GAZA: MORIRE NEL RISPETTO DELLE LINEE GUIDA

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GAZA: MORIRE NEL RISPETTO DELLE LINEE GUIDA

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di Pasquale Liguori

 

A Gaza la gente muore di fame, ma non è carestia. Bambini, donne, anziani, uomini, tutti smettono di respirare uno dopo l’altro, ma non è genocidio. Perché? Perché lo dice il regolamento.

Per essere una carestia vera, servono almeno due morti ogni 10.000 al giorno, un 30% di corpi malnutriti, e un 20% della popolazione che digiuna con sufficiente disperazione. Se sei solo al 29%, riprova domani.

La fame, per contare, deve superare le soglie stabilite da chi il frigo ce l’ha pieno.

E il genocidio? Anche lì, non basta distruggere intere città, devastare ospedali, tagliare il cibo, bombardare tendopoli, disintegrare famiglie. Serve il timbro dell’intenzione dichiarata, il dolo specifico. Non puoi semplicemente sterminare un popolo: devi facilitare l’inchiesta certificando gli atti con una formula giuridicamente compatibile.

Per esempio:

“In qualità di Stato democratico e alleato dell’Occidente, dichiaro di voler eliminare sistematicamente i palestinesi in quanto tali”, firmato: Israele. Solo allora, e dopo il vaglio di almeno due commissioni di esperti, potremo dirlo: genocidio.

D’altronde, l’umanitarismo liberale ha la sua metodologia. La morte non si misura in carne, ma in grafici. Il crimine non è tale se manca l’indice di riferimento.

Così l’Onu osserva, i potenti negoziano, i giuristi ponderano, Ong ed esperti redigono report. E Gaza si svuota. Ma con metodo, rigore e trasparenza. Nel rispetto delle linee guida. Il dolore, se certificato, è tollerabile. La fame, documentata, è gestibile. Il genocidio, fintantoché lento, è discutibile.

E quando sarà troppo tardi, verranno anche le scuse. Le condanne postume, le risoluzioni simboliche, le giornate della memoria.

Ci sarà anche, tra questi, l’eroico funzionario che troverà il coraggio - o l'impudenza - di esclamare: “Io l’avevo detto!”.

Ecco: se esiste ancora un frammento di dignità che voglia dirsi all’altezza della resistenza palestinese, questo intero apparato di ipocrisia codificata, questo sistema complice travestito da neutralità, dovrà essere smantellato fino all’ultima sigla, all’ultimo regolamento, all’ultima menzogna istituzionale. Non un funzionario, non un organismo, non un tribunale che ha permesso tutto questo potrà più rivendicare legittimità, né parlare in nome dell’umano. Questo ordine deve cadere. Non riformato, non migliorato: distrutto. Perché chi ha saputo resistere al fuoco, alla fame e al silenzio del mondo, non ha bisogno di essere rappresentato da chi ha guardato e calcolato mentre si consumava il massacro.

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