7 giugno: la vostra piazza non e' casa mia

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7 giugno: la vostra piazza non e' casa mia

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di Pasquale Liguori

 

C'è un nuovo spirito del tempo che soffia sulla manifestazione del 7 giugno e cortei analoghi per Gaza. Le piazze, all’improvviso, tornano a richiamare chi, per venti lunghissimi e sanguinosi mesi, è rimasto in silenzio: complice, vilmente equidistante, con varie formule e a vari livelli indecentemente legittimante. Gli stessi che, fino a ieri, invocavano il “diritto di Israele a difendersi”, precisavano di essere “né con... né con...”, premettevano a pappardella il rituale incipit “condanno il 7 ottobre, senza se e senza ma…” cancellando quasi un secolo di feroce oppressione, parlavano a sproposito di stupri mai documentati, ricordavano “l’unica democrazia in Medio Oriente”, sceglievano il lessico di “terrorista” omettendo ogni carattere resistente, sminuivano o negavano la denuncia di genocidio.

Da più parti, oggi, si è sollecitati a marciare insieme a loro. Ad accettare questa tardiva e comoda conversione come se fosse abbastanza. Come se bastasse un lenzuolo appeso al balcone, un hashtag ripescato dal fondo del feed, cinque minuti al buio per lavarsi la coscienza. Si sentono redenti, morali, finalmente dalla parte giusta. Ben oltre cinquantamila morti dopo.

Domando loro: dove eravate, quando le voci che gridavano “genocidio” venivano zittite, isolate, bollate come antisemite? Dove eravate quando le kefiah erano “troppo divisive” e le bandiere palestinesi “inadatte” ai vostri raduni per la pace armata? Dove eravate quando i vostri partiti, i vostri comitati d’affari, la vostra “sinistra per Israele” giustificavano ogni bomba con lo sguardo fisso su un 7 ottobre trasformato in licenza di sterminio?

Non è possibile dimenticare. Non dimentico le minacce, l’isolamento, la criminalizzazione subita da chi ha osato parlare da subito di apartheid, colonialismo, annientamento, genocidio. Non dimentico l’etichetta infame di “antisemita” cucita addosso a chi ha avuto il coraggio di dire che non esistono due verità, ma un solo popolo sotto occupazione e un solo potere occupante.

Oggi, dunque, dovremmo stringerci - uniti - in nome della “massa critica”? Dovremmo tacere per non “disunirci”? Unirci a chi? Con chi? Con chi anche in un comunicato, frutto di palese e ridicolo compromesso, ancora elude la parola "genocidio"? Con chi, perciò, sarà pronto alla restaurazione dello status quo ante: due popoli, due stati, purché nulla incrini la coscienza indecente dell’Occidente. Con chi ci riporterà, passo dopo passo, verso l’apartheid normalizzata, l’occupazione legittimata, la colonizzazione digerita con un blando condimento umanitario.

No, grazie. La vostra piazza non è casa mia.

Non basta dire “meglio tardi che mai” per redimere venti mesi di complicità attiva. Non basta sventolare uno slogan per cancellare la disumanizzazione sistematica di un intero popolo. Non basta la piazza se, in quella piazza, marciano quelli che hanno contribuito al massacro, che lo hanno coperto, negato, ridotto a “conflitto complicato”.

Chi ha parlato da subito di genocidio, chi ha sostenuto la lotta antisionista senza esitazioni, oggi verrebbe a trovarsi davanti a un bivio: accodarsi a questa riconciliazione ipocrita o restare coerente nella solitudine.

Lo dico chiaramente: non marcio con chi si è fatto bastare un post, uno switch-off, lo sventolio di un lenzuolo, il ripensamento in “zona Cesarini” dei media mainstream. Non marcio con i restauratori della finta equidistanza, i riabilitati del progressismo igienico.

La loro coscienza è pulita solo per chi si accontenta di lavarsi le mani. La mia memoria, la mia rabbia e la mia solidarietà non sono in saldo.

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