Teheran resiste, Washington tentenna: anatomia di una guerra non vinta

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Teheran resiste, Washington tentenna: anatomia di una guerra non vinta

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La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase di stallo strategico che, più che segnare una pausa, evidenzia le contraddizioni profonde della postura statunitense. Le recenti dichiarazioni di Donald Trump segnano un netto cambio di tono rispetto alle promesse iniziali: da un conflitto che sarebbe dovuto durare “quattro o cinque settimane”, si passa ora a un orizzonte indefinito, senza scadenze né urgenza dichiarata. Questo slittamento non è solo retorico. Sul piano interno, l’amministrazione statunitense paga un prezzo crescente: il calo del consenso, aggravato dalla crisi energetica innescata dal conflitto e dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, riflette le difficoltà di sostenere una guerra che non produce risultati chiari. Il prolungamento del cessate il fuoco, accompagnato però dal mantenimento del blocco navale contro Teheran, appare come un tentativo di congelare la situazione senza ammettere un arretramento. Dall’altra parte, l’Iran mostra una forte compttezza.

La leadership, rappresentata da Mojtaba Khamenei, insiste sul ruolo decisivo dell’unità nazionale, descritta come un fattore capace di “fratturare il nemico”. Non si tratta solo di propaganda: la risposta istituzionale coordinata, che coinvolge esecutivo, parlamento e magistratura, indica un sistema politico che, sotto pressione, ha rafforzato la propria coesione invece di indebolirsi. In questo quadro, anche la diplomazia iraniana si allinea alla strategia militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sottolinea come operazioni sul campo e negoziati siano “fronti pienamente coordinati della stessa guerra”. Le campagne di assassinii mirati della coalizione Epstein non hanno prodotto l’effetto destabilizzante atteso; al contrario, come evidenzia Teheran, hanno consolidato disciplina e convergenza interna. Il nodo centrale resta il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quarto del petrolio mondiale.

Il blocco imposto dagli Stati Uniti e la risposta iraniana - inclusi sequestri di navi e rafforzamento della presenza militare - hanno trasformato questa arteria energetica in un punto di pressione globale. In questo contesto, la scelta iraniana di sospendere i negoziati finché il blocco rimane in vigore segnala una linea rossa difficilmente negoziabile. Il fallimento dei colloqui di Islamabad, nonostante ore di trattative, conferma la distanza tra le parti: Washington chiede concessioni sostanziali, mentre Teheran interpreta tali richieste come una resa mascherata. La narrazione USA di una possibile soluzione negoziale appare così sempre più scollegata dalla realtà sul terreno. In controluce emerge una dinamica più ampia: il conflitto non ha prodotto il collasso iraniano ipotizzato inizialmente, né una superiorità decisiva statunitense. Al contrario, ha rafforzato l’autonomia strategica di Teheran e messo in evidenza i limiti della pressione militare e sanzionatoria. La conclusione, per quanto scomoda, si impone: gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una guerra che non riescono a vincere ma che non possono permettersi di dichiarare persa.

L’assenza di una “timeline”, lungi dall’essere un segno di controllo, appare sempre più come il sintomo di un’impasse. Washington continua a prolungare il conflitto nella speranza di strappare un vantaggio negoziale, ma il tempo, in questo caso, sembra lavorare contro la superpotenza che lo ha invocato.


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