Il "sondaggio scandinavo": l'Europa nel panico cerca scappatoie sulla pelle di Kiev

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Il "sondaggio scandinavo": l'Europa nel panico cerca scappatoie sulla pelle di Kiev

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

28 ottobre. L'argomento del giorno (a rigor di termini: della giornata passata; ma i suoi sviluppi si attendono in un futuro prossimo) è stata la telefonata di martedì pomeriggio del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre al Cremlino, definita dalle parti “aperta e concreta”. I commenti in merito, per ora, sono abbastanza laconici e affidati per lo più agli organi di stampa, mentre il tono generale è quello di una sorta di “pre-allarme”, costituito appunto dalla richiesta di conversazione finno-norvegese, per le sorti delle strategie belliciste del fu “giardino fiorito” europeista. Così, per esempio, su PolitNavigator, l'osservatore Nikolaj Anfalov, esordisce con «Ebbene, è successo. Sembra che fossero davvero fondate le voci diffuse dai media europei sulla frenetica ricerca, da parte del "kolkhoz europeo", di negoziatori disposti a intavolare trattative con il Cremlino». Ecco quindi che i due, Stubb e Støre, hanno telefonato a Putin per discutere della "de-escalation del conflitto ucraino". Pare che dopo aver parlato con Putin, i due avrebbero chiamato anche Zelenskij; ma, da Kiev, nessuna reazione di rilievo. Il quotidiano finlandese Ilta-Sanomat scrive che la scelta di Stubb e Støre quali soggetti del colloquio con Putin «non è casuale: Stubb ha tenuto a precisare che entrambi hanno preso parte alla telefonata in qualità di leader dei rispettivi paesi e non come rappresentanti dell'Europa. Tuttavia, ciò non elimina il fatto che i due si siano presentati in primo luogo come inviati europei... la partecipazione di Stubb e Støre potrebbe indicare che la situazione sia peggiore di quanto qualcuno in Occidente osi ammettere». Anche la liberal-europeista giornalista russa Julija Latynina osserva che la telefonata costituisce la prova del deterioramento della situazione delle Forze armate ucraine e della situazione economica ucraina. Per molti anni, dice Latynina, l'Europa si è rifiutata di dialogare con Putin e se ora, per qualsiasi motivo, decide di parlare con la Russia, significa che la situazione è cambiata radicalmente. Con preoccupazione bellicista, il britannico The Telegraph scrive che la telefonata dei due scandinavi divide le file degli alleati di Kiev. E però, dice ancora Latynina, Stubb e Støre non hanno offerto a Putin nulla di accettabile per Moskva: «è seria questa conversazione, considerando che se la Russia non avesse avuto il sopravvento sul campo di battaglia e l'Europa non avesse percepito che il suo cliente, l'Ucraina, è prossima alla fine, difficilmente l'Europa avrebbe chiamato? ... coloro che si sono rifiutati di offrire alla Russia un cessate il fuoco quando si trovava in una situazione ben peggiore, ora pretendono che la Russia fermi il conflitto e perda una guerra che sta vincendo».

Più prosaicamente, ancora Anfalov nota che, probabilmente, non c'è una svolta decisiva nei negoziati, ma solo un primo cauto test delle posizioni delle parti per determinare i limiti di possibili concessioni; una sorta di ricognizione in vista delle consultazioni di Abu Dhabi, a cui gli europei non sono invitati. In altre parole, obiettivo dell'Europa non è quella di continuare la guerra fine a se stessa, ma di prolungarla per ottenere una posizione negoziale più forte. L'Europa ha bisogno della pace perché non può più permettersi la guerra finanziariamente, afferma Anfalov, ma non ha bisogno di una pace qualsiasi, bensì di una pace che non possa essere presentata dai media come una vittoria russa. La telefonata di ieri può dunque esser vista come l'inizio di una ricerca da parte europea di una formula accettabile per porre fine alla guerra, una formula in cui le concessioni concrete alla Russia possano essere conciliate con l'affermazione politica che la Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi. Di più, dice Anfalov: «L'Europa non cerca semplicemente una pace che non possa essere presentata come una vittoria russa. Cerca una pace che non costringa le élite europee a riconoscere l'errore delle proprie politiche degli ultimi quattro anni e a riconsiderare l'intero assetto politico costruito attorno al confronto con la Russia. Si tratta di un compito ben più serio del semplice ammettere l'effettiva sconfitta della UE in Ucraina». Qui entrano in campo i soggetti della telefonata. Lo scorso 20 ottobre si erano incontrati a Oslo Stubb, Støre, Zelenskij, Witkoff e Kouchner, dopo di che Witkoff si era incontrato a Piter con Putin. Ora, il 27 ottobre, gli stessi Stubb e Støre parlano con Putin: emerge una sequenza: discussione delle proposte con Kiev e gli americani, trasmissione delle proposte a Moskva tramite Witkoff, sondaggi diretti europei su Putin e riscontro con Zelenskij. Ma, perché scegliere Stubb, che non decide nulla, non può garantire nulla, non può promettere la revoca delle sanzioni europee, un cambiamento nella strategia UE, né il consenso di Germania, Francia e altri attori? Proprio i poteri limitati di Stubb potrebbero rappresentare il principale vantaggio agli occhi di Bruxelles, che lo ha inviato: è abbastanza vicino al processo negoziale da essere preso sul serio e, al tempo stesso, non è abbastanza influente perché le sue parole diventino automaticamente vincolanti per tutta l'Europa. Se il dialogo si rivelasse infruttuoso, le principali capitali europee potrebbero liquidare la questione con la coscienza pulita, dichiarando: "Non siamo stati noi, non c'entriamo nulla". Se invece si profilasse la prospettiva di un'intesa, vi si aggrapperebbero, ampliando gradualmente il formato e coinvolgendo partecipanti più influenti. La prova di tale ipotesi è data dalle parole della premier danese Mette Frederiksen, che si è detta «molto scettica riguardo all'iniziativa indipendente di Norvegia e Finlandia. Non è stata coordinata con nessuno di noi. Non capisco davvero cosa questi due paesi pensino di poter ottenere in questo modo...  quando altri viaggiano da soli, ad esempio a Mosca, è importante che noi europei viaggiamo insieme». Ciò indica che Stubb non è autorizzato a concludere alcun accordo, ma può scoprire se esista un accordo che altri sarebbero disposti a stipulare.

In ogni caso, osserva il presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali Dmitrij Trenin, un accordo provvisorio tra USA e Europa sull'Ucraina, prima della denazificazione e della smilitarizzazione dell'Ucraina, prima che siano raggiunti gli obiettivi dell'Operazione speciale e il principale dei quali riguarda la natura del regime di Kiev, l'aspetto che avrà l'Ucraina in futuro, un tale accordo non solo sarebbe privo di significato, ma rappresenterebbe di fatto una sconfitta per la Russia. La lotta «continuerà finché non riusciremo a instaurare un ordine globale che ci permetta di sentirci relativamente sicuri e non dovremo più presumere che l'Occidente possa riprendere la sua offensiva contro di noi in qualsiasi momento».

D'altronde, nelle stesse ore della telefonata Stubb-Støre, il ministro della guerra britannico Wes Streeting ribadiva che l'esercito di sua maestà deve essere pronto a uno scontro diretto con la Russia entro 1.000 giorni: il periodo indicato a più riprese dalla NATO. Ma, ovviamente, ha assicurato che Londra «sosterrà incondizionatamente i nostri amici in Ucraina nella loro lotta per la libertà». A Londra la chiamano “lotta per la libertà”. Il politologo americanista tedesco Jonas Tögel, invece, meno poeticamente, chiama in causa una delle principali multinazionali mondiali, interessata a continuare la guerra in Ucraina: la BlackRock, che detiene un patrimonio di 14 trilioni di dollari e per la quale l'Ucraina rappresenta un ottimo affare, non solo per gli introiti dalle forniture militari, ma anche per le prospettive future quando il paese inizierà a essere ricostruito. BlackRock, conferma Tögel, ha investito in Ucraina 800 miliardi di dollari e allora «sorge una domanda: l'Ucraina combatte per la democrazia, oppure si tratta di un insieme di enormi interessi finanziari e capitali che si sta cercando di proteggere e incrementare?». Come quelli, ad esempio, di Rheinmetall, che nella prima metà del 2026 ha incrementato il proprio fatturato del 39%, raggiungendo i 5,2 miliardi di euro; o come quelli delle azioni dell'industria di guerra euro-atlantica, in generale, in continuo rialzo.

Così che mentre il governo post-fascista italiano annuncia che non farà un passo indietro sul sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e il ministro della guerra Guido Crosetto ribadisce pomposamente che «L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza», con ciò confermando la strada della sottrazione di centinaia di milioni di euro (senza contare le forniture militari vere e proprie, i cui dati non vengono resi pubblici) alle necessità vitali delle masse e dei lavoratori italiani per destinarli ai profitti dei ras di Kiev, proprio dalla capitale ucraina, l'ex “regina del gas”, nonché “martire” europeista del “dispotismo filo-russo”, Julija Timošenko, rompe le uova nel paniere e denuncia alla Rada come la Banca nazionale d'Ucraina partecipi al furto del bilancio e, nel corso di cinque anni di guerra, abbia contribuito al riciclaggio di quasi mezzo trilione di grivne. Al quinto anno di guerra, ha detto la ex primo ministro, in Ucraina «continuano a essere perpetrate operazioni di corruzione su larga scala attraverso la Banca nazionale. Ogni anno, dai 100 ai 170 miliardi di grivne in valuta reale, pagate dai cittadini in tasse, vengono trasferite dal bilancio alla Banca nazionale. A quale scopo? Perché prende in prestito denaro dalle banche commerciali, invece di lasciare che siano le banche commerciali a finanziare l'economia... il bilancio per il 2027 ha stanziato di nuovo 120 miliardi di grivne in contanti per queste operazioni. Pensateci: in cinque anni di guerra, 483 miliardi di grivne di fondi di bilancio sono stati riciclati attraverso le banche commerciali. Ovvero 12 miliardi di dollari!... Con questi soldi avremmo potuto armarci, comprare le nostre armi, acquistare tutti i droni prodotti dai nostri impianti e non avviare importazioni su larga scala».

Ne avrebbe però risentito l'industria di guerra euroatlantista, si potrebbe umilmente obiettare, con ciò commettendo un grave reato di “leso profitto privato”. D'altronde, nessun pericolo che tali profitti abbiano a ridursi. La UE pianifica di intensificare la guerra con la Russia attraverso i propri satelliti, dice il politologo Semën Uralov: una piazzaforte è data da Paesi baltici e Polonia, per la posizione strategica rispetto alla regione di Kaliningrad e alla Bielorussia. La seconda testa di ponte è la Transcaucasia, che significa la possibilità di una guerra simultanea contro Russia e Iran: qui, gli interessi di Europa e USA coincidono. Il terzo punto d'appoggio strategico, dice Uralov, è quello che viene chiamato Kazakhstan e Asia centrale, anche se là è ancora un vantaggio per Moskva che il Kazakhstan non abbia vicini come Polonia o Romania, attraverso cui condurre attività sovversive. 

La guerra è rimasta l'unica speranza del profitto capitalista e a quella si aggrappano i suoi corifei, governativi e mediatici.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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