Settimana decisiva sul dossier iraniano: progressi a Ginevra, tensioni a Washington

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Settimana decisiva sul dossier iraniano: progressi a Ginevra, tensioni a Washington

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I negoziati sul nucleare tra Iran e Stati Uniti sono entrati in una fase più densa e politicamente delicata. Giovedì a Ginevra si è svolto il terzo round di colloqui indiretti, mediati dal ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi, dopo una pausa per consultazioni con le rispettive capitali. Il formato è rimasto ibrido: messaggi veicolati da Mascate e, secondo diverse fonti, anche contatti diretti tra i negoziatori. Al tavolo ha partecipato anche il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, a conferma della centralità delle questioni tecniche.

Da Teheran, il ministro degli Esteri e capo negoziatore Abbas Araghchi ha parlato di “progressi concreti” e del round “più serio e lungo” dall’avvio del nuovo ciclo negoziale a febbraio. Restano divergenze, soprattutto sulle sanzioni, ma sarebbero emerse “intese comuni” su alcuni punti chiave. I colloqui tecnici proseguiranno la prossima settimana a Vienna. Sul tavolo, secondo indiscrezioni, c’è la bozza iraniana di un nuovo accordo, la possibile riduzione dello stock di uranio arricchito e il nodo del diritto all’arricchimento, che Washington sarebbe disposta a tollerare solo a fronte di garanzie verificabili sull’assenza di un percorso verso l’arma atomica. L’Iran, dal canto suo, insiste sulla revoca sostanziale delle sanzioni.

Il contesto politico resta però instabile. L’ex negoziatore statunitense Robert Malley ha osservato che un accordo è raggiungibile se l’obiettivo è più stringente del JCPOA, ma non se si punta a qualcosa di “completamente diverso”. In parallelo, la retorica del presidente Donald Trump continua a oscillare tra minaccia e pressione diplomatica. Secondo Reuters, l’intelligence statunitense non conferma le sue affermazioni su imminenti missili iraniani in grado di colpire il territorio Usa. Una cautela condivisa anche dal segretario di Stato Marco Rubio, che parla di un rischio futuro, non immediato. Le parole di Trump hanno però alimentato timori di escalation, mentre a Teheran la Guida Suprema Ali Khamenei ha risposto con avvertimenti diretti sulle capacità difensive iraniane. Negli Stati Uniti cresce intanto l’opposizione interna a un’azione militare senza mandato del Congresso.

A smorzare i toni è intervenuto il vicepresidente JD Vance, che in un’intervista al The Washington Post ha escluso la possibilità di una guerra lunga in Medio Oriente e ribadito che l’opzione diplomatica resta preferibile. La finestra negoziale, insomma, è ancora aperta. Ma tra scadenze imposte, pressioni militari e memoria delle guerre passate, il margine per un compromesso appare tanto reale quanto fragile.


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