Erevan come Kiev: la "coalizione dei volenterosi" prepara l’ucrainizzazione dell’Armenia

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Erevan come Kiev: la "coalizione dei volenterosi" prepara l’ucrainizzazione dell’Armenia

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

5 maggio. Se si ignorano le zotiche allucinazioni di quel fogliaccio milanese “uso a ubbedir” a fascisti di ieri e di oggi e che, mentre riesce a farneticare di «brutalismo sovietico» in un edificio di Erevan, sentenzia che l'Armenia «prova a fare la pace con Azerbaijan», rimane ben poco da constatare sul vertice della Commissione politica europea tenutosi il 4 maggio a Erevan, se non che la presenza praticamente di tutti i leader dei paesi europei e NATO aveva tra gli obiettivi primari quello di dar man forte al premier Nikol Pašinjan, in vista delle elezioni del 7 giugno. Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia. Quanto a «fare la pace» con l'Azerbajdžan, c'è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l'Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense. La “pace” di cui vaneggia l'articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all'ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.

Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.

L'evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l'Armenia non può continuare a essere membro dell'Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l'Europa». Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un'espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori». Da una parte, c'è Pašinjan che, per continuare l'avanzata “verso l'Europa”, deve vincere le elezioni; dall'altra, c'è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell'Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».

D'accordo anche l'attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l'ucrainizzazione dell'Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».

La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c'è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la "Rivoluzione di Velluto" e ha deciso di liberare il paese dall'influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l'Europa è un segnale molto forte». Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un'unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell'Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.

E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l'instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell'Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.

E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c'è da osservare che da moltissimi anni non c'erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan. Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l'espansione della cooperazione nel settore energetico» - semi ufficialmente, sin dal 2022 l'Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.

Ora, c'è da dire che l'Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell'Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan. Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell'evento fosse appunto quello di accelerare il processo di scadimento del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell'occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l'Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».

In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo "non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso", dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.

A proposito dell'incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo. Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».

Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l'Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l'Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi». Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l'Ucraina.

Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente. 

Tutt'al più, si tratterebbe di un'ipotesi, crediamo, appena un po' più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» - di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d'altra parte, assicura l'articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino. Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito». Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant'è. Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval'nyj.

 

https://politnavigator.news/pashinyan-otverg-predosterezheniya-putina-sobrav-v-erevane-vragov-rossii.html

https://politnavigator.news/makron-nakhvalivaet-pashinyana-nikol-vyvel-armeniyu-iz-pod-vliyaniya-rossii.html

https://politnavigator.news/pashinyan-teper-my-vmeste-s-azerbajjdzhanom-v-orbite-zapada-budem-stroit-marshrut-trampa-u-granic-irana.html

https://www.fondsk.ru/news/2026/05/05/desant-globalistov-v-armeniyu-ili-zelenskiy-v-zakavkaze.html

https://tass.ru/politika/27307597

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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