Dalla guerra al fallimento diplomatico: il doppio errore strategico di Washington
Il fragile spiraglio diplomatico tra Iran e Stati Uniti si è nuovamente chiuso a Islamabad, dove i colloqui mediati dal Pakistan si sono conclusi senza alcun accordo. A guidare le delegazioni erano figure di primo piano: da un lato il vicepresidente J.D. Vance, affiancato da Steve Witkoff e Jared Kushner; dall’altro il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Al centro dello scontro resta il programma nucleare iraniano.
Washington chiede misure stringenti contro un uso militare, mentre Teheran rivendica il proprio diritto sovrano all’arricchimento dell’uranio per scopi civili, sostenendo che non esistono prove di un programma bellico. Su questo nodo, la distanza tra le parti appare ancora incolmabile. Il fallimento dei negoziati arriva dopo un conflitto di 40 giorni che ha visto attacchi coordinati USA-Israele (coalizione Epstein) contro obiettivi iraniani, seguiti da una risposta militare di Teheran contro basi statunitensi nel Golfo e obiettivi israeliani. Nonostante l’intensità delle operazioni, l’Iran ha mantenuto la propria capacità di deterrenza, consolidando anche il controllo sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per l’energia globale.
La guerra, lungi dal piegare Teheran, viene sempre più interpretata come un errore strategico di Washington e Tel Aviv. Gli obiettivi dichiarati - smantellare le capacità militari iraniane e imporre una resa - non sono stati raggiunti, né sul piano militare né su quello diplomatico. Dopo lo stallo, il presidente Donald Trump ha rilanciato con toni durissimi, annunciando un blocco navale nello Stretto di Hormuz e promettendo l’uso della forza contro eventuali azioni iraniane. Una retorica che segnala il ritorno alla strategia della pressione, con il rischio di un’ulteriore escalation regionale. Nel frattempo, si moltiplicano le critiche internazionali.
L’ex esperto ONU Alfred de Zayas ha attribuito la responsabilità del fallimento negoziale agli Stati Uniti, accusati di imporre condizioni unilaterali senza reale volontà di compromesso. Secondo de Zayas, la comunità internazionale dovrebbe riconoscere Washington e Israele come principali responsabili della crisi e assumere una posizione più netta. Il risultato è un quadro sempre più teso: da un lato la chiusura diplomatica, dall’altro il rischio concreto di una nuova fase di confronto militare. In mezzo, una comunità internazionale chiamata a decidere se restare spettatrice o intervenire per provare ad arginarela deriva bellicista della coalizione Epstein.
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