La demonizzazione del "popolo russo" come preparazione ideologica al conflitto

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La demonizzazione del "popolo russo" come preparazione ideologica al conflitto


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

La moderna parola d'ordine delle cancellerie europee e degli squallidi media al loro servizio è quella del ribrezzo e del rigetto per ogni riferimento alla Russia. La Russia e “i russi” sono i moderni “demoni” da ricacciare all'inferno. La Russia e tutti “i russi”, indipendentemente da epoche storiche e ordinamenti sociali, sono “il nemico”, attorno a cui ruota il nuovo “asse del male” da combattere, prima, a suon di esorcismi e, poi – purtroppo, anche a breve – con la guerra combattuta.

I “russi” vanno emarginati e demonizzati. Tutti i “russi”. D'altronde, il modo di ragionare borghese esclude qualsiasi riferimento di classe, incentrandosi invece su concetti generali quali nazione, popolo, patria, ecc.

Eludendo dunque qualsiasi specificazione sugli interessi contrapposti tra classi diverse della società, la borghesia e i suoi predicatori mediatici danno per scontato che gli unici interessi esistenti e possibili siano quelli della classe borghese e che in quelli siano concentrati gli interessi di tutta la società. Che poi il cosiddetto “interesse generale” ruoti attorno agli interessi e ai profitti di banche e monopoli capitalistici, è affare che non disturba le “analisi” di quei predicatori e dei giornalacci di regime. Così, ignorando persino le massime, prettamente ideologiche e di facciata, declamate da quei predicatori come “valori universali” e sacrosanti “principi”, quali lotta all'odio interetnico, rispetto della diversità culturale, fratellanza tra i popoli e altri fioretti gesuitici, allorché quegli evangelizzatori vedono messo in pericolo il proprio gretto interesse di classe borghese, non si preoccupano più di difendere quei “valori” e vanno senz'altro all'attacco di popoli, interi popoli, intesi come un tutt'uno e presentati come minaccia all'interesse del “proprio” popolo, cioè del proprio, borghese, interesse di classe.

Quando l'interesse di classe richiede di rappresentare un determinato “popolo” quale il nuovo “latte e miele” del genere umano, ecco che i chierichetti del capitale si spellano le mani nell'applaudire qualunque passo venga compiuto dai rappresentanti della classe sociale che, nel determinato momento, detti legge ai vertici di quella determinata nazione.

I lettori non proprio giovanissimi si ricorderanno senz'altro i veri e propri cori di osanna tributati, in particolare tra la metà degli anni '80 e la metà degli anni '90, all'indirizzo di quella che, fino a un certo punto, era ancora l'Unione Sovietica (non si stanno qui esaminando le caratteristiche di quell'ultimo periodo sociale e storico dell'URSS) e, dopo, si sarebbe trasformata nella Russia borghese. Non c'era aspetto della vita di quello stato e, in particolare, del “popolo” russo – degli altri popoli dell'URSS ci si occupava poco o punto – che non si facesse a gara a presentare come vere e proprie “scoperte”etnografiche degne di essere emulate ogni dove. Si invitavano gli artisti più disparati e i cantanti più disperati e di giurava che non ne esistessero pari al mondo. Era tutta una cuccagna, vera per qualcuno; presunta per altri.

Il cosiddetto “interesse generale”, che è in realtà l'interesse per l'accrescimento dei profitti di banche e monopoli, imponeva che i media di ogni stampo lavorassero ad aprire “cuore e braccia” delle persone verso quel mondo che, fino ad appena qualche anno prima, veniva presentato come “nemico dell'umanità”: di fatto, nemico dell'ordine borghese e dei rapporti sociali antagonistici, basati sullo sfruttamento della forza lavoro. Quello stesso mondo, veniva ora invece rappresentato come qualcosa da scoprire e ammirare, salvo, ovviamente, soprassedere sui reali rapporti di classe in quello esistenti. Ancora una volta, l'interesse borghese per l'apertura di un nuovo, immenso mercato su cui banche e monopoli capitalistici ambivano a mettere le mani, veniva presentato come “interesse generale” di tutti. E, in effetti, soprattutto a fine anni '80, quando era diventato oltremodo chiaro quale fosse la direzione generale intrapresa in URSS dai rappresentanti della nuova classe sociale in ascesa, si assistette a un tripudio di “ammirazione” per quel paese e, soprattutto, a una “corsa all'oro” che coinvolgeva, come sempre accade, grandi imprese e piccoli affaristi, gli uni e gli altri abbagliati dal nuovo, smisurato mercato che prometteva di aprirsi di fronte a loro.

Insomma, per non dilungarsi troppo: il popolo sovietico - o il popolo russo, che per quei furfanti e i loro predicatori erano la stessa cosa – era un popolo cui rendere onore, un popolo che viveva in un immenso territorio presentato quale nuova “terra promessa” (un eldorado da cui estrarre profitti inimmaginabili: ma questo non si diceva) cui tributare ogni omaggio e salutare quale beniamino del mondo.

Ma i tempi passano, per quanto, perdurante l'ordine sociale capitalista, la borghesia e i suoi predicatori mediatici continuino a dare per scontato che gli unici interessi siano quelli della classe borghese e che, dunque, il modo di ragionare borghese continui a escludere qualsiasi riferimento di classe e blateri sempre di concetti generali quali nazione, popolo, patria, ecc.

I tempi passano e quel passato “eldorado”, che prometteva profitti a non finire, si è trasformato sì in una miniera d'oro, ma (quasi) solo per quella classe che, alla fin fine, tra maneggi, lotte interne e esterne coi capitali stranieri, si è piazzata saldamente al comando di quei tesori.

Ecco allora che quello che, quarant'anni fa, veniva presentato come un popolo di “cherubini”, interessati angelicamente ad aprire i forzieri del proprio paese al capitale esterno, nella convinzione di trarne anche qualche misero profitto personale, viene oggi presentato come l'incarnazione del male assoluto sulla terra. E, ancora una volta, ovviamente, secondo la narrativa borghese, se ne parla come di “popolo”: guai a seminare pericolosi concetti di classe. E, ancora una volta, quando vedono messo in pericolo il proprio gretto interesse di classe borghese, ecco che di nuovo si fa carta straccia dei “principi universali”, dei “valori europeisti”, dei precetti ideologici di lotta all'odio interetnico, rispetto della diversità culturale, fratellanza tra i popoli e si va all'attacco di popoli, di interi popoli, accusati di attentare alla sicurezza dei “popoli d'Europa”, cioè degli interessi e dei profitti delle banche e dei monopoli europei.

E dunque “i russi”, il “popolo” russo sono il nuovo satana. Non sia mai che si accenni alla lotta a coltello tra interessi di capitali contrapposti per accaparrarsi i profitti che scaturiscono dallo sfruttamento di quelle immense ricchezze naturali che, già in passato, i più agguerriti rappresentanti dei capitali occidentali avevano proclamato “proprietà comune” del capitale in quanto tale, tanto da dichiarare inammissibile che una tale ricchezza naturale, nascosta nelle viscere di quel paese un tempo oggetto di “adorazione”, andasse a riempire le tasche dei soli capitalisti russi.

E, ancora una volta, è dunque l'intero “popolo russo”, un tempo a parole osannato, che ora deve essere oggetto di ostracismo. Scompare così ogni traccia di razzismo, di odio nei confronti di un altro popolo: non sia mai; al contrario, mettere alla gogna “i russi”, tutti i russi, serve a garantire i “valori europeisti” e i “principi” sacrosanti del “mondo libero”. Dopo quarant'anni, la Russia non è più un qualcosa da scoprire e da ammirare: è “il male” in quanto tale, insito nientepopodimeno che nella “natura” stessa di quei barbari euroasiatici e che si tramanda nei secoli, indipendentemente dalle ere, non solo geologiche. Gli unici russi degni di considerazione, quando proprio è richiesto dalle necessità di contrabbando degli interessi del capitale euro-atlantico, sono i “martiri” della nuova “autocrazia”, un tempo eucaristicamente santificati come “dissidenti del regime sovietico” e oggi esaltati come vittime del “regime putiniano”.

Ecco allora che “i russi”, tutti i russi, in quanto etnia discendente dai barbari mongoli o tatari, vanno esorcizzati, vanno emarginati, vanno tenuti lontano dal “consesso civile” europeista.

Ecco dunque che i torquemadisti de Linkiesta danno il proprio contributo a tale “consesso civile”, presentando i miasmi razzisti di tale ucraino-americano Andrew Chakhoyan, secondo cui «La banalità di Putin» rientra senz'altro nella «lunga tradizione di violenza russa... una continuità storica fatta di sangue e dominio sugli altri popoli. Nei secoli cambiano i nomi ma resta intatto il meccanismo di potere del Cremlino». Nei secoli, egregio furfante nazigolpista, non cambiano i nomi: cambiano gli ordinamenti sociali e le classi che si trovano in cima a quegli ordinamenti.

«Vladimir Putin è un uomo malvagio», afferma il beniamino de Linkiesta; ma «non è un’eccezione. L’attuale criminale-di-guerra-in-capo della Russia è il risultato prevedibile di un sistema imperiale che, nel corso dei secoli, ha riprodotto governanti del suo tipo con notevole coerenza». E se proprio il dotto «direttore accademico presso l’Università di Amsterdam», ritiene di poter mettere insieme Ivan Groznyj e Pietro I, Nicola I e Nicola II, tutti zar della Russia schiavistica vera “prigione dei popoli”, con Iosif Stalin che, dice il signor “accademico”, mentre «gli Alleati speravano di coinvolgere Stalin in una coalizione anti-Hitler. Invece firmò un patto segreto con un altro artefice di predazione coloniale per spartirsi l’Europa orientale», non c'è che da raccomandargli di studiare la storia. Di più, con simile gentaglia, non è nemmeno il caso di dire.

Ovvio che i torquemadisti de Linkiesta non siano i soli, nel vomitevole panorama mediatico italiano, a rigurgitare odio razziale contro i russi, oggi che l'interesse di banche e capitali euro-atlantici è quello della contrapposizione agli interessi del capitale della Russia borghese. I “russi”, tutti i russi, sono il nuovo satana da scacciare all'inferno, proprio coi toni confessionali della liturgia bellicista sempre più accentuate nelle cancellerie europee.

Uno degli ultimi esempi è costituito dall'ostracismo nei confronti di rappresentazioni mediatiche della cosiddetta “ammiraglia della propaganda russa”: RT. Personalmente, le nostre simpatie si fermano alle khrusceviane caratterizzazioni di Stalin e dell'epoca staliniana date dalla direttrice di tale emittente. Ma non è questo il punto. La questione è, ancora una volta il vero e proprio astio razzista con cui, “europeisticamente”, tanto miserevoli “esponenti” della palude euro-liberale, quanto rappresentanti delle più alte cariche istituzionali, parlano della Russia in generale e di “tutti i russi”, del “popolo russo” nella sua interezza, senza specificazioni di classe, come “virus” purulento nel “corpo sano” della cosiddetta “famiglia europea”.

Un'acrimonia, una malevolenza da far rabbrividire, che si coglie nell'ascoltare quell'accozzaglia di becero para-fascismo sputato dalla vice presidente della Commissione europea Henna Virkkunen sulle minacce all'indirizzo della Biennale di Venezia e della «scioccante decisione» sulla riapertura del Padiglione russo. Autentiche perle di “rispetto della diversità culturale” e “fratellanza tra i popoli”, come «non possiamo permettere ai russi di partecipare a simili mostre», oppure «abbiamo introdotto sanzioni contro i russi», sono oggi il filo conduttore di qualsivoglia “discorso” sulla Russia da parte dei megafoni del capitale euro-atlantico, gli stessi che, quarant'anni fa, cantavano salmi di giubilo in vista dell'apertura di un nuovo smisurato mercato capitalista.

Concetti come “fratellanza universale”, “amore tra i popoli”, “rispetto delle diversità” hanno davvero valore solo quando ci sia un'autentica base materiale fondata sugli interessi delle masse popolari oppresse e sfruttate dal capitale. In bocca ai megafoni di banche e monopoli, quelle parole rimangono tali, solo parole, così che il livore bellicista contro “i russi”, tutti i russi”, appare per quello che è davvero: un odio volto a demonizzare il popolo contro cui si intende scatenare la guerra e preparare così le coscienze alla “necessità” della guerra contro la Russia, auspicata e materialmente organizzata a dispetto delle “differenze” filo o anti governative,

 

 

https://www.linkiesta.it/2026/04/russia-putin-male-impero-violenza/

 

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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