Il dibattito sulla libera circolazione delle persone nell'Ue

Un sostenitore dell'Ue dovrebbe riconoscere che, quando le circostanze cambiano, i sistemi democratici si adattano

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Il dibattito sulla libera circolazione delle persone nell'Ue

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In teoria, esordisce Gideon Rachman in “A Bullingdon bust-up that masks a real welfare problem”sul Financial Times, David Cameron e Radoslaw Sikorski dovrebbero intendersi a meraviglia. Sia il primo ministro britannico che il ministro degli Esteri polacco hanno studiato a Oxford, entrambi sono stati membri dell’elitario Bullingdon Club ed entrambi sono politici conservatori. La scorsa settimana però, i due politici sono stati protagonisti di una disputa poco edificante, innescata dalla proposta di Cameron di rivedere l’assistenza sociale fornita ai figli dei lavoratori polacchi che lavorano in Gran Bretagna, a prescindere dal loro luogo di residenza. In risposta, il signor Sikorski ha accusato i britannici di stigmatizzare gli immigrati polacchi e ha twittato - in polacco - che i suoi connazionali attualmente in Gran Bretagna avrebbero dovuto fare ritorno a casa.
 
Né Cameron né il signor Sikorski usciranno da questa disputa senza macchia. È stato indecoroso da parte del primo ministro inglese sostenere che la Gran Bretagna ha commesso un "errore monumentale", ospitando centinaia di migliaia di immigrati provenienti dalla Polonia senza sottolineare quanto i polacchi abbiano contributo alla società britannica, lavorando sodo, pagando le tasse, avviando imprese e dando vitalità al paese. D'altra parte, il signor Sikorski potrebbe temperare la sua voglia di attaccare per un riconoscimento del quale molti polacchi, lui compreso, hanno beneficiato.
 
 Dietro questo micro-disputa, tuttavia, si cela un dibattito più profondo sulla libera circolazione delle persone nell’Unione europea, quando paesi come la Gran Bretagna, la Germania e la Francia hanno prodotti interni lordi pro capite tre o quattro volte superiori a nazioni come la Polonia o la Romania. La questione è ulteriormente complicata perché i migranti UE hanno il diritto non solo al lavoro ma anche al benessere, compresa l’indennità di disoccupazione e il sussidio per l'alloggio.
 
È ironico, prosegue Rachmann, che siano gli inglesi a condurre tale protesta. Gli inglesi hanno sostenuto l'allargamento dell'UE come un antidoto al progetto che più temevano: l'unione politica in Europa. Quando nel 2005 in Francia scoppiò la protesta dei lavoratori locali contro “gli idraulici polacchi”, i britannici guardarono alla questione con scherno. Ora, invece, anche la Gran Bretagna laburista sta discutendo sulle restrizioni all'immigrazione dell'UE.
 
Tutto questo potrebbe indurre alcuni a Bruxelles a bollare questa disputa sulla libera circolazione come l'ultima manifestazione di un "problema britannico". Ma sarebbe un errore, avverte Rachman. L'argomento sulla libera circolazione delle persone è certamente più forte in Gran Bretagna, mentre il paese si prepara per al referendum per decidere se restare nell’UE, ma queste denunce non provengono solo dal Regno Unito. Dibattiti vivaci su libera circolazione, mercato del lavoro e accesso alle prestazioni sociali sono presenti in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia 
 
Questo dibattito pone l'UE di fronte ad un dilemma strategico. I puristi a Bruxelles insistono che la libera circolazione è un principio fondamentale che non può essere messo in discussione, se non correndo il rischio di fare concessioni pericolose ad euroscettici e xenofobi.
Tale argomentazione, sostiene il Columnist del FT, potrebbe andare bene in tempi normali. Ma le politiche dell'Unione europea sono molto lontane dall’essere "normali" al momento. Le forze politiche considerate pericolose da Bruxelles potrebbero affollare la capitale della UE entro pochi mesi. Alle prossime elezioni europee di maggio, il Fronte Nazionale in Francia, l’Independence Party inglese e Freedom Party olandese sono certi di ottenere un ottimo risultato. Tutto sommato, le forze "anti-europeiste" potrebbero rappresentare fino a un terzo del nuovo parlamento.
In tali circostanze, è tempo per i teologi di Bruxelles di riconoscere che alcune delle "verità" date per evidenti sono ben lungi dall'essere universalmente accettate in tutta Europa. L'idea che un governo nazionale non faccia discriminazioni tra i propri cittadini e quelli di altri Stati membri dell'UE è visto come fondamentale a Bruxelles. In gran parte dell'Unione europea sembra però ancora naturale provare maggiore solidarietà verso i propri cittadini che non nei confronti di altri europei. Si può vedere nella pratica - non solo nei dibattiti sul welfare, ma anche nella profonda riluttanza dei paesi come la Germania o l'Olanda ad utilizzare i soldi dei loro contribuenti per salvare le nazioni dell’ Europa meridionale.
 
L’allargamento dell'Unione Europea e la libera circolazione delle persone sono entrambe buone idee. Ma, prese insieme, hanno cambiato la natura dell'Unione stessa. Un sostenitore dell'Unione Europea pragmatico dovrebbe riconoscere che, quando le circostanze cambiano, i sistemi democratici si adattano. Cambiare le regole sul Welfare – permettendo ad i paesi la possibilità di proteggere maggiormente i propri cittadini – renderebbe più semplice affrontare la questione più ampia delle frontiere aperte. Quindi perché no?
 

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