La mano rossa parla solo di guerra?
Dai cavalli e dai guerrieri delle Pianure alle donne indigene scomparse e assassinate: storia di un simbolo
di Raffaella Milandri
Una mano rossa dipinta sul collo di un cavallo da guerra suscita curiosità, forse ammirazione. È facile collocarla nel repertorio che l’immaginario occidentale ama dei Popoli Nativi: guerrieri, cavalli dipinti, imprese di guerra, counting coup. Una mano rossa sulla bocca di una donna indigena contemporanea è molto meno comoda, perché non racconta un passato che possiamo romanticizzare: parla di donne scomparse e assassinate e, soprattutto, del silenzio che troppo spesso ha circondato la loro sorte. È questo il significato centrale della mano rossa divenuta emblema del movimento delle Missing and Murdered Indigenous Women and Girls, MMIWG. United South & Eastern Tribes, organizzazione intertribale che rappresenta numerose nazioni native, lo formula senza eufemismi: la mano sulla bocca rappresenta le donne scomparse «whose voices are not heard», le cui voci non vengono ascoltate, ma anche il silenzio dei media e delle forze dell’ordine davanti alla crisi. Il National Indigenous Women’s Resource Center la definisce a sua volta un simbolo ampiamente riconosciuto della violenza che ha silenziato innumerevoli donne indigene. Dunque non è semplicemente un segno di lutto, e neppure un generico richiamo al sangue. È un simbolo politico. Dice che qualcuno è stato ridotto al silenzio e, contemporaneamente, domanda chi abbia taciuto. Ed è forse proprio per questo che la mano contemporanea risulta più difficile da addomesticare di quelle che ammiriamo nei musei.
Quando una mano raccontava un’impresa
Le impronte di mani sui corpi dei guerrieri e sui cavalli delle Pianure sono storicamente documentate, ma qui occorre liberarsi subito da uno dei vizi più tenaci con cui continuiamo a raccontare i Nativi Americani: l’idea che sia esistito un unico dizionario dei «simboli indiani».
Non è così. Lo stesso segno poteva assumere significati differenti secondo il popolo, il colore, la posizione, l’occasione e la persona che aveva acquisito il diritto di portarlo.
Fra i Blackfeet, per esempio, George Bird Grinnell descrisse nel 1910 un uso molto preciso. Travolgere con il cavallo un nemico a piedi costituiva un’impresa prestigiosa e, durante le danze delle società guerriere, alcuni cavalli venivano dipinti con l’impronta di una mano rossa su entrambi i lati del collo. Grinnell non parla di un astratto «simbolo del coraggio»: collega il segno a un’azione concreta, compiuta e riconosciuta socialmente. Il suo studio, Coup and Scalp among the Plains Indians, apparve sull’American Anthropologist e rimane una delle fonti classiche sull’argomento.
La documentazione Cheyenne è ancora più eloquente perché permette quasi di vedere il sistema funzionare. Nell’Arrow’s Elk Society Ledger, raccolto nel 1882, compaiono cavalli sui quali le imprese dei cavalieri vengono trasformate in pittura. Una tavola mostra due mani blu sul collo di un cavallo e richiama proprio l’usanza Blackfeet descritta da Grinnell; un’altra mostra due mani rosse che indicano esplicitamente che il cavallo aveva travolto e calpestato un avversario a piedi.
Questa distinzione è essenziale. Dire che «la mano rossa significava guerra per i Nativi Americani» è troppo rozzo. Possiamo dire qualcosa di molto più interessante e documentato: in determinate società delle Pianure le impronte di mani potevano far parte di un linguaggio degli onori guerrieri e registrare imprese precise. Non erano decorazioni. Erano memoria sociale.
Persino il cavallo poteva diventare parte della biografia del guerriero, perché aveva partecipato materialmente all’impresa che il segno ricordava.
E poi c’è Fast Dancer
Un ritratto del 1844-1845 aggiunge un dettaglio impressionante. Wash-ka-mon-ya, “Fast Dancer”, guerriero Báxoje/Ioway, porta grandi impronte scure sulle guance e sul mento. Per chi conosce la moderna mano MMIWG, la somiglianza visiva è inevitabile.
Lo Smithsonian American Art Museum interpreta quelle impronte con una cautela che va rispettata: probabilmente indicavano che Fast Dancer aveva ucciso un nemico in combattimento corpo a corpo. Non possediamo una spiegazione pronunciata direttamente da Wash-ka-mon-ya, dunque quel «probabilmente» non deve sparire per rendere la storia più spettacolare.
Abbiamo però una testimonianza contemporanea relativa a un altro guerriero Báxoje dello stesso gruppo, No-ho-mun-ya, “Roman Nose”, che portava due mani nere dipinte sul petto per ricordare due avversari che aveva colpito. Il particolare aiuta a collocare anche Fast Dancer dentro un mondo nel quale il prestigio guerriero non si misurava semplicemente contando i nemici uccisi.
Nelle società delle Pianure, infatti, avvicinare un avversario, toccarlo o colpirlo esponendosi personalmente al pericolo poteva costituire un’impresa riconosciuta. Nel materiale Cheyenne dell’Arrow’s Elk Society Ledger il coup viene descritto proprio come il toccare o colpire un nemico vivo, gesto considerato prova di particolare coraggio.
Qui la mano diventa quasi una forma di scrittura sul corpo: non dice genericamente chi sei, racconta qualcosa che hai fatto. Ed è precisamente questo che rende tanto interessante il confronto con la mano rossa contemporanea.
Dall’impresa al silenzio
Quasi due secoli dopo, la mano torna sul volto, ma il significato si rovescia.
Prima ancora che quella mano si imponesse, il rosso era già diventato un colore centrale nella denuncia della violenza contro le donne indigene. Dal 2011 il REDress Project dell’artista Métis Jaime Black ha collocato abiti rossi vuoti in università, musei e spazi pubblici. Il National Museum of the American Indian ne spiega il senso con una formula particolarmente efficace: gli abiti evocano una presenza attraverso la rappresentazione dell’assenza e richiamano l’attenzione sulla natura insieme razziale e di genere della violenza contro le donne native.
La storia precisa della mano rossa sul volto è meno lineare. Native Women in Film & Television, fondata da Joanelle Romero, rivendica la creazione della Hand Over Face e il lancio della campagna #WhyWeWearRed il 7 gennaio 2018, collegandole alla visibilità delle donne native e alla crisi MMIW. Ma Jordan Marie Daniel ricorda di avere già incontrato nel 2016, nell’attivismo per le persone indigene scomparse e assassinate, il colore rosso insieme a impronte di mani rosse e nere.
La conclusione più seria è quindi che la mano non nasce magicamente in una sola data: una simbologia era già in circolazione, mentre campagne e azioni pubbliche successive ne hanno consolidato una forma oggi immediatamente riconoscibile. E soprattutto l’hanno collocata sulla bocca.
È lì che il segno acquista la propria precisione politica. Una mano sulla bocca rappresenta una voce impedita, ma rende contemporaneamente quella voce impossibile da ignorare. Parla delle donne che non possono più raccontare ciò che è accaduto loro, delle famiglie che denunciano di non essere ascoltate e di un sistema nel quale l’assenza di una persona può essere seguita da una seconda cancellazione: quella dell’attenzione pubblica.
È il processo che nel mio lavoro ho chiamato “la seconda scomparsa”. Dopo quella fisica può consumarsene un’altra, quando una donna scompare anche dalle cronache, dalle indagini, dai dati e, infine, dalla memoria. È il nodo intorno al quale ruota La seconda scomparsa. Donne indigene tra sparizioni, omicidi e silenzio nel Nord America: non soltanto ciò che accade alle vittime, ma ciò che una società fa — o non fa — dopo che sono scomparse.
La mano sulla bocca visualizza proprio questo secondo silenzio. E questo libro è stato a sua volta “silenziato” dai media.
Una continuità che sarebbe troppo comoda
A questo punto sarebbe facile raccontare una storia bellissima: la mano rossa degli antichi guerrieri sarebbe sopravvissuta per generazioni fino a trasformarsi nell’emblema delle donne MMIWG.
Peccato che non abbiamo prove per dirlo.
Non esiste, allo stato della documentazione, una genealogia dimostrata fra le mani degli onori guerrieri Báxoje, Blackfeet o Cheyenne e la moderna mano rossa sulla bocca. Inventarla significherebbe fare proprio ciò che tanto spesso viene fatto con le culture indigene: osservare due immagini simili, eliminare le differenze storiche e trasformarle nell’ennesimo «antico simbolo nativo».
La realtà è meno semplice e molto più interessante.
La mano dipinta sul guerriero poteva rendere visibile un’azione compiuta e una reputazione acquisita. Quella sul cavallo poteva registrare un’impresa alla quale uomo e animale avevano partecipato. La mano rossa MMIWG rende invece visibile una violenza subita e il silenzio che l’ha accompagnata.
Le due immagini sono quasi il negativo l’una dell’altra.
La mano guerriera poteva dire: guardate ciò che ho fatto.
La mano sulla bocca dice: guardate ciò che è stato fatto — e chiedetevi perché per tanto tempo sia stato possibile non guardarlo.
Ed è qui che la questione smette definitivamente di essere folklore.
L’Occidente non ha mai avuto grandi difficoltà ad accettare il guerriero indigeno quando poteva trasformarlo in icona: cavallo dipinto, piume, battaglie, coraggio. Quel passato non presenta più un conto. La mano rossa MMIWG, invece, appartiene al presente e non concede la stessa distanza estetica: parla di violenza, di indagini, di copertura mediatica, di giustizia, di responsabilità istituzionali.
Forse per questo la prima può tranquillamente finire su un poster, mentre la seconda continua a disturbare.
Il problema, in fondo, non è che non sappiamo leggere la mano rossa. È che quando la mano passa dal collo di un cavallo alla bocca di una donna, capiamo fin troppo bene quello che ci sta dicendo.
Fonti essenziali
George Bird Grinnell, “Coup and Scalp among the Plains Indians”, American Anthropologist, vol. 12, n. 2, 1910, pp. 296-310; Smithsonian American Art Museum, Wash-ka-mon-ya, Fast Dancer, a Warrior; Plains Indian Ledger Art Project, Arrow’s Elk Society Ledger; National Museum of the American Indian, The REDress Project; National Indigenous Women’s Resource Center; United South & Eastern Tribes, Missing and Murdered Indigenous Women and Girls; Native Women in Film & Television / Why We Wear Red; Jordan Marie Daniel, Running for Justice.


