Da G.M. ad Apple: cosa è cambiato?

Profitti senza produzione: la posizione dominante dei nuovi monopolisti

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Da G.M. ad Apple: cosa è cambiato?

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Dal titolo sarcastico dell'ultimo libro di Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff  “This Time Is Different”, che sottolineava come ci sia una familiarità nelle varie crisi finanziarie, Paul Krugman in Profits without production scrive come i paralleli storici – non solo degli anni '30, ma anche il Giappone degli anni '90, la Gran Bretagna negli anni '20 ed ancora – sono guide fondamentali per il presente. Ma le economie cambiano nel corso del tempo e la domanda da porsi è cosa c'è di diverso nell'America del 21° secolo?
La risposta più significativa è l'importanza sempre crescente dei profitti monopolistici, distaccati dai proventi frutto degli investimenti e che riflettono il valore del dominio del mercato: l'importanza crescente delle rendite produce una nuova disconnessione tra profitti e produzione, che crea un ulteriore elemento di crisi.
L'esempio che Krugman propone per spiegare la sua tesi è il parallelo tra General Motors negli anni '50 e '60 ed Apple oggi. Il valore del G.M. dipende dalla sua capacità produttiva, fatta di centinaia di aziende ed impiega circa il 1% del totale della forza lavorativa non contadina del paese. Apple, al contrario, sembra staccato dall'economia reale: pur essendo la seconda compagnia americana, impiega meno dello 0.05% della forza lavoro. Questo dipende dal fatto che la compagnia ha deciso di de-localizzare quasi tutta la forza produttiva all'estero e dal fatto che il prezzo che si paga per un iWhatever, scrive sarcasticamente il premio Nobel, non è legato a quello di produzione. 
Apple semplicemente scommette su quello che il traffico condurrà e data la forza della sua posizione del mercato è sempre una scommessa vinta, spiega Krugman. Apple ha la sua posizione speciale meritata da indubbi successi dal lato dell'innovazione — anche se non so se si può dire lo stesso di Microsoft, che ha basato gli enormi profitti per molti anni attraverso una posizione dominante – ma la questione è più generale: le corporazioni meritano o no il loro status privilegiato e soprattutto l'economia funziona quando i profitti riflettono sempre più il potere del mercato acquisito piuttosto che la produzione.
La crescente diseguaglianza sociale dal 2000 è frutto del grande spostamento nella distribuzione del reddito, sempre meno legato ad i salari reali e sempre più ad i profitti. 
Non c'è un problema, sostiene Krugman, se i profitti crescenti corrispondono alle rendite, ma, come dimostra il caso di Apple, il problema è che oggi le nuove corporazioni non basano più i nuovi profitti per espandere la propria capacità produttiva. In questo contesto, le rendite monopolistiche crescenti ha avuto l'effetto di deprimere ulteriormente i salari e gli investimenti: se i redditi dei proprietari immobiliari e la spesa dei consumatori calano perché il lavoro ha un'influenza sempre più bassa sul Pil nazionale, vi è sempre un minore incentivo ad investire. Questo è uno dei fattori che spiega la lenta ripresa americana dopo la depressione frutto della crisi iniziata nel 2007. 
Le lezioni della storia non sono irrilevanti, conclude Krugman. La disconnessione crescente tra profitti e produzione, in particolare, spiega di un'economia in cambiamento, ma questo non riduce la necessità di una politica fiscale e monetaria espansiva finché resta depressa. 

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