparsate televisive.
Ma poiché è oramai palese che l’opinione pubblica, per più o meno nobili motivi, si rinsaldi vieppiù nella convinzione che sia inutile e dannoso continuare a foraggiare un regime corrotto e criminale (oltre che perdente) come quello di Kiev, le sirenette guerrafondaie spiccano definitivamente il volo. Così, visto che le autocrazie stanno insidiando la civiltà occidentale con tutti i mezzi a loro disposizione, incluso una guerra ibrida che non porta rispetto neppure alle borse di Prada e di Louis Vitton, è ora che anche le democrazie ricorrano a rimedi estremi.
“Non ci si può arrendere all’opinione pubblica!” come ha detto qualcuno che siede nella stanza dei bottoni. In sostanza anche i nostri accademici hanno da tempo sposato il Verbo: nella lotta epocale contro le forze del male i cittadini vanno difesi da se stessi abolendo di fatto la democrazia.
L’epiteto “estremista” reca sempre con sé una più o meno marcata connotazione di distacco dalla realtà e dalla ragionevolezza. Se cercate i veri estremisti perciò frugate in via Solferino e zone limitrofe (dalle parti di “Stampubblica” tanto per intenderci). Estremisti su tutta la linea! Estremisti nel servilismo, nel paradosso e nel ridicolo. In parole povere Estremisti di centro.
Di fronte a cotanta irrazionalità rispetto allo scopo non resta che chiedersi quale sarà la prossima mossa. Chissà …magari la partecipazione ad una seduta spiritica in cui sarà evocato lo spirito di Churchill (con il ministro Crosetto a far da medium).


