Riflessioni amare dopo lo sciopero generale del sindacalismo di base
di Federico Giusti
Stando ai dati che attestano la rappresentanza sindacale, le realtà di base nel pubblico impiego raccolgono pochi consensi e ancor meno iscritti. E' una sorta di dolorosa ammissione del fallimento per chi, come lo scrivente, da lustri si adopera per affermare posizioni diverse nella Pubblica amministrazione provando anche a contestare la impostazione dei contratti, il lento esaurirsi del potere di contrattazione, la erosione del potere di acquisto dei salari.
Un vecchio sindacalista, formatosi nelle piazze che contestavano i sindacati confederali alla fine degli anni ottanta e inizio novanta, asseriva che nei posti di lavoro era sufficiente puntare il dito contro l'arrendevolezza di Cgil Cisl Uil per riscuotere immediati consensi, per sua stessa ammissione oggi la situazione è invece ben diversa. Intanto non sfugga un dato importante ossia l'aumento degli iscritti e dei voti per i sindacati che sottoscrivono i contratti nazionali al di sotto del potere di acquisto, sembra quasi paradossale che si premino sigle (Uil e Cisl e sindacati autonomi) che sottoscrivono pessime intese sotto il profilo economico e normativo.
Come si spiega il fatto che i lavoratori esprimano consensi verso chi fa loro perdere potere di acquisto?
E' una domanda senza risposta, sarebbe ridicolo arrampicarsi sugli specchi per trovare qualche giustificazione, quel modello di contrattazione (il secondo livello a prevalere sulla centralità del Contratto nazionale, i bonus e il welfare aziendali preferiti alla difesa di sanità e previdenza integrativa) alla fine fa breccia in una classe lavoratrice che subisce la feroce erosione del potere di acquisto, la crisi del ceto medio a rischio di proletarizzazione e introietta la cultura del meno peggio, del classico uovo da prendere oggi piuttosto che una gallina domani. Usiamo volutamente proverbi e metafore perchè ogni ragionamento complesso è ormai inviso a buona parte della forza lavoro, vuoi per il classico disturbo dell'attenzione, vuoi per l'insana ricerca del compromesso ad ogni costo.
Va detto con estrema chiarezza: per risvegliare la forza lavoro nella Pubblica amministrazione servirebbero i licenziamenti alla greca, la chiusura di strutture pubbliche e la perdita di migliaia di posti di lavoro, a quel punto capirebbero di avere cullato troppo a lungo la illusione che al conflitto si debba preferire sempre il compromesso e gli accordi al ribasso.
Tuttavia, una situazione alla greca significherebbe la rovina delle famiglie e della classe lavoratrice, giornata lavorativa pari a 13 ore, settimana lavorativa di oltre 50, privatizzazioni dei servizi pubblici, età pensionabile oltre i 70.
O socialismo o barbarie era uno slogan di decenni or sono, ai nostri giorni invece la logica è diametralmente opposta: meglio un uovo oggi che una gallina domani.
Stiamo arrivando dalle piazze cittadine, sono scese in piazza decine di migliaia di uomini e donne, studenti ma anche tanti lavoratori, eppure questi numeri non sono di conforto perchè rappresentano una minoranza nel paese. Girando per gli enti pubblici gran parte della forza lavoro era a lavoro, eppure ci sono centinaia di precari del PNRR, migliaia della ricerca che da qui a poco saranno espulsi dai luoghi di lavoro. I crumiri del pubblico sono gli stessi che si lamentano dei bassi salari, eppure ogni qual volta si sciopera per conquistare potere di acquisto ogni scusa, anche la più ridicola, è buona per non partecipare.
Pensiamo a questa legge di Bilancio, alle risorse destinate al riarmo ma non alle bonifiche ambientali, alla mancata lotta contro il dissesto idrogeologico, dove sono finiti gli ambientalisti che contestavano al sindacato scarsa coscienza su determinati temi? I siti militari inquinati sono una fonte di oggettivo pericolo, esigere da una Finanziaria stanziamenti per la messa in sicurezza di questi territori non varrebbe una astensione dal lavoro? E poi ci si lamenta delle eccessive ricchezze dell'1 per cento della popolazione ma scioperare per accrescere le aliquote fiscali e conquistare una Legge Patrimoniale per destinare maggiori risorse al welfare non varrebbero forse il sacrificio economico di una giornata di lavoro decurtata?
Potremmo andare avanti per pagine e pagine con esempi pratici e trovano tutte le ragioni per le quali varrebbe la pena di scioperare, le motivazioni non mancano eppure la stragrande maggioranza della popolazione sta alla finestra a guardare.
E verrebbe da chiedersi, con il dovuto rispetto, la ragione per la quale in molti hanno scioperato per la causa palestinese e non fanno altrettanto per difendere il potere di acquisto dei nostri salari o contestare il riarmo Ue. Le contraddizioni sono innumerevoli, prima tra tutte l'idea che in fondo scioperare per difendere i salari dalla inflazione, per un sistema fiscale equo e progressivo non valga la pena. E così operando le ingiustizie sociali aumenteranno e il senso di impotenza della stragrande maggioranza della popolazione si scontrerà con le narrazioni autocelebrative dei piccoli ceti politici.
Io non so voi ma questo avvenire dispotico sta diventando tanto tetro da farmi passare perfino la voglia di scrivere.

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