Da Askatasuna alla Palestina

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Da Askatasuna alla Palestina

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Riceviamo dal nostro form e pubblichiamo

di Roberto Adduci*

 

Non era una passeggiata festosa, né un corteo che parlava a se stesso. Ieri, 31 gennaio, almeno 50mila persone secondo gli organizzatori – 15/20mila per le stime ufficiali – hanno travolto Torino mandando un messaggio chiarissimo a Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e Ignazio La Russa.

La manifestazione nazionale per Askatasuna – il centro sociale sgomberato con brutalità il 18 dicembre dopo quasi 30 anni – non è stata solo una difesa di uno spazio autogestito. È stata la sintesi delle piazze di ottobre invase in nome della Palestina: bandiere palestinesi in testa al corteo, "Blocchiamo tutto" non era uno slogan vuoto. Era – ed è – un manuale d'azione che si scrive da solo, nelle strade, contro un governo apertamente razzista, guerrafondaio e vassallo dell'impero atlantico.

Il blocco sociale ha compiuto un salto di qualità decisivo: le vecchie divisioni teoriche tra movimenti, centri sociali, collettivi femministi, sindacati di base e sigle politiche sono evaporate di fronte al nemico comune. Le persone in piazza lo sapevano bene: non c'è più spazio per dissidi interni quando il potere attacca con idranti, lacrimogeni, denunce di massa e narrazioni securitarie. Ognuno e ognuna ha fatto la sua parte, accettando le modalità diverse come in una catena di montaggio in cui ogni settore contribuisce all'intera produttività della lotta.

La premier, immersa nel lusso dei potenti e nei salotti del G7, si è "accorta tardi" di avere nemici. Noi no: lo viviamo ogni giorno sulla pelle – precarietà, sfratti, tasse per armi all'Ucraina, silenzio complice sul genocidio a Gaza. Meloni grida "nemici dello Stato", parla di "tentato omicidio contro agenti", Piantedosi evoca "squadristi rossi", La Russa spinge per inasprire i controlli securitari per "difendere le persone dagli oppositori politici". Roba da ridere, se non fosse tragica: la loro narrazione non sta in piedi persino con delle protesi costruite ad hoc (video selettivi di scontri, visite in ospedale per strumentalizzare feriti, condanne unanimi come da regime).

Noi esistiamo perché esistono loro: una classe dirigente venduta ai grandi centri di potere, subordinata alle leggi del mercato che alimenta disuguaglianze, lotta tra poveri e riarmo permanente. Ma chi è davvero il nemico? Possibile che sia il blocco sociale che prova a liberare l'Italia dalle catene imperialiste, totalitarie e atlantiste? O non è piuttosto chi legittima, supporta e riproduce politiche autoritarie, antidemocratiche, razziste, di disgregazione sociale e vassallaggio all'impero USA/NATO?

Un primo passo epocale è stato fatto: esiste un blocco sociale coeso, organizzato, capace di far convergere da tutta Italia (e dall'estero) energie diverse sotto la stessa bandiera – quella della Palestina libera, degli spazi autogestiti, della resistenza al razzismo e alla guerra.

Altri passi dovranno seguire. Il più urgente: far arrivare questo messaggio e le sue potenzialità a chi ieri non c'era. Con tutte le nostre differenze, siamo tutte sulla stessa barca, dalla stessa parte della barricata!

*Attivista e politico antispecista comasco. Formatosi nei movimenti studenteschi a partire dal 2016 ha poi partecipato alle elezioni comunali di Como nel 2022 come candidato sindaco con una lista civica indipendente (area alternativa/sinistra radicale, con enfasi su partecipazione popolare, diritti sociali e critica al sistema). Da anni impegnato in battaglie sociali: in particolare per il diritto all'abitare, per i diritti dei detenuti e denuncia del sistema carcerario, per i diritti degli animali e per un sistema anticapitalista.


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