In difesa di Obama in Medio Oriente

Gli Usa possono oggi affrontare la crisi da una posizione di forza rispetto alle amministrazioni precedenti

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In difesa di Obama in Medio Oriente

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Nella rubrica di martedì 18 settembre, Obama not to blame for Middle East anger, Gideon Rachman critica il tentativo di Mitt Romney di sfruttare le violenze nel Medio Oriente a fini elettorali. Con un ambasciatore americano morto, si tratta di una accusa facile da lanciare, ma per il Columnist del FT è sbagliata. Le politiche perseguite da Barack Obama in Medio Oriente permettono oggi agli Stati Uniti di affrontare la situazione da una posizione migliore rispetto ai decenni di fallimenti delle amministrazioni precedenti.
La critica repubblicana sembra sottintendere che prima l'America avesse un ruolo d'influenza nella regione ed ora Obama abbia rigettato il paese ai tempi di Jimmy Carter, quando i diplomatici americani erano tenuti in ostaggio in Iran. Umiliazione che costò l'elezione presidenziale del 1980. Ma Obama non è Carter ed il fondamentalismo islamico e la rabbia araba contro gli Stati Uniti si sono scagliati contro ogni presidente americano dai tempi di Carter: nel 1983, 241 ufficiali americani sono stati uccisi a Beirut ed il presidente era Ronald Reagan. I primi attacchi di al-Qaeda sono avvenuti sotto la presidenza Clinton, poi è arrivato l'undici settembre gestito da George W. Bush con la decisione di invadere Afghanistan ed Iraq, che ha infiammato il sentimento anti americano di tutto il mondo musulmano.
E' vero che dal celebre discorso di Obama all'Università del Cairo erano tante le aspettative che Obama potesse rappacificare l'America con la regione. Questo non è accaduto, ma le sue politiche hanno permesso di rendere più semplice il contenimento di una situazione di crisi come quella attuale. Rispetto ai tempi dell'invasione dell'Iraq, l'omicidio dell'ambasciatore in Libia Stevensen è comparabile all'attacco a Baghdad in 2003 al personale diplomatico delle Nazioni Unite: in entrambi i casi la sicurezza è stata inadeguata ed al-Qaeda era coinvolta negli attacchi. Ma in Iraq, c'erano migliaia di soldati americani  facili bersagli sul terreno e nessun governo legittimo iracheno per restaurare l'ordine.  Al contrario, il rifiuto di Obama di inviare truppe per aiutare i ribelli libici e restaurare l'ordine dopo la caduta di Gheddafi, significa che non ci sono bersagli americani nel paese e soprattutto spetta ad un governo libico democraticamente eletto il compito di restaurare l'ordine. 
Il problema è che il partito repubblicano è diviso sulla primavera araba: tra l'ala isolazionista di Ron Paul, che vuole le truppe americane fuori dalla regione ed il taglio drastico degli aiuti, e l'ala neoconn di John McCain, che richiede un attacco preventivo ai stabilimenti nucleari iraniani ed offrire aiuto militare ai ribelli siriani. Romney al momento sta flirtando con tutte e due, spiegando la crisi attuale accusando Obama di essere il responsabile di tutto. Ma, conclude Rachman nella sua analisi, è una scommessa destinata ad essere perdente nel lungo periodo.

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