Dalla crisi nucleare alla crisi istituzionale: chiesta la destituzione di Trump

Da Marjorie Taylor Greene a Rashida Tlaib: l'insolita alleanza che invoca il 25esimo emendamento

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Dalla crisi nucleare alla crisi istituzionale: chiesta la destituzione di Trump

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L'annuncio della tregua tra Iran e Stati Uniti, arrivato nella serata di martedì a poche ore dallo scadere dell'ultimatum imposto da Donald Trump, ha scongiurato uno scenario che il mondo intero guardava con il fiato sospeso. Eppure, la tregua diplomatica non è bastata a spegnere l'incendio politico divampato tra le mura del Campidoglio statunitense e oltre. Nonostante i mercati petroliferi abbiano tirato un sospiro di sollievo con un immediato calo dei prezzi, le parole usate dal presidente USA su Truth Social continuano a rimbombare come un macigno nel dibattito pubblico, alimentando una richiesta bipartisan - seppur numericamente marginale tra i repubblicani - di rimozione immediata dalla Casa Bianca, come evidenzia l’emittente teleSUR.

La frase incriminata, "tutta una civiltà morirà questa notte", ha scavalcato la retorica muscolare tipica del tycoon per insinuarsi in un territorio giudicato da molti osservatori come pericolosamente vicino alla minaccia di crimini di guerra e, in ultima analisi, di genocidio. Un linguaggio che, nel contesto di una crisi nucleare latente, ha spinto l'ala più progressista del Partito Democratico, affiancata da alcune voci critiche provenienti dallo stesso schieramento conservatore, a invocare strumenti costituzionali estremi.

Da un lato c'è la strada maestra dell'impeachment, un sentiero già battuto in passato e ora riproposto dal deputato democratico del Connecticut John Larson. La sua mozione di messa in stato d'accusa, sebbene includa un ventaglio di presunte violazioni più ampio, trova nella gestione della crisi iraniana il suo motore emotivo e politico immediato. La linea di pensiero è stata condensata con chiarezza dal senatore Ed Markey, democratico del Massachusetts, il quale, pur esprimendo sollievo per l'accordo raggiunto, ha avvertito che la minaccia in sé non può restare impunita. "Il Congresso deve tornare a riunirsi subito per fermare questa guerra e destituire Donald Trump", ha tuonato Markey, tracciando una netta linea rossa tra la vittoria diplomatica e la responsabilità presidenziale.

Dall'altro lato, in maniera forse più sorprendente e trasversale, si è riacceso il dibattito sul Venticinquesima Emendamento. Lo strumento, pensato all'indomani dell'omicidio Kennedy per gestire i casi di incapacità fisica del presidente, viene ora evocato come diga contro quella che viene definita come una deriva psichica. A chiedersi come applicarlo è stato addirittura Alex Jones, noto commentatore e in passato fervente sostenitore di Trump, segnale di come il linguaggio apocalittico abbia scosso anche le fondamenta del mondo che un tempo lo sosteneva. A fare ancora più rumore è stata la reazione di Marjorie Taylor Greene, la ‘pasionaria’ repubblicana della destra più radicale, la quale su X ha bollato l'eventuale attacco come "malvagità e follia", invocando esplicitamente l'emendamento costituzionale.

Il fronte democratico, dal canto suo, ha usato toni ancora più duri. La deputata Rashida Tlaib, unica palestinese-statunitense al Congresso, ha utilizzato il termine "genocidio" associandolo direttamente alla minaccia presidenziale, definendo Trump un "uomo demente" da rimuovere d'urgenza.

Tuttavia, la concretezza politica di queste richieste si scontra con la fredda aritmetica costituzionale. Come ha fatto notare l'avvocato Robert Barnes, invocare il Venticinquesimo Emendamento è un percorso a ostacoli ben più arduo del già complesso impeachment. Non si tratta solo di una maggioranza: per dichiarare il presidente incapace di esercitare i suoi poteri servirebbe il voto favorevole di due terzi della Camera dei Rappresentanti. Uno scoglio che, con l'attuale composizione del Congresso, rende lo scenario quasi fantascientifico, a meno di una vera e propria rivolta di massa interna al Partito Repubblicano.

La tensione, dunque, rimane alta. La fragile tregua ha disinnescato una bomba a orologeria geopolitica, ma ha lasciato scoperta una crisi istituzionale tutta interna agli Stati Uniti. Se l'accordo, secondo qualcuno, avrebbe dato ragione alla strategia della massima pressione trumpiana, le parole per esercitarla hanno creato una frattura morale e legale che, a Washington, promette di non rimarginarsi presto. Per ora, il vicepresidente J.D. Vance può continuare a restare nell'ombra, ma la discussione sulla "capacità" del comandante in capo è ormai uscita dalle stanze degli analisti per entrare prepotentemente nei discorsi della gente comune.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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