La decadenza araba

"Primavera araba" o "Risveglio arabo" sono termini che non resteranno nei manuali di storia

2029
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E' giunta l'ora di smettere di utilizzare i termini di “primavera araba” o “risveglio arabo” perché inappropriati a descrivere quello che sta accadendo nella regione. Riprendendo la definizione più appropriata di “decadenza araba” di Anthony Cordesman  o di “quarto di secolo arabo”, Thomas Friedman in The Arab Quarter century ritiene che non si debba più utilizzare il paragone con la democratizzazione dell'Europa dell'est dopo la caduta del muro di Berlino, ma la situazione del mondo arabo oggi è più simile agli eventi che hanno colpito l'Europa centrale nel XVII secolo durante la guerra dei Trent'anni: un mix di conflitto religioso e politico che ha prodotto un nuovo ordine statale. 
Due punti devono essere chiari secondo Friedman. In primo luogo, l'errore più grande ora sarebbe quello di considerare migliore la situazione con i regimi precedenti ad i sollevamenti popolari. Le autocrazie precedenti hanno si garantito 50 anni di stabilità, ma, come dimostra chiaramente l'Arab Human Development Report del 2002, al costo di un disastro sociale, politico ed economico interno. Egitto, Tunisia, Libia, Yemen e Siria, in altre parole, non stanno collassando perché sono stati abbattuti i regimi precedenti, ma a causa proprio delle condizioni di vita imposte dalle autocrazie precedenti. Un esempio su tutti: la metà delle donne in Egitto non sa ancora leggere.
In secondo luogo, secondo Friedman deve essere chiaro che la Primavera araba non può essere più fermata. Le sollevazioni hanno dimostrato come il popolo non abbia più paura dell'autorità e come le richieste legittime di cambiamento dei giovani arabi possano ripresentarsi in un contesto in cui le nuove forme di governo in carica non sono in grado di garantire una risposta alla loro volontà di autodeterminazione.
Al momento sono due gli elementi che sorprendono maggiormente il Columnist del New York Times: da un lato, l'incompetenza di Fratellanza Musulmana in Egitto. La decisione di processare il comico Bassem Youssef, lo Jon Stewart egiziano, per insulti al Presidente Mohamed Morsi dimostra la pessima spirale intrapresa dal movimento che sta guidando il dopo Mubarak e che sta portando il paese sull'orlo del collasso economico e politico. D'altro lato, la debolezza dell'opposizione liberale e secolare di quei paesi. Come sottolinea l'esperto medio orientale alla George Washington University ed  autore di “The Arab Uprising: The Unfinished Revolutions of the New Middle East”, Marc Lynch, il centro-sinistra arabo, vale a dire una formazione che dovrebbe riunire élite politiche laiche e filo-occidentali, è oggi ampiamente discreditato alla luce del popolo, perché in passato era stato cooptato dai regimi in partiti semi ufficiali. E questo ha lasciato i giovani di piazza Tahrir in Egitto e negli altri paesi senza un punto di riferimento politico per concorrere alla guida del paese. L'opposizione si è riunita in una serie di dissidenti politici all'estero, ex ufficiali del regime disertori, nasseriani,  islamisti liberali, che avevano in comune solo un obiettivo: la dissoluzione dei vecchi regimi. 
Fratellanza Musulmana sta portando il paese al collasso economico e politico, abbandonando il paese e stringendo alleanze con i salafiti.  
Più Islam non è la risposta. Più Arab Human Development Report è la risposta, ma l'opposizione dei giovani democratici non ha leader e strutture politiche per canalizzare queste idee nella corsa alla guida del paese.  Detto questo, l'obiettivo degli Stati Uniti deve essere quello di utilizzare la propria influenza economica per favorire la costruzione di regole costituzionali democratiche, le elezioni regolari e l'apertura politica, incoraggiando e supportando i leader moderati dell'opposizione a concorrere per la presidenza. Ed è questo l'unico modo, conclude Friedman, affinché questo “Quarto di secolo arabo” finisca meglio di come sia iniziato. 

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