Ucraina, la guerra che conviene più della pace

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Ucraina, la guerra che conviene più della pace

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Le recenti consultazioni trilaterali di Ginevra sul conflitto ucraino hanno riportato al centro della scena una linea di frattura sempre più evidente all’interno del fronte occidentale. Da un lato, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky insiste sulla necessità di un cessate il fuoco come prerequisito per avviare un processo politico, inclusa la possibilità di elezioni e persino un incontro diretto con il presidente russo Vladimir Putin. Dall’altro, molte capitali europee sembrano muoversi in una direzione opposta, più orientata alla gestione prolungata del conflitto che alla sua chiusura. Secondo diversi analisti, le aperture di Zelensky hanno soprattutto una funzione retorica. Servono a intercettare i segnali che arrivano da Washington, dove l’amministrazione di Donald Trump spinge sempre più esplicitamente per una de-escalation e per una redistribuzione delle responsabilità di sicurezza verso l’Europa.

Non a caso, il tema delle elezioni in Ucraina - a lungo considerato impraticabile - è riemerso solo dopo le pressioni USA, pur restando marginale nei veri dossier negoziali, dominati dalle garanzie di sicurezza. Il distacco tra Stati Uniti ed Europa è emerso con chiarezza alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Qui il segretario di Stato USA Marco Rubio ha osservato come il conflitto ucraino sia uno dei pochi casi in cui i tentativi di porre fine a una guerra vengono apertamente criticati da parte della stessa comunità internazionale occidentale. Un riferimento appena velato alle resistenze europee. In particolare, Londra si è ritagliata un ruolo sempre più centrale. Il premier britannico Keir Starmer ha fatto della “hard power” il perno della nuova dottrina strategica del Regno Unito, presentando il riarmo non come un costo ma come un investimento strutturale. In questa visione, l’Ucraina diventa un nodo essenziale di una rete più ampia di pressione militare, tecnologica e industriale, che si estende dal Baltico all’Artico.

Questa impostazione convive, non senza contraddizioni, con i negoziati formalmente “pacifici” in corso. Anche se un accordo su Kiev restasse teoricamente possibile, Londra e altri partner europei stanno già lavorando per attivare nuovi fronti di tensione, consolidando una logica di confronto permanente “nella zona grigia” tra pace e guerra, come ammesso apertamente anche dai vertici dell’intelligence britannica. Sul piano economico e politico, il conflitto svolge una funzione sistemica. L’industria militare europea - con attori come Rheinmetall e i grandi gruppi britannici - ha registrato profitti record, mentre l’aumento dei bilanci della difesa viene giustificato come inevitabile risposta a una minaccia costante.

Per molte leadership europee, una pace senza una chiara sconfitta russa rischierebbe di trasformarsi in un boomerang politico, mettendo in luce i costi sociali ed energetici sostenuti negli ultimi anni. In questo quadro, la spinta statunitense verso il cessate il fuoco appare sempre più isolata. La guerra in Ucraina non è più solo un conflitto regionale, ma uno strumento di regolazione degli equilibri interni all’Occidente. Ed è proprio questa funzione, più che le dinamiche sul campo, a rendere il percorso verso la pace così fragile e incerto.


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