Il mondo arabo smetta di combattere per ideologie morte

Perché lo Yemen di oggi offre indicazioni non positive per Siria ed Egitto

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Il mondo arabo smetta di combattere per ideologie morte

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Da un recente viaggio in Yemen, Thomas Friedman in Postcard from Yemen sottolinea come un dato spiega meglio di tutto la crisi del paese ed i futuri sviluppi possibili anche in Siria ed Egitto: nella città di Taiz, la persone hanno a disposizione l'acqua solo 36 ore ogni mese e questo è uno dei motivi di maggiore tensione e scontro tra villaggi limitrofi.
Lo Yemen è un disastro dal punto di vista dello sviluppo umano, simbolo di 50 anni di mal governo, mal utilizzazione di risorse naturali ed esplosione demografica. Ma, prosegue Friedman, lo Yemen è un decennio avanti rispetto a quello che potrebbe accadere anche ad Egitto e Siria a breve. Riprendendo le parole della grande ambientalista americana Dana Meadows - che alla domanda se è troppo tardi per fare qualcosa per il cambiamento climatico risponde “abbiamo abbastanza tempo per iniziare ora” - il mondo arabo ha abbastanza tempo per smettere di combattere per ideologie morte e differenze tribali, iniziando a focalizzarsi nel superare il deficit di conoscenza, libertà ed emancipazione femminile – come sottolinea l'ultimo Arab Human Development Report. Del resto, dimostra il caso dello Yemen, dove si combatte per l'acqua, come le ideologie che dividono la regione potrebbero presto divenire un ricordo.
L'ex ministro dell'ambiente dello Yemen, Abdul Rahman al-Eryani, sottolinea in un'intervista ripresa da Friedman come Sana, la capitale, negli anni '80 offriva acqua a 60 metri di profondità, mentre oggi bisogna scavare 850-1000 metri. Inoltre, dei 15 acquedotti presenti nel paese, solo due sono in piena funzione e non è un caso che i peggiori conflitti siano in zone vicino agli acquedotti nelle peggiori condizioni. 
La regione di Sadah, al confine con l'Arabia Saudita, era una delle aree più floride e ricche del paese, ma l'assenza di acqua, prosegue Friedman, ha prodotto la chiusura di molti campi agricoli. In questo contesto, il gruppo filo iraniano Houthi recluta nella zona sempre più giovani e contadini disoccupati per le sue mire separatiste.
Il disastro ambientale, sottolinea Friedman, è iniziato negli anni '70  quando è esploso il boom petrolifero nei paesi del Golfo e circa due-tre milioni di yemeniti hanno lasciato le loro città per l'Arabia Saudita, causando la desertificazione delle campagne una volta ricchissime di uva, arance e melograni, con le donne costrette a tagliare radici per trasformarli in combustibile.
Oggi con la maggior parte dei lavoratori che sono tornati dall'Arabia Saudita, la situazione è quella di una carenza drammatica di acqua. Con poco lavoro, un sistema educativo che non funziona e che insegna più la religione che le scienze, lo Yemen ha oggi riforme radicali da dover affrontare ed  una leadership migliore da costruire con un nuovo consenso politico. Il fatto che nel paese, al contrario di quanto sta accadendo in Egitto e Siria, le forze politiche abbiano però deciso di intraprendere un percorso di dialogo nazionale di pacificazione, lo Yemen, conclude Friedman, offre le migliori potenzialità per iniziare quel cambiamento necessario per tutto il mondo arabo.

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